Il libro, ogni libro, ha una struttura che specie nella sua forma finale acquista eloquenza ed evidenza da tanti elementi diversi. A cominciare dal titolo, che, come Umberto Eco nella sua Postilla al nome della rosa scriveva, deve «imbrigliare le idee, non imbrogliarle».
Come dire che il suo enunciato deve farsi specchio dell’opera, concentrando su di sé l’attenzione del lettore con discrezione, per dettagli minimi, senza essere immediatamente referenziale: suggerendo più che spiegando, prediligendo l’ambiguità piuttosto che una esplicita referenzialità.

Curzia Ferrari (2017), foto di Piero Lotito
Nel sistema della poesia di Curzia Ferrari l’invenzione del titolo nella sua semantica risponde proprio a questa strategia, quella di indirizzare attraverso un insieme di petits riens verso un tutto (come ci insegna soprattutto in Seuils, “Soglie”, Gérard Genette), da cui a specchio si riverbera una luce pienamente significativa solo se convenientemente contestualizzata.
I titoli come mappa di un’esistenza
Rileggiamoli: La Giornata provvisoria (1964), Il tallone di Achille (1984), Magnificat (1996), Fondotinta (2006), Lucertola (2011), Pietra (2013), Semaforo rosso (2016) e infine il riassuntivo Le stagioni della lucertola, che contiene, assieme a un’ampia scelta dalle raccolte precedenti, anche un consistente numero di inediti (tra cui L’autunno della metratura, 2020).
Cosa dicono, questi titoli, nella loro scansione e distribuzione? Rivelano la visione di una vita ben compresa delle sue responsabilità, esistenziali e morali, di uno stare sempre all’altezza delle attese, sull’asse di un «tempo» che procede verso l«autunno», stagione non del tramonto ma auspicabilmente dei frutti.
Con due doverose, preliminari considerazioni: la prima, suggerita da un giudizio critico di Salvatore Quasimodo, riferito al linguaggio della raccolta inaugurale di tutta la serie, ossia La giornata provvisoria, che a posteriori appare quanto mai profetico; la seconda, dalla metafora, quanto mai significativa, data la sua insistenza, ossia la «lucertola», che molto dice della concezione che Curzia ha della poesia.
Il poeta, già Premio Nobel per la Letteratura, al margine dell’opera annotava testualmente: «Un linguaggio senza precipizi ma contemporaneo». Un linguaggio che, proprio perché «contemporaneo», col tempo, non ha temuto di farsi progressivamente più duro, di sfidare anche i «precipizi», la frammentazione e le tensioni del postmoderno, calandosi nell’accelerazione delle immagini che si accavallano in sequenze talvolta perfino immaginiste, per lasciare spazio alla presenza talvolta spigolosa degli oggetti, eletti a emblemi, a correlativi oggettivi di una condizione esistenziale, su una scena inquietamente metropolitana, lombarda, ancorché attraversata e ingentilita non di rado da presenze animali e vegetali.
In quanto alla «lucertola», il rettile, «piccolo grinzoso / antico iguana», eponimo, oltre che della raccolta del 2001, di tutta quanta la sua poesia (Le stagioni della lucertola, 2022), sembra eletto da Curzia a totemico animale guida, nella sua ambivalenza di emblema di morte e rinascita, di fredda terrestrità ma anche di ricerca di Luce, di calore. Metafora della poesia, dunque: a livello concettuale, ma anche formale ed espressivo, come ha notato in una recensione Eloisa Guarracino.
Come risorge, la lucertola-poesia, nell’atto di negarsi, dichiarando l’incapacità a voler vivere («Vorrei svanire… morire», dice in Parole), esposta com’è a un gelido vento di morte nel deserto che si sfolla di cose e visi (di «tutti gli scomparsi della vita»), così «veloce e silenziosa» impone oltre la «precarietà» del tempo la sua enigmatica forma di «mostro», fasciato nel suo «camice di squame»: come dire, figura di un’arcigna esigenza di maschera per rendersi gelosamente «inaccessibile» nella sua apparenza (Dieci volte in un giorno).
E al tempo stesso, paradossalmente, per mostrare, rendendoli imprendibili, vicende, luoghi e figure, sottraendoli a meschine curiosità per farli essere solo quel che sono, oggettive metafore della condizione umana.
Un’etica della misura, raccolta per raccolta
Mi pare che questo atteggiamento lo si possa leggere fin dal primo titolo, La giornata provvisoria, che la coscienza del carattere effimero del quotidiano la inscrive in una prospettiva, solo apparentemente paradossale, di speranza e di fede, tra il vivi l’attimo (l’oraziano carpe diem) e l’invito di un’antica ma sempre valida regola di spiritualità age quod agis (fai quello che stai facendo), corrispondendo all’invito a una vita vitalis, una «vita meritevole e degna di essere vissuta», attimo per attimo nella sua preziosa irripetibilità, per dirla con il poeta latino Ennio, nel segno di una «misura» (Curzia la chiama anche «Metratura») che significa impegno a riconoscere che l’importante è fare una cosa bene in sé, con l’aggiunta, se si vuole, del rispetto di ciò che diceva il monito delfico Mηδὲν ἄγαν (in latino Ne quid nimis, nulla di troppo, senza esagerare).
È in ossequio a questo stile, una vera e propria etica, che si giustificano e comprendono tutti gli altri titoli: dalle Canzoni della porta socchiusa con la loro esigenza di spiare e andare oltre «la fiacca abitudine della vita» facendo riconoscere che «ogni giorno vale la vita» e che ogni attesa e «domanda» è lecita e «attende una risposta» (in Tu sai perché ho voluto); al Tallone d’Achille con la sua fede nella «poesia in prima persona», che si traduce essenzialmente, come dice Carlo Bo, in «amore versato nell’intelligenza della cronaca», sapendo chiamare «fratello» il Tempo (in Mio fratello il tempo); a Fondotinta con la determinazione a rompere «le croste del privato e del deprivato» (in Versi), a smascherare «la raffinata non-verità» del teatro quotidiano (in Lo sgomento viene), evocata anche più avanti in un verso della raccolta Lucertola (Sono stanca di teatro) per giungere a quella misura di verità, tellurica e incodificabile, che oltre ogni «artificio” esplicitamente è evocata senza imbarazzo almeno quindici volte nei testi del libro col nome «cuore», l’unico in grado di «limitare il tempo» e dare ancora sangue attraverso la scrittura alle «pagine estreme della vita» (in Cartucce in esaurimento); a Lucertola, dove la Vita è evocata come esperienza di adesione e insieme di distanziamento, non diversamente dall’animale totemico evocato dal titolo, dalla «lucertola», che, «chiusa nel camice delle sue squame», aderisce alla terra e «cammina sulle mani» alla ricerca del sole, come Lei, l’Autrice, tesa verso un ristoro, un caldo balsamo di salvezza, nel far camminare le parole attraverso la scrittura, che è fuga dalle oscurità del tempo; a Pietra, con la sua ambigua esemplarità, divisa com’è tra emblema di indifferenza, freddezza, solitudine, quale leggiamo in conclusione del testo eponimo («Le mie lacrime / le asciugo nel buio, in un lenzuolo di pietra») e l’idea insieme di morte e di immortalità, come punto di alchemica rinascita e lenta metamorfosi della sua refrattaria e inerte materia in oro, sull’impulso di un’ansia di spoliazione e purificazione, al calore delle viscere oscure della terra, alla forza della Parola come lievito di un passato che reclama di «farsi lingua»; fino a Semaforo rosso, dove si avverte che la Vita, quello che nell’inaugurale Giornata provvisoria era considerato momento «neutro», da occupare e riempire, è diventato col tempo uno «spazio» sempre più angusto e ridotto, spazzato drammaticamente dal «vento della transitorietà» (in Scheggiature), che col suo pericoloso avanzare impone un alt perentorio, scritto in segni ammonitori inequivocabili: dalla freddezza della solitudine, da esorcizzare nel dialogo con un Tu che sfugge ma che pure è duramente invocato, al timore che «il conto» non torni e all’«odio per la commedia», per l’infinita fatuità di «cerimoniali» e riti mondani, tutte cose dinanzi alle quali il «cuore» ammutolisce per rifugiarsi oltre le parole e la durezza dello stile, oltre l’opacità di ogni razionalismo, in una «preghiera maldestra», nella consolazione di una catartica, anche infantile e commovente religiosità, restando ancorata alle cose, alla «terra» («Mi tengo attata all’erba – aspettando», in Sono stanca di teatro). Aspettando cosa? In attesa dell’avvento del miracolo, nella nudità «sacramentale» di un’offerta: contro i fantasmi incombenti del Tempo e della Morte, evocati in terza persona per spogliarli di ogni urgenza personale e additarli come un fatto necessario che tutti coinvolge, risolvendo ogni loro «ombra» e «paura» nella preghiera che decide e annulla la distanza della creatura dal suo «Signore».