C’è un teatro che non c’è più, eppure continua a tornare. Torna sotto forma di polvere, di sipari stropicciati, di scale instabili, di voci che tremano e di corpi che resistono. Torna negli spettacoli che non raccontano storie “altre”, ma che mettono in scena il teatro stesso, come se fosse un organismo ferito, fragile, ostinatamente vivo. Risate di gioia di Elena Bucci e Marco Sgrosso e Grazie della squisita prova di Enzo Vetrano, Stefano Randisi e Nicola Borghesi si muovono su questa stessa linea di confine: due atti d’amore, diversi per forma e generazione, ma uniti dalla stessa urgenza. Dire che il teatro è necessario. Anche – e soprattutto – quando sembra non servire più a nulla.
In entrambi i lavori la scena è spoglia, ridotta all’essenziale, come se ogni elemento superfluo fosse una distrazione rispetto al nucleo vero: l’attore. Il corpo. La voce. La memoria. In Risate di gioia (produzione Le Belle Bandiere, che abbiamo visto al Teatro Comunale di Ceglie Messapica, Brindisi), si entra in un teatro impolverato, con le funi a vista e le poltrone vuote, come in un tempio abbandonato.

Elena Bucci e Marco Sgrosso, in “Risate di giogia”
In Grazie della squisita prova (produzione Le Tre Corde-Compagnia Vetrano/Randisi e Kepler-452, visto a Leverano) lo spazio è ancora più rarefatto: un baule, un drappo, una scala a “V” capovolta, metafora evidente e mai didascalica di un mestiere precario, di un’ascesa senza promessa. In entrambi i casi, il teatro non è ambientazione: è materia viva, è oggetto del racconto, è fantasma che chiede di essere evocato.
Bucci e Sgrosso entrano in scena come due superstiti. Vetrano e Randisi lo sono per biografia e storia. Ma ciò che conta non è la nostalgia in sé, bensì il modo in cui questa nostalgia viene attraversata. Non c’è idealizzazione di un passato glorioso, nessuna elegia consolatoria. Il teatro che ritorna è povero, faticoso, esposto al fallimento. È un teatro “per quattro soldi”, ed è proprio in questa povertà che si annida la sua ricchezza simbolica.
Il riferimento al film di Monicelli in Risate di gioia è esplicito e programmatico. Come Totò e Anna Magnani, Bucci e Sgrosso incarnano figure marginali, attori senza protezione, legati da una miseria condivisa e da un’arte che non salva, ma tiene in vita. Il teatro non è ambizione, non è carriera, non è riconoscimento: è sopravvivenza. Una linea che attraversa anche il lavoro di Vetrano, Randisi e Borghesi, dove il titolo stesso – preso in prestito da Leo De Berardinis – rovescia il suo significato originario. «Grazie della squisita prova», formula di congedo feroce, diventa qui dichiarazione d’amore, esposizione senza difese.
In entrambi gli spettacoli il teatro parla di sé senza filtri. Parla della memoria che vacilla, della paura del blackout, dell’oblio. Parla del rispetto quasi sacrale per lo spettatore, della responsabilità di stare in scena sapendo che ogni sera potrebbe essere l’ultima. In Grazie della squisita prova questo discorso assume la forma di un’intervista che si trasforma in confessione. Nicola Borghesi, voce delle nuove generazioni, entra in dialogo con Vetrano e Randisi, coppia artistica dal 1976, portando in scena non solo la propria ammirazione, ma anche il dubbio, la paura, lo smarrimento di chi guarda a un futuro teatrale fragile, economicamente incerto, persino anacronistico.
Il dispositivo generazionale è uno dei nodi più interessanti del lavoro. Borghesi non è semplice interlocutore: è coscienza critica, testimone inquieto, figura di passaggio. Da una parte l’essenza, i fantasmi, la possessione di cui parlava De Berardinis; dall’altra lo sguardo politico, documentario, necessario di chi viene dopo. Il teatro non come monumento, ma come processo da interrogare, da mettere in crisi. Anche in Risate di gioia, seppur in modo meno esplicito, il passato non è mai un luogo sicuro: è un campo minato di riferimenti, di figure evocate – Modena, Ristori, Scarpetta – che rischiano continuamente di scomparire, di essere dimenticate.

Grazie della squisita prova
La scena, in entrambi i lavori, è abitata da fantasmi. Macchinisti, suggeritori, lucisti, attori di compagnia. Presenze invisibili che affollano lo spazio e lo rendono instabile. I costumi evocano opere antiche, I giganti della montagna, la Commedia dell’Arte, il café chantant. Le musiche – Nino Rota da La strada in Grazie della squisita prova, i suoni discreti e avvolgenti di Raffaele Basse in Risate di gioia – non sono citazioni ornamentali, ma richiami poetici a un immaginario popolato da vagabondi, saltimbanchi, anime ferite che camminano senza sapere dove andare. Come il teatro stesso.
Eppure, nonostante la malinconia che attraversa entrambi i lavori, non c’è compiacimento. La nostalgia non è fine a sé stessa. È piuttosto uno strumento per interrogare il presente. In Grazie della squisita prova questo interrogativo diventa esplicito nel riferimento al teatro bombardato di Mariupol: il teatro che crolla, che non protegge, che non salva. Il teatro che non è rifugio fisico contro la morte. Eppure, proprio lì, si afferma la sua necessità. Non perché sia utile, ma perché è inevitabile. Perché, come si dice nello spettacolo, “se lo hai scritto, ti serve”.
Anche Risate di gioia si muove su questo crinale. La quarta parete cade senza clamore, il contatto con il pubblico è diretto, confidenziale. Come Vetrano, Randisi e Borghesi, anche Bucci e Sgrosso recitano a voce nuda, senza microfoni, cercando un rapporto essenziale, quasi primitivo. La loro straordinaria precisione tecnica si accompagna alla capacità di sporcarsi, di lasciare entrare l’imprevisto, il tremito, l’errore possibile. È lì che lo spettacolo respira di più, ed è lì che il teatro mostra la sua natura più autentica: un’arte che vive nel rischio.
Entrambi i lavori non sono esenti da criticità. Risate di gioia sembra innamorarsi dei propri finali, rischiando un avvitamento affettuoso che attenua l’urgenza. Grazie della squisita prova presenta momenti di stallo, un’insistenza farsesca sulla morte che avrebbe potuto articolarsi su livelli più complessi. Ma sono fragilità che appartengono allo stesso gesto che li genera. Perché questi spettacoli non cercano la perfezione: cercano la verità di un mestiere che vive di tentativi, di fallimenti, di ripetizioni.
Ciò che resta, alla fine, è la sensazione di aver assistito non solo a due spettacoli, ma a due gesti. Fragili, ostinati, profondamente umani. Gesti che affermano, con forza quieta, che il teatro non è un residuo del passato, né un lusso per pochi. È un bisogno. Un atto di resistenza. Un modo di continuare a stare al mondo, anche quando il mondo sembra non avere più posto per lui.
Il teatro che non c’è più continua a tornare perché qualcuno, ostinatamente, lo chiama. E finché ci saranno artisti disposti a esporsi così, a mettere in gioco il proprio corpo, la propria memoria, la propria paura, il teatro resterà. Non come certezza, ma come possibilità. Fragile. Necessaria. Viva.