Dal 21 al 24 maggio 2026 si è tenuto all’università di Catalogna un workshop internazionale dal titolo Gioventù, percorsi di vita e progetto familiare (Juventud, trayectorias vitales y proyecto familiar). Tra gli ospiti lo scrittore e filosofo Fabrice Hadjadj, fondatore dell’istituto Incarnatus Est, Gabriella Gambino, sottosegretaria al dicastero per i laici, la famiglia e la vita, e Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e di coppia, di cui pubblichiamo l’intervento.

Non è facile definire cosa sia la “maturità” di una persona. Dal punto di vista psicologico, il concetto di “maturità” non può essere altro che un concetto relativo: l’essere umano ha un ciclo di sviluppo, un percorso complesso che lo porta dalla iniziale condizione di totale dipendenza a gradi crescenti di autonomia, di capacità di scelta, di libertà, di responsabilità. Secondo il pensiero psicologico tradizionale, la maturazione è il percorso che porta dal neonato all’adulto, che Erickson definisce come «l’anello di congiunzione generazionale»: un’età della vita in cui il compito di sviluppo è generare (figli, progetti, idee…) e prendersi cura di ciò che si genera; un modo di vivere pienamente il presente, attingendo dal passato (le nostre radici) per costruire un futuro che non è pensato solo per noi.

In questa logica, entrare nell’età adulta significa anche fare scelte che prevedono una stabilità, e che ci aprono a un modo diverso di percepire il tempo. Se parliamo di “progetto familiare”, la domanda diventa allora: in cosa consiste la maturità personale necessaria per decidersi a intraprendere un progetto-coppia stabile, fondamento di un progetto-famiglia? E perché oggi è così in declino tra i giovani-adulti questo tipo di progettualità?

Tutti gli studi seri, basati su interviste alla popolazione giovanile (come ad esempio, in Italia, quello dell’Istituto Toniolo La condizione giovanile in Italia, rapporto Giovani 2026) ci dicono che nella narrazione dei giovani la relazione affettiva rimane un punto di riferimento importante, e che la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze attribuisce ancora un valore significativo alla relazione di coppia stabile.

Allo stesso tempo, però, aumenta la percentuale di ragazzi/e che pur desiderando relazioni durature, non esprimono il desiderio che durino per tutta la vita. A questo si correla un altro dato interessante: l’importanza crescente che viene attribuita alla dimensione soggettiva e alla qualità della relazione, più che alla durata in quanto tale.

Ci sono poi dati relativi alle grandi città, come Milano, nella quale (come penso in molte altre grandi città europee, molto attrattive per i giovani) coesiste un tasso particolarmente alto di persone in età generativa, con un tasso tra i più bassi di nuovi nati: l’alta occupazione femminile e il divario ridotto tra maschi e femmine nel mondo del lavoro non portano a orientare i giovani verso prospettive di progettualità familiare, ma li spingono piuttosto a un alto livello di aspettative di auto-realizzazione personale con un forte aumento dell’orientamento al lavoro.

Tutto questo ci pone la domanda: è dunque ancora possibile oggi fare scelte di vita durevoli, o più ancora, definitive? È possibile far coesistere progetti in modo soddisfacente individuali con i progetti relazionali?

Fare scelte

La possibilità di fare delle scelte prevede alcune condizioni:

  • Per scegliere dobbiamo avere a disposizione un numero ragionevole di alternative reali e alla nostra portata.
  • Per scegliere tra diverse alternative dobbiamo darci delle priorità, che corrispondono a criteri di valore.
  • Per scegliere dobbiamo accettare il confronto con il limite, perché scegliere è insieme anche rinunciare.

Ognuno di questi punti incontra oggi delle difficoltà:

La prima difficoltà è data dall’illusione di avere in ogni campo un’infinita possibilità di scelta. Nel lavoro come nella vita affettiva (la scelta del partner ideale) il mondo si presenta oggi a noi come un grande mercato delle possibilità, apparentemente tutte alla portata di tutti. Il numero delle alternative possibili ci appare (illusoriamente) infinito e alla nostra portata.

Questa percezione illusoria, fornita dal mercato, di un’illimitata possibilità di cose, persone, esperienze desiderabili, ha come conseguenza quella di un desiderio che Durkheim definisce «anomico» (privo di un nome, di una definizione, di una soggettività): un movimento inquieto, iperattivo; la realtà attuale «non è in grado di creare le condizioni psichiche per desiderare un solo oggetto. È un desiderio che non ha letteralmente un oggetto e che, non avendo un oggetto, è insaziabile».

Una condizione che si esprime oggi in modo drammatico soprattutto nell’ambito della sessualità: il mondo è diventato un mercato pieno di oggetti che promettono di soddisfare il piacere, che è sempre auto-referenziale, centrato sul soggetto, a-relazionale.

Gli “oggetti” di maggior valore diventano così quelli che promettono di dare maggiore piacere.

La seconda difficoltà riguarda il darsi delle priorità. Come afferma la sociologa e antropologa Eva Illouz, senza riferimento a un Bene che dia senso alla vita «tutto ruota attorno all’autodeterminazione, all’autorealizzazione dei desideri e alla soggettività». Diventa perciò molto difficile decidere di dare nella propria vita priorità a un legame stabile, che chiede responsabilità e che lega il proprio destino a quello di un’altra persona: troppe appaiono le opportunità che si possono perdere, le occasioni ancora da cogliere, le esperienze ancora da fare.

Una terza difficoltà riguarda accettare di confrontarsi con il limite che la scelta del legame prevede: potremmo incontrare ancora un’altra persona più piacevole, più intelligente, più attraente, più “giusta” rispetto a quella cui ci siamo legati. Perché rinunciare e chiudersi questa possibilità?

Fare scelte durevoli: l’asse del tempo

Non scegliere è girare a vuoto. (Come un videogioco: devo scegliere momento per momento in che direzione andare se voglio che il gioco sia davvero interessante.) Dunque noi, in un modo o nell’altro, con più o meno chiarezza, con più o meno paura, scegliamo. Ma l’idea (anche se inespressa) che tutti oggi ci portiamo dentro è che nessuna scelta debba essere così vincolante da doversi ritenere davvero definitiva. La scelta di annullare ogni scelta in ogni momento è la nuova libertà, sostenuta da un diffuso sentire psicologico: la vera felicità è incontrare il proprio desiderio; non c’è vera maturità affettiva se non si arriva a conoscere e legittimare il proprio autentico desiderio.

Ma come definiamo un desiderio? E cosa possiamo davvero ritenere autentico?

Come differenziamo tra ciò che è autentico e ciò che è solamente spontaneo (e come tale soggetto a rapidi cambiamenti)?

Oggi la parola desiderio, sulla spinta di un pensiero psicologico spesso poco approfondito, è vissuta prevalentemente nella sua accezione di «pulsione spontanea verso qualcosa».

La scelta di una persona con cui condividere la vita e la scelta di mettere al mondo dei figli sono, invece, scelte “definitive”. Si parla di scelte “definitive” perché sono scelte che ci de-finiscono, contribuendo a dare alla nostra vita una forma specifica: una forma che, sotto l’apparenza del limite, rappresenta invece la strada per una specificazione sempre più completa e ricca della nostra identità. Nel fare questo tipo di scelte noi non sottraiamo possibilità, ma aggiungiamo spessore e realtà alla nostra identità: diventando moglie, marito, padre, madre, nonni, aggiungiamo nuove sfaccettature al nostro essere, e abbiamo la possibilità di diventare persone sempre più ricche e umanamente più complete.

Per poter fare scelte definitive sono necessarie perciò alcune condizioni.

  • La prima è quella di conoscere e comprendere il valore reale per noi di questa possibilità (livello del pensiero, della conoscenza).
  • La seconda è quella di sviluppare le risorse necessarie per intraprendere il percorso e saper costruire relazioni non solo stabili, ma anche ricche e soddisfacenti (livello psico-affettivo).
  • La terza è credere che mantenere fede nel tempo a ciò che abbiamo deciso sia non solo possibile, ma anche che ne valga davvero la pena, malgrado momenti di difficoltà o di fatica (livello etico-valoriale).
Difficoltà

Le difficoltà che oggi i giovani-adulti incontrano nel decidere di impegnarsi in un progetto definitivo come il progetto familiare si muovono su due piani: il piano della maturazione psicologica individuale e il piano del contesto socio-culturale nel quale si trovano a vivere.

Riguardo al contesto culturale, come sottolinea ancora Eva Illouz, siamo in un mondo in cui l’imposizione morale è quella «a essere liberi e autonomi, a realizzare il proprio potenziale, a ottimizzare il proprio piacere, la propria salute e la propria produttività».

È un mondo in cui i valori oggettivi (il valore oggettivo della persona, della responsabilità, della reciprocità, del legame, della promessa) sono stati sostituiti dal valore soggettivo dell’individuo e dalla centralità del concetto di autonomia e del diritto al piacere.

Non è inutile ricordare qui che individuo e persona sono due concetti profondamenti differenti.

Nella logica personalistica è presente il valore ultimo e inalienabile di ogni essere umano, di pari valore e dignità, dal concepimento alla morte naturale, in una unità  inscindibile di corpo, anima e psiche. Il concetto di persona è strettamente legato sia alla creaturalità che alla relazionalità: comprende l’idea che nessuno si è fatto da sé, che siamo inseriti in una catena generativa, e che questo fa di noi creature relazionali. La relazionalità è perciò una delle caratteristiche specifiche dell’essere umano in quanto tale: riceviamo la vita e possiamo dare la vita, inserendoci in una catena che prevede insieme responsabilità (in chi genera) e fiducia (in chi è generato).

Nella logica individualistica al centro è l’individuo, scollegato dalla sua storia generativa: i legami col passato (essere generati) e col futuro (generare) non sono essenziali; il corpo è materialità che appartiene singolarmente a ciascuno, e non parte integrante dell’identità personale. È perciò oggetto di possesso, ed è liberamente manipolabile. L’accento non è posto sulla relazionalità ma sulla soggettività; il rapporto tra esseri umani non prevede perciò il legame reciproco tra fiducia e responsabilità, ma è governato dall’idea del contratto, che può sempre essere sciolto.

In questo contesto, anche il riferimento a una valenza morale oggettivabile (e dunque condivisibile) delle azioni umane è stata sostituita dall’idea che ciò che conta dal punto di vista etico si riduce a definire in modo sempre più preciso (e “informato”) il consenso tra individui pienamente liberi di auto-determinarsi.

Questo contesto culturale è quello in cui le ultime generazioni sono nate, e che dunque respirano come naturale. L’idea della relazione per sempre si confronta con l’esperienza del fallimento da parte degli adulti, generando una profonda sfiducia; la centratura “obbligatoria” sul proprio benessere e piacere come obiettivi primari si somma alle immagini poco attraenti del legame familiare, presentato prevalentemente come peso (difficoltà, sacrificio, limite, obbligo); le alte aspettative di autorealizzazione si oppongono all’idea del legame, che appare come un vincolo soffocante alla libertà personale.

Si aggiunge a questo il fatto che le ultime generazioni presentano una tolleranza molto bassa alla frustrazione e una sempre maggiore difficoltà nella regolazione delle emozioni, frutto di modelli educativi che spingono verso una sorta di autonomia “pratica” (asili nido già nel primo anno di vita/ esperienze precoci di vacanza da soli / ecc.) senza accompagnare e supportare in modo adeguato lo sviluppo dell’autonomia affettiva.

Saper stare da soli e saper stare con gli altri sono competenze che si apprendono in modo progressivo attraverso la relazione con figure adulte disponibili ad accompagnare con flessibilità il va e vieni della crescita: adulti che accettano di stare nella loro parte di adulti, malgrado le proprie debolezze e imperfezioni, lasciando ai ragazzi uno spazio ampio ma allo stesso tempo sicuro per la sperimentazione di sé.

Molti adulti hanno oggi con i figli un atteggiamento di  iper-vigilanza nei confronti dei potenziali pericoli, e di iper-protezione nei confronti delle eventuali ferite psicologiche, mentre faticano ad accompagnarli verso la capacità di far fronte alle ferite e alle difficoltà in modo autonomo: abbiamo perso quella competenza adulta fondamentale che chiamerei “competenza transazionale”, e che consiste nello stare  semplicemente vicino con attenzione, affetto e disponibilità a chi sta imparando, senza sostituirci a lui e senza spaventarci della fatica e talvolta anche della sofferenza che la crescita comporta.

Maturi per scelte definitive?

Possiamo dire che siamo “maturi” per la nostra età se abbiamo sufficientemente saturato i compiti di sviluppo delle età precedenti, e ci muoviamo nel solco del compito che abbiamo davanti nel momento presente. In ogni fase della vita abbiamo dunque anche una “naturale immaturità”, se misurati sulle età successive. Non è perciò facile definire quando e come si può essere considerati “maturi” per una progettualità familiare.

Ogni domanda (e ogni scelta) ha un tempo nel quale può venire veramente capita e affrontata; nello stesso tempo, non possiamo certo aspettare di essere “pienamente maturi” per fare le scelte importanti che danno forma alla nostra vita.

Questo significa che quando ci poniamo davanti alla possibilità di fare una scelta durevole (matrimonio, vocazione religiosa o vocazione laicale ecc.) la maturità che ci viene richiesta è quella necessaria a dare inizio al percorso in modo consapevole;  non possiamo invece aspettarci che sia già pienamente presente la maturità che ci permetterà negli anni successivi di fare fronte a tutti gli ostacoli che dovessero presentarsi: la maturità cioè che sarà necessaria per ricominciare, per perdonare, per riparare, per rilanciare il progetto originario.

Per sviluppare queste capacità dovremo accettare la sfida di vivere, affrontando poco alla volta ciò che si presenta, le difficoltà inevitabili e spesso impreviste che la vita riserva a ciascuno in modo diverso.

La prima cosa necessaria per il nostro “per sempre” è la consapevolezza che non si tratta di un punto di arrivo, ma solo di un punto di partenza: scegliamo (e veniamo scelti da) un amore, e diamo inizio a un’avventura che vogliamo possa durare tutta la vita. Perché sia l’avventura che può essere, la NOSTRA avventura, dovremo essere capaci di verità su noi stessi, e aperti alla possibilità di cambiare e di crescere, vivendo giorno per giorno la sfida creativa che sempre l’amore comporta.

La consapevolezza richiesta per iniziare è perciò la consapevolezza del significato della promessa. E la promessa che gli sposi si scambiano non può essere: “proverò ogni giorno per te gli stessi spontanei sentimenti di amore, mi sentirò ogni giorno innamorato”; ma è piuttosto “riconosco che sei per me una persona unica, non sostituibile, e per questo ti prometto che proverò ogni giorno a tenere vivo il nostro amore, e non me ne andrò se le cose si faranno difficili”. La promessa invita l’altro alla fiducia, perché può contare sulla nostra responsabilità (la nostra risposta alla fiducia che ci viene donata).

La promessa ci impegna a rilanciare, a riprovare, a cercare linguaggi sempre nuovi e diversi, a coltivare l’amore con gesti concreti, perché riconosciamo nell’altro il compagno speciale e unico della nostra avventura umana.

Questo comporta però riconoscere che nella vita di coppia e di famiglia le crisi sono inevitabili e vanno affrontate come possibilità di cambiamento; ogni crisi va interrogata in profondità, e può aprire la strada per una promessa rinnovata in modo più consapevole.

Si tratta allora di comprendere anche che ci sono parole nemiche di un buon progetto di coppia e di famiglia: parole nate dall’idea che sia necessario evitare il conflitto invece che imparare a gestirlo.

Ecco allora le parole da “smontare”:

  • Idealizzazione: aspettarsi da sé e dalle relazioni quello che non possono dare; idealizzazione positiva, ma anche negativa: la relazione può solo essere perfetta, oppure va buttata.
  • Adattamento: cercare per esempio di leggere le difficoltà come “volontà del Signore”, senza interrogarle lottando per il cambiamento.
  • Negazione: fare finta che non ci sia il problema.
  • Compensazione: cercare consolazione al di là delle difficoltà, fuggendo altrove invece di affrontarle.

Sono tutte parole che sfuggono alla realtà di ciò che ci accade, e ci impediscono di affrontarlo. Se invece accettiamo di leggere le crisi come una sfida alla nostra creatività, avremo un’occasione preziosa per continuare a crescere e maturare, diventando persone sempre più ricche e migliori.

Ognuno di noi deve prendere perciò molto sul serio il compito della propria crescita personale, senza pensare che sia un compito che prevede una fine: con questo atteggiamento, tutte le situazioni saranno allora occasioni, sfide da affrontare, luoghi possibili di crescita e di vera maturazione.

Per concludere

La condizione del giovane-adulto oggi è ben analizzata da autori diversi, che esprimono la stessa preoccupazione: il giovane tende a rallentare il processo di costruzione della propria identità familiare e personale, anche a causa della spinta culturale e sociale a concentrarsi sulla soggettività e sull’auto-realizzazione, rendendo così molto alte e a volte non realistiche le sue aspettative. A questo si associano anche molti elementi concreti di difficoltà: lavorativa, economica, abitativa, di conciliazione dei tempi di vita (lavoro, affetti, tempo libero), soprattutto per quanto riguarda il mondo femminile.

Il progetto familiare appare così come qualcosa di teoricamente desiderabile, ma forse impossibile, anche perché viene presentato e vissuto come una sfida troppo complessa, che richiede impegno, fatica, e rinunce ai desideri personali.

A questo si accompagna un diffuso senso di sfiducia nella possibilità di dare vita a relazioni insieme durature e vitali, sfiducia che nasce dall’esperienza troppo spesso vissuta di famiglie disfunzionali, nelle quali la coppia si separa oppure continua una convivenza poco entusiasmante, all’insegna di un adattamento rassegnato.

Le giovani generazioni però non hanno smesso di innamorarsi, e il “per sempre” rimane in ogni vocazione un’esigenza dell’innamoramento; per questo la forza e la bellezza dell’innamoramento possono regalare anche oggi l’energia vitale necessaria a immaginare una promessa definitiva.

Per aprire loro di nuovo la speranza è importante però in primo luogo che la generazione adulta rimetta a tema le proprie relazioni, per far emergere l’immagine e la narrazione di un progetto-famiglia vitale, nel quale l’incontro con la quotidianità e il confronto tra l’ideale e il reale possano rappresentare una sfida appassionante.

È importante anche lavorare sul tema dell’affidabilità, che si contrappone all’idea contrattualistica delle relazioni: dobbiamo coltivare e insegnare ai nostri figli la capacità e l’orgoglio di essere persone affidabili in ogni circostanza della vita, degne della fiducia che viene riposta in noi.

Fiducia e responsabilità, infatti, sono la cifra dei legami familiari positivi, e rappresentano la chiave per relazioni capaci di rigenerarsi nel tempo.