Il Monte Athos, la santa montagna dei monaci ortodossi. Il tanto atteso permesso per poter varcare le soglie dell’estremo promontorio della penisola calcidica consente al pellegrino di restare soltanto tre notti. Sembra esserci una sproporzione fra la lunga preparazione del viaggio, scandita dalla burocrazia athonita e dalla necessità di organizzare con largo anticipo la permanenza presso i monasteri, e il breve periodo a disposizione. Eppure, quei pochi giorni costituiscono uno squarcio nel tempo, un tempo dilatato. Quattro giorni e tre notti impossibili da condensare in poche pagine. Ciascun pellegrino ha il suo percorso sulla santa montagna; il mio tocca i monasteri di Philoteu, Simonopetra e Vatopedi. Panorami mozzafiato, architetture prodigiose, eremi diroccati e luoghi abbandonati: sarebbero tantissime le cose da raccontare. Per andare al cuore della mia esperienza sull’Athos, tutto parte da un viaggio in minibus dal piccolo capoluogo della penisola al monastero di Simonopetra. Ad accompagnarmi è uno dei tanti monaci che trascorrono la giornata occupandosi del trasporto dei pellegrini e di carichi di ogni genere. Volto scuro, barba bianca e mani enormi da lavoratore. È un uomo semplice e di poche parole, con la tonaca impolverata e lisa. L’interno del minibus, spoglio, appare consumato da lunghi anni di servizio. Ma un dettaglio dell’interno apre lo sguardo alla realtà della santa montagna e alla mentalità dei suoi monaci.

Verso la rocca di Simone

Sopra le visiere parasole del minibus, ci sono due fotografie, attaccate con delle puntine e circondate di piccoli santini. La fotografia sulla destra ritrae due monaci anziani, intenti a disquisire in una sala colma di libri. A sinistra, invece, l’immagine di uno dei due morto, con le mani intrecciate e disteso su un velo bianco. La fotografia del cadavere è attorniata da santini e piccole immagini di icone. Si tratta certamente dell’anziano del monaco autista, ossia il suo superiore spirituale, l’uomo che lo ha guidato in tutti i passi della vocazione e della vita monastica. La foto non rivela affatto un certo gusto macabro dell’autista, ma è indicativa del rapporto peculiare degli athoniti con la morte. Qui la morte è vissuta davvero come la porta della nuova vita, come se la vita fosse una lunga liturgia di accompagnamento alla morte terrena e alla nascita al cielo.

Lo si legge in tante testimonianze dell’ascetismo dell’Athos, la morte non solo non è affatto temuta, ma è attesa quasi con desiderio. La foto del monaco defunto testimonia il raggiungimento del grande traguardo e la strada athonita di vivere la morte. Basilio di Iviron, una delle figure più in vista della santa montagna, a lungo archimandrita del monastero di Iviron, scrive: «possiamo dire che l’Athos è un cimitero di semi morti, da cui è germinata un’altra vita, un’altra fioritura»1. L’immagine del defunto è l’ultimo segno visibile di questa nuova fioritura. Il tutto segue una logica cristiana piuttosto chiara, ma più difficile da vivere con piena adesione, specialmente per l’occidente secolarizzato, con la sua totale rimozione della morte. La barriera linguistica ha reso impossibile qualsiasi forma di dialogo con il monaco autista, eppure sento di aver imparato molto da lui, osservando le fotografie del suo minibus. Mi lascia a pochi passi dall’ingresso del monastero di Simonopetra e tutto finisce con uno scambio di sorrisi.

Simonopetra è forse il più scenografico di tutti i monasteri del Monte Athos. Sembra la casa sulla roccia del Vangelo secondo Matteo. Un imponente costone roccioso, a picco sul mare, sormontato da una muraglia sulla quale poggiano le abitazioni dei monaci e il catholicon. I colori pastello, intonsi, sono quadrettati dalle onnipresenti balconate di legno, con le lunghe assi a scacchiera. Camini e croci sormontano una struttura prodigiosa, che con i suoi sette piani costituisce un’opera ingegneristica di tutto rispetto per l’epoca della sua originaria costruzione. La vetta del Monte Athos è sullo sfondo, solenne e dolce. Simonopetra. Il nome del monastero evoca immediatamente la solidità della roccia e rimanda al suo fondatore, l’anacoreta Simone.

Il breve sentiero per arrivare all’ingresso della foresteria è tutto da percorrere con il naso all’insù, tra stupore e un po’ di soggezione per l’imponenza delle mura. L’accoglienza sembra subito organizzata e aperta anche ai non ortodossi, segno di una certa dimestichezza nell’ospitare persone provenienti da ogni dove. Difficile capire se ciò sia il frutto di una particolare sensibilità della comunità monastica, oppure di un afflusso maggiore di curiosi attirati dalla magnificenza dell’edificio. Il monaco della foresteria parla inglese e, nell’accogliermi, si dimostra sinceramente interessato a conoscere le ragioni che mi hanno spinto a varcare le soglie del Monte Athos. Mi consiglia qualche lettura per approfondire il mondo ortodosso e mi dà le informazioni essenziali sullo svolgimento della giornata.

La notte di Simonopetra

Di Simonopetra resterà per sempre il vivo ricordo della liturgia. Notturno, mattutino e Divina liturgia, oltre tre ore, tutte d’un fiato, ad accompagnare la fine della notte e l’inizio del nuovo giorno. Le percussioni di un martello di legno danno vita alla musica che richiama i monaci al catholicon. Dalla foresteria, si deve entrare nel cuore della fortezza della fede, percorrendo la strada in salita fra le pareti rocciose. Uno degli ingressi principali della chiesa si raggiunge passando per la balconata, la stupefacente piattaforma di legno sulla quale si è praticamente immersi nel mare. Il buio è ancora signore della notte e il vento, rumoroso, sferza l’edificio. Dall’interno della chiesa si sentono i canti dei monaci. Simonopetra è conosciuto per la bellezza dei suoi canti, tanto che i monaci hanno persino realizzato dei dischi. L’atmosfera che si respira è incredibilmente suggestiva e va al cuore della vita monastica. Tutte le porte sono aperte e il vento fa roteare le lampade e le luci delle candele, creando l’impressione che gli angeli ritratti negli affreschi si muovano.

Nel buio della notte, l’oro dell’iconostasi e delle aureole, illuminato dalle fiaccole, rimanda realmente a un’altra dimensione. I pochi punti di luce rendono visibili anche i monaci. Le loro vesti nere sono catturate dal buio, ma le espressioni dei volti già si intravedono. Concentrati, rapiti, raccolti o addormentati. Si siedono e si alzano a seconda dell’importanza del momento, o più semplicemente per restare svegli. Qualcuno cade addormentato e viene subito richiamato dal vicino. Il sonno, indubbiamente, si fa sentire. Si è tentati di pensare che in una condizione fisica più riposata si potrebbe vivere la liturgia con maggiore trasporto e lucidità, ma è un errore. Lo sforzo per rimanere svegli è essenziale. La vita monastica è una continua lotta interiore contro le forze del male e contro ogni tentazione o necessità fisica che distolga l’attenzione dall’essenziale. Nella liturgia notturna, i monaci combattono l’oscurità e accompagnano il nuovo giorno, lottano contro le proprie tenebre per accogliere il Signore.

Al culmine della celebrazione, con la Divina liturgia, la luce del giorno ha trionfato. Il sonno è una di quelle forze contro le quali i monaci sono chiamati a lottare. Molti si aiutano con il komboskini, una corda da preghiera simile a un rosario, con la quale è più agevole ritmare i passaggi della liturgia. I più anziani sembrano i più facilitati in questa lotta. L’esperienza e il bisogno decrescente di ore di sonno rendono i vegliardi del monastero formidabili sentinelle della notte. I più giovani, dopo un momento di assopimento, paiono porgere loro la grande domanda: a che punto è la notte? Gli anziani non perdono un attimo della liturgia e il loro sguardo controlla e custodisce tutta la comunità.

Uno di loro, apparentemente il più vecchio, riesce a camminare a fatica, accartocciato sul bastone. Resta seduto in fondo, immobile per ore, con gli occhi lucidissimi che si muovono in tutte le direzioni, protetto dalle schiere dei santi alle sue spalle. Di fronte a lui, all’altezza del suo sguardo, c’è l’affresco del vecchio Simeone Stilita, il santo del V secolo vissuto per decenni in cima a una colonna, come una vedetta immobile2. I pochi contatti che si riescono ad avere con i monaci sono largamente compensati dal poterli osservare nella liturgia. Basilio di Iviron ha descritto magistralmente questo tratto caratteristico, uscito dal penetrante sguardo degli anziani, una vitalità stupefacente in un corpo pressoché immobile:

Li vedi risplendere di una luce incorrotta. Vedi che la morte in loro è morta. Che la mortalità è stata fatta morire. Che a dominare, in loro, è soltanto ciò che non muore e non si corrompe. Ciò che resterà per sempre, in maniera più chiara, dopo la loro dipartita. Ti parlano con la loro presenza. Con un movimento. Con il modo in cui fanno il segno della croce 3.

Tutto questo non contrasta con i modi semplici, che in alcuni casi possono apparire perfino rozzi, di tanti monaci. La dimensione ascetica dell’esistenza necessita di un continuo allenamento e ciascun monaco ha percorso un certo numero di gradini nella scalata al cielo. Il mio allenamento, naturalmente, è assolutamente insufficiente e la lotta contro il sonno è per me ancora più difficile. L’atmosfera unica che si respira a volte non basta. Esco allora sulla balconata, dove il soffio del vento è ancora più forte. Il luogo è affollato di sagome nere, in piedi, con le tonache mosse dall’aria. Sono i monaci che stanno combattendo la battaglia contro il sonno, mentre sull’Egeo inizia a intravedersi la luce del nuovo giorno. L’odore del mare si mescola con l’intenso profumo dell’incenso, il richiamo fortissimo dall’interno della chiesa. Si è subito rigenerati e le lunghe ore delle prime celebrazioni sfuggono via più rapide del previsto.

Dove la vita si fa liturgia

C’è forse uno stereotipo sciocco, che lega la dimensione ascetica a una santità di zucchero e miele, esteriormente pulita. Nulla di più diverso dall’immagine reale dei monaci in azione, nella fatica della contemplazione. La santità e la tensione spirituale sono intrise di sudore, spesso vestite di stracci. I racconti dei grandi modelli spirituali dell’Athos sono molto spesso legati a un totale abbandono delle normali esigenze fisiche e persino igieniche. Asceti che hanno vissuto decenni in caverne, eremi in disfacimento, senza lavarsi per lunghissimo tempo. Il contrasto fra l’odore fortissimo dell’anacoreta in vita e l’odore di santità che emana dal cadavere dei giusti, nei racconti monastici, è il segno dell’interpretazione della morte come nuova vita, attesa con gioia. L’anima si espande al consumarsi del corpo. Questo modello finisce inevitabilmente per plasmare tutti i monaci, anche chi non ha raggiunto le vette dello spirito. Non è il monaco a dover essere tirato a lucido, ma l’interno della chiesa. La tonaca può essere lisa, l’iconostasi deve risplendere. È forse la metafora di un concetto da noi dimenticato, secondo il quale sono gli uomini di chiesa a dover essere poveri, non la Chiesa.

Divagazioni a parte, c’è un aspetto che unisce la vita, anzi la forma di vita di tutti i monaci, dal più sublime degli asceti al più refrattario all’apprendimento spirituale, studiosi o lavoratori che siano. La scansione temporale della giornata, ritmata dalla liturgia, finisce per coincidere con l’unica esistenza possibile per i monaci. Si tratta, in un certo senso, di un’esistenza liturgica. La vita si fa liturgia e la liturgia si fa vita, le due cose vengono inevitabilmente a coincidere. Nella notte di Simonopetra questa realtà appare ancora più vera.

La mattina è tempo di ripartire e il monaco della foresteria mi lascia in dono una busta, con all’interno una bellissima cartolina che ritrae l’edificio, un libretto con tante fotografie sulla storia del monastero e un libro di Emiliano di Simonopetra, a lungo archimandrita del monastero e tra i grandi protagonisti della rinascita del Monte Athos. Nel 1963, con i festeggiamenti del millennio dell’Athos, molti commentatori ritenevano che si stesse celebrando il funerale della santa montagna. Il numero dei monaci era divenuto esiguo e i grandi complessi monastici cadevano a pezzi. Alcune figure di enorme rilievo spirituale, come padre Paisios, Giuseppe l’Esicasta, Giuseppe di Vatopedi e papa Efrem, hanno attratto, nel giro di pochi anni, un gran numero di vocazioni. Vecchie candele che si stavano spegnendo hanno generato una luce che ancora illumina il Monte Athos.

Accanto a questi maestri solitari dello spirito, grandi abati hanno sapientemente riannodato i fili dell’organizzazione dei monasteri. Tra questi, Emiliano di Simonopetra è stato un maestro, e mi piace pensare di essere stato in un luogo tanto significativo per la rinascita del Monte Athos. Il viaggio sulla santa montagna prosegue, ma il racconto termina qui. Simonopetra si è rivelata davvero come una fortezza della fede, una cittadella dalle finestre sempre aperte al soffio vivificante dello spirito; quel vento che ogni notte aiuta i monaci ad accompagnare l’alba del nuovo giorno. Tantum aurora est.

 

1 Basilio di Iviron, Incontri con un monaco del Monte Athos, Asterios, 2023, pag. 185.

2 Herman Melville, in Moby Dick, ha paragonato l’ascesi degli stiliti alle vedette delle navi, gli uni posti in cima a una colonna, gli altri all’albero maestro. Sono tanti gli archetipi delle vedette dell’umanità e tra questi vanno certamente annoverati i monaci del Monte Athos. Cfr. H. Melville, Moby Dick, Adelphi, 2023, pag. 185.

3 Basilio di Iviron, Incontri con un monaco del Monte Athos, Asterios, 2023, pag. 213.