Continuiamo con la seconda puntata della storia di Studi cattolici ricostruita da Alessandro Zaccuri per il numero di settembre 1986 (n.307). La prima, che ha ripercorso gli anni dell’inizio dal 1957 al 1966, è disponibile qui.
Il secondo decennio di attività della nostra rivista, che sta celebrando i trent’anni di fondazione, è fedelmente ricostruito da Alessandro Zaccuri. Sono gli anni diffìcili del post-Concilio, che vanno dal 1967 al 1976, attraversati da Sc senza perdere di vista il Magistero e immergendosi nelle battaglie culturali e civili del turbolento periodo della contestazione. La chiara zona di confine tra dogma e scetticismo può essere considerata un riferimento emblematico della “linea” della rivista in quegli anni.
Dal 1967 al 1976 corrono gli anni di “Studi gattolici”. Il lettore di antica data si sarà accorto senza fatica che non di refuso si tratta, di una sonora “g” incastratasi con prepotenza al posto della sorda “c” di “cattolici”. Avrà capito al volo, il lettore d’annata, che si fa qui riferimento alle argute vignette disegnate con pochi tratti di penna e molto amore per il calembour da Armand appunto in questo secondo decennio della rivista. Apparenti nonsense, ricchi in realtà di benigna ironia sulle sorti del cattolicesimo nostrano e divenuti, di mese in mese, una sorta di discorso parallelo a quello, unicamente verbale, che andava sviluppandosi nelle altre pagine di Studi cattolici. Dal gennaio del 1970 all’aprile-maggio 1976 la non troppo svagata giocosità degli “Studi gattolici” (che devono il loro nome alla figurina di un gatto stilizzato che, con poche sapienti varianti, si trasforma da “gattolico di base” a “gattolico di vertice”, e via verso nuove metamorfosi) può veramente essere assunta a segno riassuntivo del lavoro della rivista in anni difficili e difficilissimi, nei quali, se la discussione rischia spesso di arroventarsi oltre misura e senza più ricordarsi che ciò che unisce è più importante e vero di ciò che divide, sarà bene stemperare gli animi con un sorriso. Chi sa sorridere sa anche perdonare, e non è virtù da poco, questa del perdono, alla vigilia degli anni di piombo.

Da Sc 113-114, agosto-settembre 1970
È pur vero che un’altra fortunata rubrica di Sc ha appunto per motto “Gli imperdonabili”, ma qui il discorso è ben diverso. Si tratta di mettere alla berlina lo sproloquio delle mode e la malafede della stupidità: la forma à la page del peccato contro lo Spirito, in definitiva. Una certa severità, in casi del genere, è più che d’obbligo, anche se non mai disgiunta dalla bonomia di un sorriso che non è certo meno divertito per essere sfuggito nel corso di una decisa reprimenda. Quirino Principe, collaboratore della rivista dal 1970, è stato maestro in censure di questo tipo, alcune delle quali risultano ancor oggi esilaranti e fulminanti insieme (1).
Il punto è che il frangente storico è drammaticamente delicato, ed esige ad ogni istante che precisione e severità di giudizio si coniughino
con la capacità di astenersi da comodi moralismi. Sono gli anni in cui più è sollecitata la virtù, tutta cristiana, del criterio, della capacità di distinguere quei segni dei tempi che si fanno sempre più ambigui, incerti. È forse adesso che Sc chiarisce senza possibilità di fraintendimento il proprio ruolo, che non è semplicemente quello di testimone d’eccezione della cangiante (e talvolta pericolante) realtà ecclesiale italiana, ma anche e specialmente quello di punto di riferimento preciso, dalla ben definita personalità. Il legame al Magistero, che nel primo decennio poteva essere frettolosamente scambiato per conformismo, si rivela scelta coraggiosamente anticonformista, nel momento in cui sembra uno sport nazionale appellarsi al presunto spirito del dettato conciliare per tradirne o travalicarne continuamente la lettera. Ancora una volta, vivificare la lettera con il suo spirito autentico è dote che può discendere soltanto dall’esercizio del criterio, seriamente e festosamente perseguito.
Se un tratto colpisce, in queste annate di Sc, è quello della loro costante appetibilità di lettura, che non viene meno neppure quando si dibattono questioni spinose, se non sulfuree. L’impegno remoto è sempre lo stesso: servire la Chiesa e la sua verità. Ma c’è anche un impegno prossimo, che non può essere disatteso, anche se è necessario riconoscerne il valore anzitutto strumentale: produrre una rivista che si legga con gusto, capace di far crescere la coscienza ecclesiale e culturale del laico italiano (da sempre interlocutore privilegiato di Sc) senza affossarne l’attenzione in paludi di tedio. Per chi ricorda il velleitario fiorire di periodici, fanzine, fogli d’album e giganteschi tazebao a ridosso del fatidico ’68 non è difficile comprendere quanto un simile impegno appaia ancor oggi intelligentemente ambizioso: farsi leggere in un mare di illeggibile carta stampata, ciclostilata, appiccicata ai muri di università, fabbriche, botteghe artigiane assortite.
Diciamolo in una parola, insomma: sono gli anni della contestazione questi in cui Sc passa dall’adolescenza alla gioventù, correndo il rischio — si può ben ammetterlo, a pericolo passato — di lasciarsi irretire come molti ragazzetti in quegli anni fecero, finendo magari per calcarsi in testa un felpatino peruviano e pretendendo di assimilare il Nicaragua al milanese Largo Gemelli, straparlando e strafacendo, in una assordante confusione intellettuale.
Sc ha in questo momento un’altissima importanza per l’esempio di metodo che offre. Inalbera come emblema la parola “Studi” mentre altrove si ipotizzano forme aperte di apprendimento, redazioni collettive, dotte ignoranze che nulla hanno di socratico.
Dogma & scetticismo
Proviamo a stralciare qualche esempio. Siamo nel giugno 1973 quando esce il n. 148 della rivista, aperto da un dossier su Dogma e scetticismo nella cultura odierna, un titolo che basta da solo a definire la volontà di fare chiarezza in un contesto culturale manicheisticamente propenso a separare il “bene” (lo scetticismo, il dubbio a tutti i costi) dal “male” (il dogma, nel quale si sospetta sempre un sovrappiù di imposizione, di autoritario diktat), salvo poi recuperare sotto mentite spoglie categorie non dogmatiche, ma addirittura aprioristiche. Esemplari, in tal senso, le pagine che in quel numero Claudio Orlando dedicava agli esiti sconcertanti della presunta “prassi” politica [2].
La dialettica tra dogma e scetticismo non è tuttavia nuova alle pagine di Sc, non rappresenta il momentaneo adattamento alle mode del dibattito. Esito naturale dell’interesse dedicato al tema del dialogo negli anni del Concilio, il confronto tra scettici e dogmatici è apertamente affrontato già nel 1967 in un dialogo a distanza tra Fortunato Pasqualino e Adriana Zarri, nel corso del quale i due autori forniscono di sé un autoritratto ricco e suggestivo, che è anche immagine sintomatica del mondo culturale cattolico all’indomani del Concilio [3].
Nello stesso 1967 Sc pubblica una serie di articoli di autorevoli studiosi (un nome può colpire, quello di Edward Schillebeeckx) sulla situazione delle università cattoliche, con particolare riguardo all’insegnamento della teologia (e sarebbe stato un bene per tutti se il citato autore avesse in seguito meditato più a fondo su quelle sue stesse pagine). Il 1968 si apre, invece, con un documentato reportage sull’occupazione dell’Università Cattolica di Milano: una coincidenza inquietante, che comunque pone in evidenza la tempestività con cui Sc avverte l’insorgere delle problematiche e ne analizza i termini [4].
È dello stesso 1968, infatti, il ricchissimo numero monografico Per una nuova pietà popolare, nel quale non soltanto si ridiscute uno degli aspetti più delicati e trascurati del post-Concilio (la riforma liturgica, appunto), ma si pongono le basi per uno studio che non disdegna il confronto con altre spiritualità, compresa quella ebraica (alla quale dedica in questi anni più di un intervento l’intelligente competenza di Renzo Fabris) [5].
È sempre il tema del dialogo che fa capolino, obbligando quasi a riconoscere la sostanziale continuità della rivista, che si è fatta — tra l’altro — più sensibile alle questioni letterarie e artistiche, a conferma di un interesse che, presente fin da principio, si fa ora più trainante, inserendo Sc nel vivo del dibattito. Ecco allora gli interventi di Franco Lorenzo Arruga sulla musica contemporanea, che precedono e si affiancano alle pagine musicali di Principe, ecco il rapporto strettissimo e privilegiato con scrittori come Mario Pomilio e Fortunato Pasqualino, che pubblicano su Sc non soltanto articoli e saggi, ma anche preziosi scampoli del proprio lavoro creativo [6]. Mario Pomilio, in particolare, con il suo indimenticabile Quinto Evangelio, è l’autore che Sc più calorosamente appoggia in questi anni [7].
Un entusiasmo che si ripeterà in tempi recenti per II cavallo rosso di Eugenio Corti, ma che non deve assolutamente essere confuso per affezione di chiesuola allo scrittore cattolico del momento. La tagliente polemica, datata 1970, sul Volete andarvene anche voi? di Luigi Santucci è più che istruttiva in tal senso [8].
L’impegno antidivorzista
L’agone letterario non è però l’unico campo in cui Sc profonde le proprie energie. C’è in corso un’altra, urgentissima battaglia, che la rivista intraprende con la tempestività e con la chiarezza che le sono caratteristiche e che non verranno meno neppure quando si sarà registrato l’esito negativo dello scontro. Non paia esagerato il linguaggio bellico: suscitato già nel 1962 da un intervento di Palazzini, il dibattito sul divorzio si fa accesissimo tra il 1969 e il 1974, quando l’impegno di Sc si accompagna al sostegno del referendum antidivorzista. Ancora una volta, la posizione assunta da Sc è tanto seriamente motivata, tanto in anticipo sulla bagarre politichese ingaggiata attorno al referendum (e che del referendum ha fatto la sfortuna), da non lasciare adito a malintesi. Si rilegga l’intervento di Maurizio Blondet che nel luglio 1974 ripercorre le tappe della sconfitta per avere un’idea della combattività con cui venne affrontato il problema (9).
Parallelamente a quella sul divorzio, Sc ingaggia intanto la battaglia sull’aborto, portando alla superficie una tematica che fin dal 1962 aveva trovato attenzione nelle pagine della rivista. Ne parleremo con più ampiezza nella storia del prossimo decennio. Per adesso basti segnalare la sostanziosa documentazione e l’inattaccabile puntualità scientifica con cui Sc si oppone alle mitologie, allora tristemente in auge e oggi ancor più tristemente riconosciute nella loro infondatezza, dell’esplosione demografica e del “necessario” Birth control da essa conseguente. Mitologie che venivano ad assecondare la mentalità di chi — sotto il pretesto delle emergenze terapeutiche — vedeva nell’aborto un metodo anticoncezionale al pari di altri, senz’altro più efficace di altri. Pare che oggi se ne siano accorti anche gli abortisti dal volto umano: costatare che il pericolo era stato segnalato più di dieci anni fa non è, francamente, una grande soddisfazione [10].
Anche in questo campo, dunque, la caratteristica di Sc risiede in primo luogo nella sua capacità di analisi approfondita, di scientifico accertamento dei dati e delle idee.
Vanno in questo senso i preziosi ritratti di personalità eminenti del cattolicesimo italiano dell’Italia unita, pagine nelle quali spesso affiorano rarità d’archivio (si vedano gli inediti di Giuseppe Capograssi pubblicati nel 1976) [11]. Se una punta di diamante si vuole trovare, questa può essere costituita dal numero monografico dedicato nel 1972 a don Sturzo, che fornisce del grande uomo politico e grandissimo sacerdote un ritratto non solo affettuoso, ma anche storicamente efficacissimo. E non sarà superfluo ricordare che un articolo di don Sturzo si trovava già nel numero 1 di Sc, nel lontano 1957 [12].

Presente e mobilissima nella realtà italiana, la rivista non può rinunciare alla propria vocazione ecumenica, concretata anzitutto nella dimensione europea, se non mondiale, delle informazioni che vengono offerte ai lettori. Pensiamo alle cronache letterarie francesi di Francois Livi, alle insostituibili osservazioni di Nicoletta Schmitz Sipos sulle vicende (letterarie e non) della Germania e, più in generale, all’interesse mai privo di acume critico con cui vengono seguiti movimenti culturali nostrani che ambiscono a dimensioni europee, in particolar modo le avanguardie artistiche e letterarie.
A conferma di questa visione europea, pienamente cattolica della rivista, stanno le numerose pagine occupate dalle parole di mons. Jose-maria Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, che dona a Sc più di un intervento e del quale vengono proposte numerose interviste, che con altre confluiranno poi nei Colloqui con mons. Escrivà. Con sobrietà e commozione Sc dedicherà alla scomparsa del Padre pagine che costituiscono, ancor oggi, punto di partenza essenziale per la comprensione della vita e dell’opera di mons. Escrivà [13].
Sc rivista di spiritualità, dunque, a ribadire che l’impegno primo e irrinunciabile è quello al servizio della verità cristiana, che tanto meglio viene difesa quanto più se ne percepisce il respiro cattolico, universale. Non per nulla un altro nome che ricorre con affetto e frequenza in questi anni è quello di Elio Fiore, il poeta dei Dialoghi per non morire che, sostenuto e incitato dall’ammirata amicizia di Cesare Cavalieri, regala con periodica magnanimità i propri versi — ecumenici ed universali se mai ne furono scritti — alle pagine di Sc. Una consuetudine che si fa più viva sotto Natale, come ricorderà quell’affezionato lettore la cui memoria è stata già tante volte sollecitata, e che ora avrà la baldanza di ricordarci che Fiore non è l’unico dei poeti amici della rivista: ricordiamo almeno il canto severo di Giovanni Raboni e l’estro ammiccante di Raffaele Crovi, del quale sono pubblicate anche le gustosissime prose narrative.
Recuperi & anticipazioni
Credevamo di aver compilato un elenco sufficientemente nutrito, ma la memoria tenace del nostro lettore (buon amico dei poeti, per sua e nostra fortuna) ci costringe a ripercorrere le annate alla ricerca delle involontarie, ma non di meno clamorose, dimenticanze fin qui commesse. Anche se sappiamo che ogni tentativo di aggiustamento si trascinerà dietro altre clamorose e involontarie esclusioni, proviamo ugualmente ad aggiungere un codicillo a questi dieci anni di storia.
Partiamo dagli scrittori, ricordando che Eugenio Corti, prima di essere con convinta insistenza segnalato come romanziere fondamentale del nostro secondo Novecento, si rivelò esperto sovietologo collaborando a Sc dal 1975. Sempre nell’àmbito della comprensione del socialismo più o meno reale, non possono essere dimenticati gli apporti di Georges Collier, il più antico dei quali data al 1965. Di nuovo gli scrittori: nel 1967 compara per la prima volta sulla rivista la firma di Luce D’Eramo, che nel 1970 pubblica su Sc un racconto di personalissimo taglio fantascientifico la cui rilettura (o lettura) potrebbe tornare utile ai critici del recentissimo Partiranno [14]. Ma proviamo di nuovo a spostarci nel campo della ricerca scientifica, dell’analisi storica e filosofica, dell’intervento polemico lucido e decisivo: il nome di Emanuele Samek Lodovici, se non siamo vittime di un errore di prospettiva, è quello che in questo periodo ricorre più frequente e incisivo, anticipando — tra l’altro — il dibattito sulla fallibilità teologica di Hans Kùng [15].
Nel frattempo la redazione di Sc sta prendendo l’assetto che le è ancor oggi caratteristico. Compaiono nel periodo in questione i nomi di Mario Di Palma (attivo a Sc fin dal 1965, a dire il vero), estimatore accorto di storia e storiografia, e di Mario Minuscoli, attuale segretario di redazione, lettore sensibile di scrittori e di eventi. Si intensifica, intanto, anche la collaborazione — pregnante specie sul versante teologico — di Antonio Livi. Un’altra firma ormai consueta al lettore attuale di Sc (nostra croce e delizia, visto che ce lo siamo posti come censore interno, obbligandoci dunque a pararne per tempo le obiezioni) compare in questi anni, ed è quella di Angelo Rovetta che, prima di stabilizzarsi come brillante recensore cinematografico, si dimostra versatile interprete di opere prime letterarie.
Con buona pace del nostro lettore e delle sue esigenze di completezza, possiamo lasciare l’elenco alla sua natura di opera aperta per antonomasia, volgendo un ultimo sguardo al secondo decennio di Sc. Lo facciamo ripercorrendo la lista — anch’essa in ebollizione costante — dei numeri monografici. Un argomento ci colpisce, all’altezza del 1973: Il demone della violenza. Vi ritroviamo scritti di Cesare Cavalieri, Franco Palmieri, Claudio Orlando ed Emanuele Samek Lodovici. Ancora una volta, a rigirarci tra le mani questo fascicolo di carta stampata, ci accorgiamo di fronteggiare qualcosa di profetico, anticipatore. E ancora una volta non riusciamo a rallegrarcene. Ma di questo la prossima volta.
Alessandro Zaccuri
Note a piè di pagina:
(1) Due esempi per tutti: Q. Principe, Jesus in cravatta, 166, 1974, 752-53 e Caro Evtuscenko, 180, 1976, 123 (entrambi nella rubrica “Gli imperdonabili”).
(2) C. Orlando, / falsi dogmi della politica, 148, 1973,357-59.
(3) F. Pasqualino-A. Zarri, Scettici e dogmatici: dialogo sulla fede, 75-76, 456-62.
(4) Marco Frangini-Serafino Scorsone, L’occupazione della Cattolica, 82, 1968. 55-59.
(5) Per una nuova pietà popolare, 89-90, 1968, con scritti — tra gli altri — di Michelangelo Pelaez, Luigi Della Torre, Alfonso Prandi, Carlo Bello, José Luis Illanes, Ignazio Silone, Renzo Fabris, Antonio Barolini.
(6) Si vedano F. Pasqualino, Disperazione di Manzoni e Adelchi pupo, 153, 1973, 681-87 e M. Pomilio, Preistoria di un romanzo, 168, 1975, 93-97.
(7) C. Cavalleri, Lettura del Quinto Evangelio, 171, 1975, 252-55.
(8) C. Cavalleri, Santucci, 111, 1970, 403; Nazareno Fab- BRETTi-C. Cavalleri, Fabbretti per Santucci, 113-14,1970,577- 78; N. Fabbretti, Post scriptum, 115, 1970, 853-54.
(9) M. Blondet, Mea culpa per il si, 161, 1974, 443-45.
(10) Si veda ad esempio Mario Minuscoli, Il mito dell’esplosione demografica, 166, 1974, 626-28.
(11) G. Capograssi, Sulla letizia cristiana, a cura di Gabrio Lombardi, 181, 1976, 171-76.
(12) Don Luigi Sturzo, 132, 1972.
(13) C. Cavalleri, Una vita perla Chiesa-, Mario Cantini, Tre amori; ). EscrivA, / cammini divini della terra, 173, 1975, 402-19.
(14) L. D’Eramo, Il sogno dei marziani, 106, 1970, 35-38.
(15) E. Samek Lodovici, Il dogma fallibile di Hans Kùng, 121, 1971, 163-69; La via ad Hegel di Hans Kùng, 122, 1971, 243-51; Smontaggio di Hans Kùng, 184, 1976, 355.


