Pubblichiamo il contributo di Giuseppe Conte – già apparso nel volume Tenera è la vestale (a cura di Paolo Pera, Bertoni, 2025) – che omaggia Mary de Rachewiltz nei suoi 100 anni di vita, tenerezza e poesia. L’opera intende valorizzarne la figura di poetessa in lingua italiana, dopo la riedizione di tutte le poesie, in Processo in verso (a cura di Massimo Bacigalupo, ivi, 2024), con saggi critici, poesie, traduzioni e riedizioni di suoi lavori dimenticati (per es. Maschere nude; già Scheiwiller, 1957).
In calce, anche la traduzione di una poesia di Cao Shui, importante poeta cinese, dedicata all’esempio umano di Mary. Va ricordato che Cao Shui ha recentemente pubblicato per la nuova collana di Conte, “L’oceano e la luna”, il suo primo libro in lingua italiana: Disseminiamo nel mondo Amore (cura e traduzione di Lamberto Garzia), per Alessandro Prevosto Editore di Sanremo. Disseminiamo nel mondo Amore presenta una selezione di testi dal più corposo poema già tradotto in inglese, Epic of Eurasia (Multicultural Press, 2025).

Ho incontrato poche volte Mary de Rachewiltz, eppure ho impresso nella mente il suo volto, il suo sguardo, il suo portamento, come se l’avessi frequentata a lungo. La sua figura mi colpì subito per l’aura che la circondava. Certo, è la figlia di Pound, e basterebbe questo a caricarne l’immagine di un surplus di senso, quasi quanto la poesia carica del massimo di senso e di energia la parola, come si legge in ABC of reading di Pound stesso, maestro dei maestri. Ma anche prescindendo, se fosse possibile, da questo legame, Mary de Rachewiltz mi colpì per sé stessa, poetessa, traduttrice, per la sua energia austera e dolce, tutta interiore, per la sua gentilezza senza tempo, per la sua generosità.

Non ricordo per quale ragione mi trovavo al Castello di Brunnenburg. Ricordo però un clima cosmopolita, anche di divertita mondanità: un avvocato di New York, saputo che venivo da Nizza, iniziò una lamentazione semiseria sul fatto che i portinai del ristorante Le Chantecler, presso l’Hȏtel Negresco, non lo avevano fatto entrare in bermuda. Non so quali poeti erano lì, e a che titolo ci fosse quell’avvocato amabilmente ciarliero. Ricordo pareti di libri, scale, luci calde, e lei, Mary, che con il suo sguardo rassicurava, diceva a noi visitatori, con una sapienza da ospite squisito: «Siete qui dove Pound è stato seduto, ha letto, ha fatto colazione, ha dormito. Siete dove ha regnato la poesia, dove sulle rovine d’Europa, è passato colui che di sé scrisse: “Ego Scriptor”».

Mi capitò poi di incontrare con mia grande sorpresa Mary a Merano. Allora frequentavo la deliziosa cittadina tirolese. E un giorno al Teatro Puccini rappresentarono la mia pièce intitolata Ungaretti fa l’amore. Mary de Rachewiltz era lì, in teatro, tra il pubblico. Era un onore così grande, un gesto così magnanimo che non posso dimenticarlo.

Come fu generosa e, per me, importantissima la lettera che Mary mi inviò a Firenze, quando – al culmine della follia di una troppo prolungata giovinezza – promossi l’avventura di Santa Croce, con la lettura corale dei Sepolcri all’interno della chiesa e l’occupazione del sagrato da dove lanciare un messaggio in difesa della funzione civile e spirituale della poesia. Il suo era un messaggio di adesione, che mi arrivò quasi contemporaneamente a quello di Lawrence Ferlinghetti: fu davvero incoraggiante, mi ripagò di molti attacchi italiani.

Non ho più incontrato Mary de Rachewiltz. Ma negli anni ho parlato, sentito parlare e letto di lei tante volte perché ho avuto e ho tanti amici poundiani: Giano Accame, Massimo Bacigalupo, Alessandro Rivali, e ora il giovane Paolo Pera.

Nella prima giovinezza andavo spesso a Venezia, e una sera, credo del 1971 – ormai erano scese le ombre e l’acqua scura borbottava nel canale della Giudecca – vidi la sagoma bianca, austera, silenziosa di un uomo dalla barba folta, dalla postura regale: e mi dissi: «Quello è Pound». Forse per autosuggestione, tanto era il mio desiderio di vederlo. Ancora oggi mi chiedo. Ma lo era? E se lo era, Mary stava vicino a lui?

L’amore nel castello di Brunnenburg (布鲁农城堡的爱)

per Mary de Rachewiltz di Cao Shui (曹谁) (trad. it. di Lamberto Garzia)

 

Tra le pietre del castello

incidi il mio amore –

scolpiscilo nel vento,

nell’eco dei passi perduti.

 

Tra i filari della tenuta

seminami come un grano,

un grappolo violaceo

che il sole non tradirà.

 

Quando i miei cent’anni

tremeranno sulle strade,

e l’uva dondolerà

leggera come la mia mente,

 

non chiedermi chi vinse,

chi mentì, chi amò.

Il fiume della memoria

porta via ogni risposta.

 

Ma il sole – sempre –

oro sui muri, verserà.

E la luna, ogni sera,

latte sulle viti, spargerà.

 

Io me ne andrò,

ma tu resta, ultimo quadro

dipinto sulle mie palpebre:

padre, madre, bambina –

 

fantasmi di un affresco

sbiadito dal respiro del tempo.

Non ricorderò come ci siamo conosciuti,

ma di certo il tuo sorriso

 

mentre mi tendevi la mano

nell’alba dei miei giorni.

E quando il buio mi chiamerà,

sarà ancora quella carezza

 

a guidarmi – oltre i secoli,

oltre le mura di Brunnenburg,

dove ogni pietra custodisce

una famiglia felice,

 

un cerchio di voci

che il tempo non spezza –

L’universo eterno,

la nostra tenerezza.