Eletto membro della Corte costituzionale nel 2002, Ugo De Siervo ne è stato nominato Vicepresidente nel febbraio 2009 e poi eletto Presidente nel dicembre 2010. Al termine del mandato, gli è stato conferito il titolo di Presidente emerito della Corte. Professore ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Firenze fino al 2011, dal 1997 al 2001 è stato componente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali. Il suo fondamentale Diritto costituzionale e pubblico (Giappichelli), scritto in collaborazione con Paolo Caretti, ha avuto a oggi nove edizioni.

Quirinale, Roma, Ugo De Siervo neoeletto presidente della Corte costituzionale in visita di cortesia, 10 dicembre 2010. www.quirinale.it
Già nelle Idee ricostruttive della Democrazia cristiana, uno dei primissimi documenti della Dc clandestina, elaborato dal 1942 e diffuso dall’anno seguente, troviamo un preciso riferimento alla necessaria prossima stagione costituente: «Il regime di violenza ha investito così a fondo le stesse basi costitutive dello Stato da rendere necessaria la sua ricostruzione con nuove leggi fondamentali».
In effetti il nostro Paese, in profondissima crisi, appariva tragicamente carente di efficaci regole condivise, dopo l’esperienza della grande debolezza dello Statuto albertino dinanzi ai grandi eventi del Risorgimento e della unificazione nazionale, mentre nel Paese si manifestavano continue e importantissime trasformazioni economico-sociali; ciò prima ancora che l’avvento del fascismo distruggesse le deboli garanzie liberali esistenti e istituisse un regime palesemente illiberale, se non totalitario, operante in uno Stato comunque divenuto assai più sviluppato e complesso.
Con la sconfitta militare nella Seconda guerra mondiale e la caduta del regime fascista, lo stesso Statuto era stato definitivamente distrutto, essendosi proceduto nel luglio 1943 allo scioglimento della Camera dei fasci e delle corporazioni e del partito unico, mentre le dure condizioni armistiziali avevano inciso molto sulla sovranità nazionale e originato il Governo militare alleato, dotato di poteri assolutamente decisivi.
La stessa faticosa creazione dei Governi italiani provvisori, espressivi del Comitato di liberazione nazionale, in un regime di temporaneo compromesso sulla questione monarchica, portava alla prima Costituzione provvisoria (il decreto 151/1944), con la previsione che, terminata la guerra, si sarebbe proceduto a «deliberare la nuova Costituzione dello Stato» mediante un’apposita Assemblea costituente.
In questo contesto, caratterizzato ormai dai governi espressivi dei partiti del Cln e dalla Luogotenenza regia, sotto il pieno controllo del Governo militare alleato, cominciano ad apparire organi in certa misura rappresentativi (si pensi alla Consulta nazionale), nonché a essere ipotizzate le prime progettazioni della nuova Costituzione democratica: in particolare si pensi al lavoro delle due Commissioni Forti presso i governi allora in carica e poi alla creazione del ministero per la Costituente.
La nuova classe dirigente del cattolicesimo democratico
In questa fase appare eccezionalmente impegnato l’ambiente del cattolicesimo democratico, che già prima della crisi del regime fascista aveva dato prova con il famoso convegno di Camaldoli dell’esistenza di un ampio lavoro svolto nel mondo cattolico anche negli anni precedenti alla guerra (cfr in particolare Il Codice di Camaldoli, a cura di Torresi, Studium ed., Roma 2024). Un lavoro successivamente molto sviluppato con la XIX settimana sociale dei cattolici italiani (i cui atti furono subito pubblicati: Costituzione e costituente, Icas, Roma 1946), e poi con molte iniziative editoriali della Dc (in particolare si pensi alle molteplici iniziative promosse dalla Spes della Dc, allora diretta da Dossetti) sulla base di un deciso impegno di parte delle organizzazioni cattoliche e un vasto coinvolgimento di giuristi e accademici, tutti ben consapevoli del grande valore storico dell’occasione di dotare il Paese infine di una moderna Costituzione democratica.
Già qui si può notare una rilevante tipicità fra le diverse forze politiche di maggior consistenza: mentre l’approccio alle progettazioni istituzionali dei grandi partiti di ispirazione marxista si limita a considerazioni essenzialmente politiche e ideologiche, se non alla mera imitazione di alcune esperienze storiche che avevano visto come protagonisti i partiti di ispirazione marxista, i democristiani puntano molto sulle moderne progettazioni di ordinamenti democratici quali criticamente considerate da un gruppo significativo di giuristi e di intellettuali.
Di ciò si ha una vistosa prova nella stessa selezione del personale impegnato prima negli studi preliminari alla Costituente e poi selezionato per formare il gruppo democristiano nell’Assemblea costituente e per comporre una sua rappresentanza molto qualificata nei diversi organi interni alla Costituente. Ciò mentre i movimenti politici liberaldemocratici, di antica tradizione ma assai meno consistenti sul piano quantitativo, riuscivano a selezionare gruppi molto più ridotti di esperti sui temi delle moderne democrazie.
Evidentemente il problema non era però risolto solo in tal modo, dal momento che anzitutto erano dubbie le premesse per riuscire a rappresentare in modo adeguato la tradizione del cattolicesimo democratico facendone scaturire così una piena autorevolezza nel confronto, certo non facile, con le altre forze costituenti.
Qui però si registrò una progressiva forte affermazione della moderna cultura istituzionale della nuova classe dirigente espressiva del cattolicesimo democratico rispetto alla precedente tradizione istituzionale del cattolicesimo italiano, se non al peso dei residui “interessi cattolici”.
Basta riferirsi alle sofferte opinioni di De Gasperi sulla necessaria mediazione da conseguire con coloro che condividono le scelte democratiche di fondo, ma anche alla ricchezza delle proposte di Mortati, di Tosato, di Ambrosini, di La Pira, di Fanfani, solo per ricordarne alcuni (più analiticamente ci si può riferire ad Antonetti, De Siervo, Malgeri, I cattolici democratici e la Costituzione, Rubbettino ed., Soveria Mannelli 2017, nonché alle recenti edizioni nazionali delle opere sui temi costituenti di Giorgio La Pira nel 2019 e di Aldo Moro nel 2022).
Un confronto non sempre semplice anche in riferimento alle alquanto diverse progettazioni operate negli ambienti vaticani e in alcuni settori dell’Azione cattolica anche al di là della piena tutela dei Patti lateranensi (per tutti: Casella, Cattolici e Costituente, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1987; Sale, Il Vaticano e la Costituzione, Jaca Book, Milano 2008; Occhetta, Le radici della democrazia, Jaca Book, Milano 2012).
Un confronto dal quale però si uscì con la netta prevalenza delle ipotesi riformiste praticate in alcune delle esperienze democratiche novecentesche e accettate da parte dei movimenti del cattolicesimo democratico europeo: accanto al moderno recupero dei valori personalisti e comunitari tipici del neotomismo conversero, per esempio, le esperienze europee studiate da De Gasperi e quelle anglosassoni ormai ben conosciute da Sturzo, gli stimoli derivanti dai filosofi personalisti e dal dibattito costituente francese, le più moderne e migliori progettazioni del costituzionalismo democratico europeo, la necessità di garantire in modo stabile i diritti umani e anche il più largo sviluppo dei diritti sociali.
Non a caso il giovane Aldo Moro, impegnatissimo nei lavori costituenti, scrive della necessità di escludere uno «Stato debole, inconsistente, incolore» per optare per «uno Stato forte e serio»: «il vincolo sociale in cui lo Stato si risolve e che costituisce la sua ragione di essere è, o può essere, cosa talmente importante, talmente decisiva per l’uomo, che i tipici mezzi della giustizia forte, quelli storicamente più efficaci, debbono essere adoperati con ogni impegno, perché sorga con l’immancabile aiuto di uno Stato forte e serio una società sana e operosa».
D’altra parte, già in vari scritti degli anni Trenta, don Sturzo, che in precedenza aveva pur tanto criticato l’acritica espansione degli Stati liberali, aveva riconosciuto che alcuni fra questi erano riusciti a conseguire molto apprezzabili risultati positivi nel superamento di importanti problemi sociali, fino ad allora irrisolti.
La “Commissione dei 75”
Era però tutt’altro che facile riuscire a compiere la nuova fondazione costituzionale nella situazione di allora: si era appena usciti dalla guerra, con tutti i suoi drammi e le enormi distruzioni, e dopo vent’anni di regime a partito unico era emerso un vivacissimo pluralismo politico, rappresentativo delle tante spaccature del giovane Paese (allora unificato da neppure un secolo): antifascisti e filo fascisti, monarchici e repubblicani, cattolici e laicisti, conservatori, moderati e rivoluzionari, settentrionali e meridionali.
Il tutto in un Paese povero e ancora basato su un’economia prevalentemente agraria, privo di servizi sociali minimamente adeguati; tutto ciò mentre crescevano vistosamente le contrapposizioni politiche e ideologiche derivanti anche dalle vistose divaricazioni fra i diversi Stati vincitori della guerra mondiale.
Fortunatamente la buona qualità dei vertici delle diverse forze politiche antifasciste, e forse la loro stessa sostanziale prudenza, se non saggezza, al di là delle fortissime passioni politiche di quella fase, permise di andare oltre alle maggiori difficoltà, superando tutti gli ostacoli e anche tante vivacissime polemiche derivanti dalle storiche contrapposizioni.
Si pensi, per esempio, al fatto che – diversamente da come si era fatto da poco in Francia – nessun partito osò presentare un proprio progetto di Costituzione, iniziativa che avrebbe senza dubbio irrigidito molto i rapporti fra le diverse forze politiche: si è proceduto, invece, a far elaborare il progetto di Costituzione da una apposita Commissione della Costituente, la cosiddetta “Commissione dei 75”, rappresentativa di tutti i gruppi politici, poi da discutere e da approvare da parte dell’Assemblea plenaria della Costituente.

L’Assmbelea costituente
Ovviamente pesarono molto i risultati elettorali, che registrarono la forte preminenza dei cosiddetti “partiti di massa”: circa tre quarti dei costituenti appartenevano alla Dc, allo Psiup e al Pci, mentre tutti gli altri partiti ebbero risultati assai più modesti, malgrado alcune notevoli personalità che vi aderivano: per esempio, la stessa presidenza della “Commissione dei 75” fu affidata a Meuccio Ruini, anziano esponente di un partito della tradizione riformista e laica. Per di più le violente tensioni interne e internazionali erano tali da portare alla rapida scissione di alcuni partiti (fra cui i socialisti e gli azionisti), mentre era dubbia la stessa qualità professionale di molti rappresentanti popolari eletti alla Costituente.
Il lavoro costituente si caratterizzò abbastanza rapidamente attraverso accordi di alto valore, per lo più imitativi delle moderne democrazie europee, e non poco impegnativi.
Anzitutto la nuova Costituzione doveva essere precisa e adeguatamente analitica: riferendoci a un famoso intervento di Moro alla Costituente, le nuove Costituzioni devono essere quanto più precise nella rappresentazione delle nuove istituzioni democratiche e anche nell’indicazione dei valori accomunanti (a cominciare dall’antifascismo) e degli obiettivi da conseguire. Infatti,
«la Costituzione racchiude le intuizioni e gli orientamenti dominanti di un popolo in relazione a tutti, si può dire, i valori umani, esprime un costume morale, indica le grandi certezze sulle quali è fondata quella convivenza che ha nella Costituzione il suo fondamento».
Ciò tanto più perché le Costituzioni nascono «in un momento di agitazione e di emozione. Quando vi sono scontri di interessi e di intuizioni, nei momenti duri e tragici, nascono le Costituzioni, e portano di questa lotta dalla quale emergono il segno caratteristico». In altre parole, non ci si poteva rifugiare nel qualunquista obiettivo di una Costituzione generica o “scheletrica”.
Naturalmente scelte del genere moltiplicavano la necessità di un serio impegno per riuscire a conseguire un’intesa fra tutte le forze costituenti, malgrado la divaricazione delle originarie proposte, naturalmente molto differenziate sulla base delle tanto diverse idealità e storie politiche dei diversi movimenti. Ciò tanto più in quanto era ormai condivisa, all’inizio magari anche solo in modo implicito, la scelta per una Costituzione non flessibile ma rigida, per di più garantita anche dalla presenza di un organo di giustizia costituzionale.
La necessità di un largo consenso
Qui si manifesta la straordinaria capacità del gruppo dei costituenti democristiani di selezionare in modo efficace le diverse proposte costituzionali in modo da contribuire alla formazione di una larga base di consenso anzitutto fra i maggiori partiti, naturalmente coinvolti dal tentativo di edificare un moderno Stato democratico e sociale, sulla base delle migliori esperienze altrove sperimentate: nella tutela delle fondamentali posizioni soggettive contò enormemente il confronto di Mortati e di La Pira con Basso e con Calamandrei; sui diritti sociali operavano Fanfani e Taviani, oltre Dossetti; sulla piena funzionalità e sull’assetto dei poteri centrali e periferici operavano Mortati, Tosato, Piccioni, Ambrosini. Particolarmente difficile fu – come ben noto – il conseguimento di un’intesa sul tema particolarmente delicato del recepimento dei Patti lateranensi (cfr Ugo Finetti, L’articolo 7 e il “clima di lavoro” della Costituente, a p. 29 di questo fascicolo), là dove si impegnò a fondo Dossetti, molto pressato dal Vaticano, anche per la presenza di molteplici interventi in materia di tutti i gruppi dell’Assemblea costituente.
Anzi il conseguimento di non poche convergenze dei democristiani e dei partiti della sinistra sulla prima parte della Costituzione (princìpi fondamentali e diritti individuali e collettivi), con il conseguente timore per lo schieramento laicista di un troppo forte spazio riconosciuto alle proposte provenienti dal mondo cattolico democratico, contribuì probabilmente a rendere meno agevoli alcuni successivi confronti in materia istituzionale: penso, per esempio, ai faticosi compromessi finali in materia regionale, al rifiuto di recepire le proposte di riforma del Senato, alle stesse prolungate difficoltà a disciplinare la Corte costituzionale.
D’altra parte, l’aggravamento delle vicende politiche internazionali e alcune gravi crisi in alcuni Paesi europei, con la conseguente contrapposizione sempre più dura fra i partiti del Cln, spingeva verso prudenti limitazioni nell’adozione di alcune innovazioni, specialmente se incidenti sull’assetto politico, mentre cominciavano a farsi largo nei partiti alcune critiche contro le “illusioni costituzionali” che avrebbero colpito almeno alcuni dei più impegnati costituenti.
Fortunatamente il punto di arrivo del confronto costituente restò largamente dominato dallo spirito unitario, cresciuto nei duri anni del fascismo e reso necessario dall’importanza storica dell’obiettivo da conseguire di una Costituzione infine capace di unire il Paese e di dotarlo di un moderno e soddisfacente ordinamento democratico: estremamente significativo mi sembra che infine il testo costituzionale, malgrado tutti i lunghi e animosi dibattiti (che vi furono in abbondanza) e anche qualche insoddisfazione di ogni forza politica, sia stato infine adottato nel dicembre 1947 con una larghissima maggioranza di circa il 90% dei costituenti.

Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira.
Uno strumento storicamente adeguato
Se rileggiamo il giudizio finale di Giorgio La Pira sul testo costituzionale, troviamo un giudizio decisamente positivo malgrado qualche incoerenza e sovrabbondanza:
«La Costituzione si presenta come uno strumento giuridico storicamente adeguato, cioè proporzionato a quella costituzione di un ordine sociale nuovo al quale dovrà tendere, con tutte le sue energie, il Parlamento futuro».
A distanza ormai di moltissimi anni da allora e malgrado tanti ritardi e anche qualche indubbia delusione, non può negarsi che questo testo costituzionale si sia dimostrato sostanzialmente adeguato e vitale, permettendo di guidare il Paese in una lunga fase di straordinarie trasformazioni politiche, sociali ed economiche, superando non solo le naturali contrapposizioni esistenti in una società libera, ma anche i momenti di più acuta conflittualità che pure si sono manifestati. Anzi, in momenti particolarmente difficili per le risposte inadeguate delle classi politiche o per il manifestarsi di fenomeni degenerativi e violenti, ci si è resi conto che lentamente i princìpi e i valori costituzionali erano riusciti a divenire patrimonio largamente comune.
Ciò ovviamente non significa affatto che la stessa Costituzione sia stata sempre e sia tuttora al sicuro, specie dinanzi a profonde trasformazioni culturali e sociali che possano esporre a rischio alcuni essenziali valori, presupposti in realtà dal costituzionalismo democratico (per esempio, il sostanziale rispetto per le persone, il rifiuto della violenza, la solidarietà sociale) o essere pericolosamente erosi da classi politiche degradate o da nuovi pericolosi gruppi di pressione.
Proprio Aldo Moro nel 1948, dopo aver definito la nostra costituzione «rigidamente democratica e arditamente sociale», ha scritto su Studium che
«tutte le leggi sono affidate per la loro attuazione alle forze sociali e alla coscienza morale dei popoli, sicché un orientamento di solidarietà e di serietà che sia dato una volta in una fortunata congiuntura storica ha da essere conservato e rafforzato dalla vigilanza delle forze sociali che lo hanno espresso da sé e dalla permanente validità della coscienza morale della società tutta».
La nuova sfida dei valori in crisi
Proprio le complesse vicende politiche ed economiche del Dopoguerra hanno spesso ritardato le molte riforme sociali richieste dalla costruzione di democrazie moderne o hanno anche ridotto molte forme di solidarietà sociali, a cominciare dalla mancata adeguata partecipazione politica (dentro e fuori i partiti), fino a diffondere alcune gravi crisi etiche dinanzi al manifestarsi di vecchi e nuovi fenomeni nelle diverse realtà sociali – basti pensare al degrado della vita associativa nei partiti o a molti atteggiamenti assunti verso le migrazioni.
Al tempo stesso, siamo in una profonda crisi di fiducia nelle prospettive di pacifica convivenza nelle relazioni internazionali; malgrado i drammi gravissimi prodotti, si sono diffusi fenomeni come la quasi “normale” utilizzazione nelle più diverse aree territoriali degli strumenti bellici (guerre che non si riesce neppure a interrompere o a ridurre, malgrado le tante stragi documentate). Guerre che per di più sono spesso il prodotto di nuovi imperialismi, mentre in parallelo si arriva a rifiutare larga parte delle esistenti normative internazionali che avevano tentato di ridurre gli aspetti peggiori del dominio sui deboli.
Occorre quindi, purtroppo, prendere atto che sembrano avere esaurito la loro forza di trasformazione i grandi valori democratici e le rinnovate regole di convivenza internazionale che erano stati elaborati al termine della Seconda guerra mondiale e che si erano anche affermati negli anni successivi, caratterizzati dalla ricostruzione economica e sociale e dallo sviluppo dei processi di decolonizzazione. Sembrano essere entrati in crisi molti valori del costituzionalismo democratico e del pacifismo, che pure per molti anni hanno contribuito a produrre il rispetto della sovranità di tutti i Paesi e quindi anche la decolonizzazione e la pur faticosa affermazione dei diritti contenuti nella Carta dei diritti dell’Onu.
Evidentemente alcuni limiti del Dopoguerra, in riferimento al mancato smantellamento del primato militare delle “grandi potenze” e al permanere di vari privilegi nell’economia e nelle relazioni internazionali, hanno contribuito a far ricostruire un sistema internazionale poco egualitario (basti ripensare alle fatiche per uscire dal colonialismo) e fondato su sistemi ancora caratterizzati dal netto primato militare di alcuni.
Infine, è stato decisivo l’enorme sviluppo tecnologico ed economico che si è sviluppato negli ultimi decenni, che se ha contribuito alla vasta diffusione del benessere, ha però condotto all’affermarsi di potentissimi soggetti economici, alla creazione di nuovi pervasivi strumenti di documentazione e trasmissione, allo sviluppo di un’incontrollata mondializzazione del commercio, al conseguente dominio di un aggressivo capitalismo.
E ciò ovunque: sia nei Paesi occidentali che in quelli orientali, nel Sud come nel Nord del mondo, si sono moltiplicati in modo vistoso i casi clamorosi di rapidi e spropositati ricavi economici di enormi aziende, con anche conseguenti notevolissimi arricchimenti personali dei loro dirigenti.
Da tutto ciò anche gravi effetti negativi nelle grandi masse della popolazione, pur coinvolte nello sviluppo economico e sociale, ma spesso poste in situazioni di grande difficoltà e di diseguaglianza, a causa del notevole svuotamento di alcuni valori fondamentali delle democrazie e del riemergere tumultuoso di spinte individualistiche e di gravi disvalori che si credevano scomparsi.
Non solo si è dimostrata lenta e difficile l’attuazione del rinnovamento a livello internazionale e nazionale, ma alle profonde trasformazioni sociali ed economiche hanno corrisposto anche diffusi mutamenti culturali e forti cadute etiche nei soggetti individuali e collettivi, con perfino l’emergere di deprecabili forme di egoismo sociale e di insensibilità verso i nuovi soggetti deboli. Basta riferirsi alla palese e diffusissima incapacità di contenere e possibilmente di governare a livello internazionale i grandi fenomeni migratori.
Infine, occorre farsi carico degli effetti negativi prodotti dalla grande complessità organizzativa delle istituzioni pubbliche, spesso malate di gigantismo e poco efficaci, mentre il processo di mondializzazione dell’economia rende meno trasparente e controllabile il funzionamento delle istituzioni, appannando le responsabilità delle diverse classi dirigenti.
Anzi, il diffondersi di concezioni fortemente individualistiche in parallelo con la crisi di non pochi soggetti del pluralismo sociale, nonché la diffusa caduta di regole etiche nei diversi soggetti coinvolti rischia di danneggiare non poco il funzionamento delle istituzioni democratiche, considerando pure i grandissimi poteri, pubblici e privati, che sono incisi dalle diverse politiche.
Serve un nuovo impegno
Dinanzi a tutto ciò, è naturale, e anzi doveroso, un rinnovato intenso impegno di tutti per ridurre i fenomeni degenerativi accennati. In particolare, non possono sottrarsi i cattolici democratici, autori primari del patto costituzionale, che merita ancora – malgrado gli anni trascorsi e anche alcuni errori compiuti – un impegno adeguato al valore storico di quelle vicende costituenti.
Al momento attuale probabilmente non esistono proposte alternative di nuovi ordinamenti democratici e formule di per sé capaci di dotare gli Stati e le organizzazioni internazionali della capacità di rivitalizzare i grandi e positivi valori che hanno caratterizzato tante costituzioni democratiche e tante organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Onu e dall’Ue. Potrebbe essere però sufficiente un sincero impegno a recuperare questi fondamentali valori, secondo quanto ormai più volte affermato e proposto da tanti atti e documenti della Chiesa al fine di garantire alle fasce sociali più deboli una prospettiva di tutela e di crescita.
Proprio in un recentissimo documento l’attuale Pontefice ha molto ben sintetizzato anche il valore delle Costituzioni nella tutela dei più deboli (Papa Leone XIV, Dilexi te. Esortazione apostolica sull’amore verso i poveri, con introduzione di Matteo Maria Zuppi, Ave 2025) sulla base di quanto ormai da molti decenni hanno continuamente affermato i Pontefici e gli organi rappresentativi delle Chiese nazionali.
Forse il recupero della forza dei patti costituenti del dopoguerra dipende quindi ancora in larga parte dall’impegno responsabile dei cattolici democratici.