Cento anni fa, il 3 agosto 1926, aveva inizio quella tragica e commovente epopea della fede che fu la Cristiada messicana.
Nel corso del Ventesimo secolo, dolorosamente percorso da immani tragedie, risultato non solo dei diversi totalitarismi ma anche del clima ideologico e culturale venutosi a determinare di violenta opposizione al Cristianesimo, spicca la vicenda del Messico.
La rivolta dei Cristeros fu una grande insurrezione che durò tre anni, dal 1926 al 1929, e i cui esiti infausti si trascinarono per moltissimo tempo, con effetti duraturi sulla struttura politica e sociale del Paese, e determinando in maniera irreversibile il destino non solo messicano, ma forse dell’intero continente latino-americano.
La rivolta fu soprattutto la reazione di una società contadina, tradizionale, cattolica, all’aggressione perpetrata dallo Stato autoritario uscito dalla rivoluzione degli anni Dieci, uno Stato formalmente espressione della rivoluzionaria volontà popolare, ma in realtà profondamente estraneo al popolo “vero”, quello che viveva nei barrios delle grandi città e quello delle campagne e gli indios delle foreste.
Il martirio del Messico, dove andò al potere agli inizi degli anni ’20 un movimento massonico ferocemente antireligioso che si proponeva di sradicare il Cristianesimo dal Messico, è un esempio paradigmatico di storia negata. I Cristeros combatterono, soffrirono e morirono per la loro fede, per difendere la libertà religiosa, ossia, – detto in termini pratici, la possibilità stessa di accedere ai sacramenti, di avere, per sé e i propri figli un’istruzione cristiana, di poter trasmettere e comunicare liberamente la fede stessa. Questo sacrificio di sangue che cento anni fa vide una intera nazione cattolica brutalizzata da un governo che si era prefisso di estirpare dal popolo ogni radice di religiosità, è senz’altro meritevole di giungere a interpellare e a scuotere e a commuovere gli animi e le coscienze spesso pigri, intorpiditi dei credenti. Quello dei Cristeros è stato il martirio tipico del XX secolo, epoca caratterizzata dai reiterati tentativi di costruire, oltre che nuove società, “uomini nuovi”.
Questi tentativi hanno tutti lasciato dietro di sé una spaventosa scia di sangue. La rivoluzione messicana fa parte, a buon diritto, della schiera di questi “esperimenti” poligenetici, e analogamente agli altri scatenò la furia rabbiosa della persecuzione contro la religione, contro ciò che costituiva l’anima della nazione messicana, il suo tessuto connettivo, il fondamento stesso dell’ordine civile e umano.
Il martirio di una nazione: la rivolta dei Cristeros
In una rivoluzione, in ogni tentativo di esercizio arbitrario e totalitario del potere, è necessario colpire anzitutto la Libertas Ecclesiae. Laddove, infatti, la Chiesa è libera nell’adempimento della sua missione, cioè andare con Cristo incontro agli uomini, laddove c’è libertà per la Chiesa, c’è inevitabilmente libertà per l’uomo. Per questo motivo nel nostro secolo le guerre sono state, soprattutto, guerre contro la religione. Ogni progetto di nuovo ordine e di uomo nuovo è stato impegnato in primo luogo nello sbarazzarsi, ideologicamente e materialmente, dell’ingombrante presenza di chi ha avuto la pretesa di definirsi Via, Verità e Vita.
I Cristeros, dai sacerdoti fino all’ultimo dei volontari, fino al più piccolo, come il ragazzo-martire Josè Del Rio, recentemente canonizzato, come ogni martire per la fede in tutta la storia della Chiesa, erano molto di più che degli avversari politici, dei membri di una fazione avversa al potere di turno: erano dei testimoni di questa Verità – e di questa Via, testimoni per mezzo di una vita intensa, credibile, affascinante, e per questo insopportabile per il nemico.
Nel 1926 il popolo messicano insorse in armi contro questa spietata persecuzione, insorse per difendere le proprie liberà, le proprie chiese e i monasteri, le scuole e gli ospedali. Insorse per difendere i sacerdoti, le religiose, i propri figli.
Furono tre anni di conflitto impari, tra un esercito armato fino ai denti e i guerriglieri, i nuovi vandeani, che erano contadini, impiegati, ragazze e ragazzi, padri di famiglia. Dopo tre anni, i battaglioni dei ribelli, tra i cui comandanti c’era un sacerdote, Padre Reyes Vega, stavano per avere la meglio. Quel pugno di uomini e donne pieni solo del loro coraggio e della loro fede erano divenuti ormai una grande armata, che sembrava spalancare alla nazione messicana, da troppo tempo vittima degli interessi delle varie ambiziose oligarchie, delle prospettive impensabili fino a poco tempo prima: la ricostruzione materiale e soprattutto morale del Paese, il ritorno o meglio ancora il rinnovamento e il rilancio dei valori civili e sociali sui quali il Paese era stato fondato e con i quali avrebbe potuto, nel nuovo secolo, cambiare il corso della storia. Sembrava un sogno, ed infatti era stato deciso che tale restasse.

Capi cristeros con la bandiera messicana sul cui centro campeggia l’effigie della Madonna di Guadalupe
La trappola degli Arreglos: come fu tradita la vittoria
Si era deciso, in potentissime sedi, che era assolutamente fuori luogo vedere nel 1929 al governo di un Paese strategicamente rilevante come il Messico dei personaggi come i Cristeros, anacronistici residuati del Medioevo, con il loro assurdo culto per la regalità di Cristo e la loro idea di società, di politica e di economia.
Fu così che venne ordito un tranello in cui caddero le gerarchie ecclesiastiche e in cui vennero trascinati, loro malgrado, i Cristeros.
Fu la trappola dei cosiddetti Arreglos, gli Accordi. Appena il Presidente della Repubblica messicana Portés Gil cominciò a rilasciare dichiarazioni in materia religiosa vagamente distensive, il Delegato Apostolico, monsignor Leopoldo Ruiz y Flóres, dal suo esilio a New York, manifestò il proposito dell’episcopato messicano di collaborare col governo per la pacificazione del Paese. Erano i primi segnali, da entrambe le parti, per raggiungere una tregua.
Le ragioni non sembravano mancare: gli anni di guerra civile avevano devastato e impoverito il Paese, paralizzato lo sviluppo economico e aumentato il caos al suo interno. L’instabilità del Messico, le turbolenze che si facevano sentire anche sui confini, mossero l’interesse di Washington a esercitare le necessarie pressioni su entrambe le parti in causa per eliminare la dannosa conflittualità messicana.
Artefice principale delle mediazioni fu l’ambasciatore statunitense Dwight Morrow, finanziere appartenente alla J.P. Morgan, il quale aveva patrocinato l’ascesa al potere di Portés Gil, suo pupillo, e che avviò le trattative con una fretta che rivelava abbastanza esplicitamente gli interessi commerciali della mediazione. Il “conto” per il suo intervento fu salato: la modifica dell’articolo 27 della Costituzione, promulgata del 1917 e che negava alle istituzioni religiose il diritto di acquisire, detenere o amministrare beni immobili e tutti i beni ecclesiastici, compresi quelli di scuole e ospedali, che furono dichiarati proprietà nazionale, cedeva per 99 anni lo sfruttamento del sottosuolo messicano a favore delle compagnie di estrazione statunitensi, e l’apertura di una filiale del Banco di New York a Città del Messico.
Emilio Portés Gil, a differenza dei suoi predecessori, era un uomo abile e intelligente, nonché attento ai consigli dei suoi amici statunitensi. Egli inaugurò un nuovo stile di governo, meno chiassoso di quello di chi l’aveva preceduto, evitando lo scontro muro contro muro con la Chiesa, dal momento che gli stessi obiettivi erano raggiungibili con mezzi pubblicamente meno cruenti. D’altra parte, l’intero Paese era stremato, e desiderava la fine degli eccidi e delle miserie, ma anche il ristabilimento della giustizia. Fu proprio questa struggente fame e sete di Verità e Giustizia che il potere ignorò.
La Chiesa messicana trattò la pace, proprio mentre la causa dei Cristeros, che in suo nome avevano combattuto una impossibile battaglia, sembrava prevalere. Nella guerriglia sui monti e nelle foreste l’Esercito dei Liberatori, forte di 50.000 uomini, era diventato invincibile. L’esercito federale aveva subito una storica disfatta nello stato di Jalisco, nella battaglia di Tepatitlán combattuta il 19 aprile 1929. La crisi economica, il consenso popolare largamente dalla parte dei ribelli, l’irriducibilità dell’opposizione pacifica dei cattolici, la testimonianza dei martiri: tutto faceva sembrare vicina la fine del Partito Rivoluzionario al potere.
Se è comprensibile l’atteggiamento di chi cede per non perdere, o per evitare ulteriori sofferenze, incomprensibile è l’atteggiamento di chi cede per non vincere, a meno che, ed è l’ipotesi più benevola verso i vescovi e la diplomazia vaticana, “qualcuno” avesse fatto presente alla Chiesa che la vittoria non sarebbe mai arrivata, nonostante sembrasse vicina, oppure che, anche se conseguita sul campo, non avrebbe potuto tradursi in un progetto di società diversa.
Potrà sembrare una tesi fatalistica e pessimistica, tuttavia è probabile che la vittoria negata ai Cristeros, e tramutatasi in ultima analisi in una sconfitta, fosse la soluzione inevitabile. I Cristeros non vinsero in quanto non era possibile che li si lasciasse vincere, per i motivi sopra descritti. Il gioco in Messico era durato anche troppo: era tempo di rimettere le cose a posto.
La Chiesa tuttavia, e i suoi fedeli l’avrebbero seguita, avrebbe potuto scegliere di resistere a oltranza, anche contro le pressioni, anche andando contro il corso della storia, ma non lo fece, e la scelta, che apparve subito non felice per le immediate conseguenze a carico dei cattolici che deponendo le armi si esposero a un lungo genocidio nascosto, lasciò delle tracce profonde nel cattolicesimo messicano.
Accettare la pace proposta da Portés Gil ebbe la conseguenza di rafforzare il governo, mettendolo al sicuro da eventuali insurrezioni, e significò perpetuare la permanenza al potere per i decenni a venire di quella stessa classe dirigente che aveva ordinato i massacri e le persecuzioni, senza che in essa cambiasse nulla, se non la strategia e le modalità di azione.
L’episcopato messicano fu indotto a credere, erroneamente, di essere nelle stesse condizioni di Gregorio VII a Canossa: come poteva la Chiesa, amante della pace e aliena al potere politico, rifiutare una proposta di pace, di riconciliazione nazionale, che metteva fine a lutti e dolori? Come poteva rifiutare, come Madre di tutti gli uomini, anche se l’offerta veniva da quei figli che avevano ucciso e perseguitato altri suoi figli innocenti? Così la Chiesa messicana accettò l’offerta di Portés Gil.
Le trattative, sotto la mediazione di Morrow, si svolsero nello storico Castello di Chapultepec, ove il 21 giugno 1929 si firmarono i preliminari degli Arreglos, cioè si posero in discussione i termini del compromesso fra lo Stato e la Chiesa che valgono fino ai giorni nostri.
La Santa Sede aveva dato il suo consenso a queste trattative, anch’essa mossa dal desiderio di vedere cessare definitivamente le troppe sofferenze del popolo messicano. Pio XI aveva fornito il suo personale appoggio all’episcopato, autorizzando la ripresa del culto una volta ottenuta la sicura garanzia dell’abrogazione delle leggi settarie. Questa abrogazione non avvenne, ma il compromesso fu raggiunto lo stesso: salvata la forma, si cambiò l’applicazione della legge stessa, che comincio a diventare più “tollerante”.
Così, il 29 giugno 1929, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, le chiese del Messico furono riaperte al culto, le campane tornarono a suonare in tutto il Paese, la Messa si celebrò ovunque, suscitando fervore ed entusiasmo nella popolazione. I Cristeros deposero le armi: sciolsero i battaglioni che per tre anni avevano tenuto testa alle truppe del regime e tornarono ai loro villaggi e alle loro città.
Il ritorno (provvisorio) della pace non attenuava nei loro cuori l’amarezza per la mancata vittoria: i nemici di sempre rimanevano ai loro posti di comando, e la tregua, così frettolosamente raggiunta in quel fatidico 1929 anno del crollo della Borsa di Wall Street e l’inizio della grande recessione economica, sapeva troppo di compromesso in nome del petrolio e degli affari.
La resa e la memoria ritrovata
In pratica la Costituzione venne fatta accettare, nella lettera e nello spirito, all’episcopato che nel 1926 l’aveva decisamente rifiutata. Molti esponenti dei Cristeros si sentivano presi in giro: non era stato firmato un accordo, ma una resa. Portés Gil aveva semplicemente concesso la libertà di partecipare alla Messa e di insegnare il catechismo: un po’ poco per chi, in nome della libertà religiosa, aveva sacrificato la famiglia, i beni, la propria vita. Né d’altra parte cessarono del tutto, dopo il 21 giugno, le sanzioni contro sacerdoti troppo “zelanti”: tre vescovi – di Guadalajara, di Durango e di Huejutla – furono espulsi dal Messico.
Numerosi membri del clero o laici noti per il loro impegno anti-governativo vennero esiliati. Peggio ancora: molti dei soldati di Cristo Re, per i quali erano state pattuite garanzie di amnistia, appena deposte le armi vennero arrestati e fucilati. Non pochi paesi che avevano dato loro ospitalità vennero saccheggiati e i sacerdoti ritornati nelle loro parrocchie divennero bersagli della mai sopita ostilità nei loro confronti.
La Chiesa riottenne la libertà, ma si trattò di una libertà vigilata.
Portes Gil poteva dichiarare trionfante ai fratelli massoni di essere riuscito finalmente a sottomettere alle leggi la Chiesa. Il governo radicale non aveva rinunciato a niente della sua Costituzione, già ritenuta dai cattolici iniqua e tirannica, e il maggiore pericolo per il regime, rappresentato dall’Esercito dei Liberatori, era scomparso, avendo i Cristeros generosamente deposte le armi su invito della Chiesa, della quale essi erano stati i difensori e i paladini.
Fu così che i Cristeros si avviarono a una terribile fine: negli anni a seguire furono migliaia gli uccisi, non più sul campo di battaglia, ma in agguati e imboscate. Furono migliaia le esecuzioni sommarie.
La Chiesa era stata chiamata dallo Stato a rimuovere ogni residuo pericolo di “fanatismo”, in cambio di una mal tollerata sopravvivenza.
L’epopea della Cristiada venne dimenticata, fino a quando, durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, vennero portate a termine le cause di beatificazione e canonizzazione di diversi martiri, tra cui il giovane gesuita padre Miguel Augustín Pro.
Cominciò così a riaffiorare questa storia tragica e commovente, e la testimonianza di chi aveva difeso la fede cristiana e guadalupana del Messico.
Bibliografia:
Paolo Gulisano, Cristeros!, Editrice Il Cerchio, Rimini 1996.
Mario Iannacone, Cristiada, Lindau, Torino 2016.