20 aprile 2026, Saurimo, regione nord-orientale dell’Angola: un ragazzino vestito di giallo corre per diverse centinaia di metri a fianco della papamobile di Leone XIV – al settimo giorno del viaggio apostolico che lo ha visto pellegrino di pace in Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale – tenendone il passo, sembra volare. Sui social la sequenza diventa subito virale, ma, com’è nella natura spettacolare dei social, con uno sguardo di superficie.

La corsa di quel ragazzino ha una straordinaria potenza iconica perché non si tratta semplicemente di un piccolo Bolt cui l’entusiasmo ha messo le ali, ma è l’immagine della fede in movimento di una nazione dal cuore giovane che mette a disagio un mondo seduto, dove spesso anche la fede è esangue, staccata dalla vita.
Quella corsa e quel sorriso in movimento – lo abbiamo compreso subito, da quest’altra parte del mondo – è la risposta non culturale né ideologica, ma vitale, al forte appello che papa Leone, in terra d’Africa ma con lo sguardo a quest’altra parte del mondo, aveva lanciato pochi giorni prima, il 13 aprile, da Algeri:
«Una religione senza pietà e una vita sociale senza solidarietà sono uno scandalo agli occhi di Dio. Eppure, molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione».
È lo scandalo di queste nostre società tecnologiche nelle quali gli algoritmi scandiscono i ritmi della vita quotidiana, ma sotto la cui superficie levigata si allargano crepe profonde: solitudini, esclusioni, diseguaglianze che non sono incidenti di percorso, ma sintomi di una malattia più radicale: la perdita del senso dell’altro.
Perché l’uomo, come scriveva un secolo fa Martin Buber, diventa uomo solo nel Tu. Una religione senza pietà è una religione che ha smarrito il Tu divino che si riflette nel volto umano. Una società senza solidarietà è una società che ha smarrito l’Io, perché l’Io nasce solo nella relazione. È una società dove l’uomo diventa “o bestia o dio”, oscillando tra l’illusione prometeica di essere padroni del mondo e la brutalità di rapporti sociali ridotti a competizione.
Quel ragazzino in corsa è come l’emblematica immagine del pensiero che lungo il Novecento ha lanciato l’allarme verso la perdita del centro.
Riecheggia Zygmunt Bauman che ha mostrato come la modernità liquida dissolva i legami sociali, generando individui isolati e vulnerabili.
Riecheggia la “secondarietà” dell’uomo che Rémi Brague, in Il futuro dell’Occidente, invita a riconsiderare come fondativa del patrimonio culturale della civiltà europea: la consapevolezza, cioè, che non siamo autori del mondo, ma eredi. Custodi, non proprietari. Verità elementare, eppure rischiamo di smarrirla. Quando l’uomo smette di percepirsi come erede, smette anche di percepire l’altro come fratello. La pietà diventa debolezza, la solidarietà un lusso, la fragilità un difetto da nascondere. E, inesorabilmente, il mondo si trasforma in un’arena dove i più deboli sono semplicemente degli scarti.
Riecheggia Hannah Arendt che in questo processo individua la metamorfosi del potere in dominio. Quando le organizzazioni e gli individui che detengono il potere smettono di esercitarlo come responsabilità e lo trasformano in strumento di controllo, la società si irrigidisce, perde elasticità, perde respiro. La solidarietà non può fiorire dove l’altro è percepito come minaccia.
Riecheggia Simone Weil che con la sua lucidità affilata denuncia che la forza è ciò che trasforma l’uomo in cosa. E nelle nostre società, quanti diventano “cose”: numeri, statistiche, problemi da gestire. Ma il volto dell’altro non può essere ridotto a cifra. Quel volto è un appello, un comando silenzioso: «Non ignorare. Non passare oltre».
Fede in movimento è ritrovare la misura dell’umano, riconoscere che la pietà non è debolezza, ma forza che custodisce. Che la solidarietà non è un costo, ma il fondamento della convivenza. Che il mondo non ci appartiene, ma ci è affidato. E che l’altro non è un ostacolo, ma una promessa.