Il terzo atto del 2025 si è chiuso su un’anticipazione di un anniversario storico che quest’anno celebra l’incontro tra due culture millenarie: il 24 novembre, nelle sale del Palazzo del Cinema Anteo di Milano, importanti realtà culturali italo-cinesi hanno proposto un evento per i 70 anni dal debutto dell’opera italiana in Cina, segnato dalla rappresentazione della Traviata di Giuseppe Verdi. Tratta dal capolavoro di Dumas figlio, La signora delle camelie, non è l’unico tra gli adattamenti del romanzo ad aver cambiato nome, volto e linguaggio. Un romanzo di tale potenza da ispirare, attraverso media e generi diversi, rivisitazioni che sono a loro volta ascese sul proprio olimpo dei classici.
Da Marie e Manon a Margherita e Violetta
La signora delle camelie (1848) nasce al centro di un crocevia tra realtà e finzione, il che forse spiega la sua predisposizione a essere adattato: era già, in sostanza, un adattamento. La paternità del romanzo è di Dumas fils (1824-1895), che trasfigura nella narrazione la sua storia d’amore con la cortigiana Marie Duplessis, accennando in filigrana a un altro personaggio letterario con un destino altrettanto drammatico, Manon Lescaut, che si affaccia sul racconto dalle pagine del proprio romanzo (1731), donato da Armando all’amata Margherita.
Una storia che guarda con compassione a quello che l’autore definisce il demi-monde, un mondo di mezzo dove amore e decadenza si stringono in un vortice che trascina i destini verso la rovina. Un mondo dove la redenzione è ancora possibile, ma esige come contropartita il sacrificio più grande.
Ed è proprio la straordinaria forza di un racconto che denuncia l’ipocrisia spesso nascosta dietro la maschera della morale a vincere lo scandalo dell’incoronazione a eroina tragica di una mantenuta d’alto bordo e a darle vita sulla scena teatrale dell’epoca, prima con l’adattamento a cura dello stesso autore (1852), poi l’anno successivo con il grande capolavoro di Giuseppe Verdi (1813-1901) e i suoi Violetta e Alfredo.
La Traviata in Cina
Leggenda vuole che Dumas figlio, dopo aver assistito all’opera verdiana, profetizzasse con una melanconica consapevolezza che non riusciva ad avvelenare la sua ammirazione: «Fra cinquant’anni nessuno si ricorderà della mia Signora delle camelie, ma Verdi l’ha resa immortale».
Tanto immortale e universale da varcare dopo un secolo, nel 1956, i confini tra Occidente e Oriente, creando un ponte tra l’opera cinese e quella italiana, un ponte che si rinsalda di anno in anno con scambi interculturali tra i due Paesi. Questo importante anniversario è stato ricordato con una proiezione del docu-film La Traviata in Cina, diretto da Zheng Hao, a coronamento di un incontro promosso da Big Eyes International Vision, nell’alveo della sua missione di sostegno di progetti interculturali, e prodotto dal Teatro dell’Opera Centrale di Pechino, con il patrocinio del Consolato Generale Cinese a Milano.

Il cortometraggio affianca a una sezione documentaristica dedicata alla storia della Traviata in Cina una sequenza drammatizzata, che mette in scena le arie più celebri dell’opera, interpretate in lingua italiana da artisti cinesi, all’interno di una cornice che, in linea con la tradizione cinese, trova un lieto fine anche entro i confini della tragedia, mostrando una coppia di giovani innamorati che scoprono il valore dell’amore vero e incondizionato attraverso la lente della storia di Violetta e Alfredo.
Un evento, come recita lo slogan, in onore dei classici, a cui hanno partecipato personalità di rilievo, tra cui il Console Liu Kan e il Consigliere di Regione Lombardia Carlo Borghetti. Ospite d’eccezione il celebre soprano cinese You Hongfei, protagonista del film e artista della China National Opera, nonché acclamata interprete di Violetta. Al suo fianco, il giornalista e produttore Salvatore La Placa, il soprano Mila Vilotijevic e il baritono Armando Ariostini, volontario presso Casa Verdi. È così che è nota a Milano quella che secondo il compositore era la sua “opera” più bella: la casa di riposo (termine coniato dallo stesso Verdi) per musicisti, per anni interamente finanziata dai diritti d’autore delle opere verdiane (il compositore fu tra i soci fondatori della SIAE), dove il suo iniziatore è tuttora sepolto accanto alla moglie Giuseppina. L’opera più “popolare” di tutte.
E questa essenza popolare e democratica traspariva fortemente dagli interventi di relatori e ospiti, da cui è emerso il desiderio di superare le barriere linguistiche e culturali grazie ai linguaggi universali dell’arte, un desiderio all’insegna del dialogo e della pace realizzabile solo, come ha affermato il consigliere Borghetti, lavorando insieme, come un’orchestra.
La consacrazione popolare tra parodie e rivisitazioni
L’universalità della Traviata non abbraccia solamente tempo e spazio, ma anche la piramide sociale. Verdi è di tutti, dell’élite come del popolo. Non a caso quest’opera è stata ascritta dai posteri alla cosiddetta “trilogia popolare” di Verdi, accanto al Rigoletto e al Trovatore, probabilmente per i suoi personaggi di estrazione popolare, ma forse anche per la sua trasversalità.
Una trasversalità così presente nel nucleo della storia originale da riversarsi nei generi più popolari, per l’appunto, fino alla parodia: indimenticabile la Traviata «supersonica» del «povero Verdi» con cui vengono omaggiati in Russia il sindaco Peppone e i suoi compagni di partito, tra cui un don Camillo sotto copertura, in occasione del gemellaggio con Brescello ne Il compagno don Camillo (1965); come pure l’esilarante sketch in chiusura del film Un’estate al mare (2008), in cui Gigi Proietti interpreta l’impreparato sostituto di Armando in una messa in scena teatrale de La signora delle camelie, che si risolve in una clamorosa serie di incomprensioni tra lui e il suggeritore e in un insperato successo, acclamato dal pubblico ormai saturo di tragedie.
Ma la parodia non è l’unico genere che ha accolto la «cangiante» e «mutante» (per citare Proietti) Margherita. Questa storia d’amore ha abitato l’Hollywood Boulevard della patinata Los Angeles degli anni ’80 come il Boulevard de Clichy di una Montmartre bohémien di fine Ottocento, diventando commedia romantica a lieto fine nell’intramontabile Pretty Woman (1990), con Julia Roberts e Richard Gere, e dramma dalle atmosfere barocche e stranianti firmate Luhrmann nel suo musical Moulin Rouge! (2001), con Nicole Kidman e Ewan McGregor.
Nel primo di questi due film, i riferimenti alla storia originale sono chiaramente più velati, per esigenze di genere e ambientazione, eppure la Traviata diventa storia nella storia, quando il miliardario Edward porta la giovane prostituta Vivian all’opera, un momento epifanico che la spinge a sognare e credere in un futuro migliore. E non solo, il film è tornato alle origini, e al teatro musicale, trasformandosi nel 2018 in musical, composto da Bryan Adams e Jim Vallance e approdato anche in Italia nel 2021.
Sempre nel 2018, anche Moulin Rouge!, nato già come musical, si è trasferito dal grande schermo al palcoscenico, ottenendo un grande successo sia a Broadway che nel West End londinese e ben 10 Tony Awards. Da ottobre 2025, è in scena a Roma allo Chapiteau Sistina, un’occasione preziosa per celebrare il 25° anniversario del film.
Entrambe le pellicole torneranno poi al cinema a partire da febbraio nella rassegna proposta da Nexo Studios “Back to Cult”, nata per far rivivere, e non solo rivedere, i film che hanno scritto la storia del cinema e contribuito a plasmare il nostro immaginario, attraverso l’esperienza condivisa della visione in sala.
Un rito collettivo possibile grazie a una storia con un nucleo generativo fatto della stessa sostanza delle grandi tematiche universali: amore, morte, sacrificio e redenzione. O, per dirla con le parole del manifesto filosofico del chimerico Moulin Rouge! di Luhrmann: Verità, Bellezza, Libertà, Amore.