Pubblichiamo un colloquio con Chiara Curti sulla sua recente uscita per Edizioni Ares, Gaudí Vivo.
Chiara Curti è un’architetto di origini milanesi, ma vive in Spagna dal 1999. Dal 2015 è docente presso la Facoltà Antoni Gaudí di Barcellona e ha pubblicato già due titoli su Gaudí, oltre a essere autrice del numero speciale di National Geographic dedicato all’architetto spagnolo. Scrive regolarmente nelle pagine culturali de L’Osservatore Romano e nel 2025 è stata insignita dal Presidente della Repubblica italiana del titolo di Ufficiale dell’Ordine della Stella d’Italia.
Al Meeting di rimini 2026 terrà con Marco Bersanelli, Jordi Faulí e Andrea Mastrovito l’incontro “La Sagrada Familia: pietra viva nel tempo”, sabato 22 agosto, e l’incontro “La bellezza e la ricerca di senso nel mondo” lunedì 24 agosto.

Gaudí ha vissuto una vita di povertà per scelta, ma le sue opere sono tutt’altro che povere. Come si spiega questo contrasto?
Gaudí, in diverse occasioni, distingue la povertà dalla miseria. La sua è una povertà nel senso francescano: non negazione della bellezza, ma rinuncia a una bellezza fine a se stessa.
Nelle sue opere tutto è carico di significato; nulla è pura decorazione. Più che di povertà, parlerei quindi di spogliazione. Gaudí spoglia l’architettura da ciò che è superfluo per renderla bella, a imitazione di ciò che osserva nella creazione.
Amava definirsi «collaboratore del Creatore». Quando qualcuno adoperava la parola natura per spiegare la sua opera, egli lo correggeva e chiedeva che si parlasse di creazione: una parola che rimanda sempre a un Creatore.
In un tempo minacciato dalla “sindrome di Babele”, alla Sagrada Família giunge a compimento il suo vertice, la torre di Gesù Cristo. Che cosa ne direbbe il suo geniale costruttore?
Non possiamo sapere che cosa avrebbe detto Gaudí. Possiamo però ricordare due momenti che sono storicamente documentati. .
Nel novembre del 1925, quando vide per la prima volta compiuta la torre di san Barnaba, ne fu tanto felice da trascorrere la giornata raccontando a quanti incontrava le parole dell’uomo incaricato di caricare gli orologi, un lavoro allora necessario. Quell’uomo gli aveva detto, in catalano, che il pinnacolo “feia goig”: era bello da vedere, riempiva di gioia il cuore.
Sappiamo inoltre che Gaudí lasciò un progetto che considerava ispirato, pur essendo pienamente consapevole che sarebbero stati altri a portarlo a termine. Anche questo fu un gesto di spogliazione: la rinuncia a considerare l’opera come un possesso personale.
Per questo credo che oggi sarebbe contento. Gaudí si era posto nella condizione del lavoratore, dell’architetto di Dio, fedele alla semplicità del proprio compito. Ma soprattutto era un uomo lieto di appartenere a una relazione che lo precedeva e che avrebbe permesso a chi avrebbe continuato la Sagrada Familia dopo di lui di restaurare, generazione dopo generazone.
Perché il titolo Gaudí vivo?
Raccontare un personaggio storico non significa soltanto ricostruire ciò che ha fatto. Significa mettere in gioco la nostra relazione con lui.
Il libro tenta di porre l’accento su una decisione radicale di Gaudí: non rimanere nella storia soltanto come un genio — perché il genio non fu un merito conquistato — ma attraverso il modo in cui visse. La sua opera divenne così una sorta di autoritratto della sua vita.
Non volevo presentare un Gaudí trasformato in monumento, distante e intoccabile; ma neppure ridurlo a una figura banale o domestica. Ho cercato un uomo con il quale fosse ancora possibile dialogare.
Per questo ho immaginato un libro nel quale ogni lettore potesse incontrare un Gaudí amico, un Gaudí vicino, un Gaudí vivo.
4/08/2026