Flannery O’Connor ha sempre sostenuto che nessuno avrebbe scritto la sua biografia, perché «una vita trascorsa tra casa e pollaio» non avrebbe destato alcun interesse. A smentire questa sua certezza contribuisce anche La ragazza di Savannah, l’ultimo romanzo di Romana Petri, nota e apprezzata scrittrice, traduttrice e critica letteraria.

Pubblicata da Mondadori nel 2025, anno del centenario della nascita di Flannery O’Connor, l’opera non può essere confinata nel genere letterario della biografia, né ridotta a una biografia romanzata e neppure considerata una sorta di saggio critico, ma, come Romana Petri precisa, è un romanzo il cui fulcro narrativo si radica nell’esistenza personale e professionale della scrittrice statunitense.

Romana Petri si muove tra le pieghe di testi originali, saggi, documentari, interviste, lettere, materiali di varia natura che Flannery O’Connor ha elaborato nella sua breve esistenza segnata dalla malattia e dalla sofferenza fisica, ma illuminata dalla consapevolezza di avere il talento della scrittura per trascinare il lettore «in quel punto in cui tempo, spazio ed eternità si incontrano». Quindi la narratrice italiana li interpreta e liberamente li rimodella per trasferire sulla pagina la complessa identità di Flannery O’Connor: indomita scrittrice cattolica in un Sud protestante in profonda trasformazione culturale e infiammato dalle rivendicazioni sociali; coraggiosa e giovane donna in lotta con sé stessa e con il tempo per realizzare la propria vocazione; ma soprattutto affettuosa figlia che ha imparato ad appoggiarsi alla madre per poter coltivare le proprie passioni: scrivere, leggere, dipingere, allevare pavoni.

Nella ricreazione narrativa poco importano gli scollamenti tra la scrittrice realmente esistita e il personaggio letterario che Romana Petri è riuscita a modellare perché, pagina dopo pagina, La ragazza di Savannah offre spunti e interessanti aneddoti sul mistero della scrittura, sull’influenza della malattia, sul rapporto con la madre, sulla vita in fattoria. Petri rie­sce, con il proprio romanzo, a incuriosire il lettore che si ritrova ad affacciarsi sul mondo poetico della O’Connor.

L’interessante libro che ha pubblicato non è una biografia in senso stretto e non è nemmeno un romanzo in senso tradizionale: come lo considera lei? Che cosa ha significato per lei scriverlo? 

Io sono una romanziera e lo considero un romanzo. Mi spiego meglio. Se scrivo un romanzo con un protagonista realmente vissuto ma che nessuno conosce, chi lo legge lo prende per un romanzo. Se scrivo un romanzo con un personaggio inventato, è un romanzo. Quando invece scrivo un romanzo su uno scrittore o una scrittrice realmente vissuti, allora chi legge si pone mille domande: romanzo biografato, biografia romanzata? È un romanzo esattamente come gli altri. Più simile a quello che ho elencato per primo, perché nel momento in cui accade quel miracolo in cui mi metto a rileggere (senza nessuna intenzione) uno scrittore o scrittrice molto amati, senza che io lo sappia, dentro ribolle già qualcosa che ancora ignoro. Perché poi comincia sempre nello stesso modo: a un certo punto apro un file e comincio a scrivere. Da quel momento continuo a leggere e a scrivere, ma quella donna o quell’uomo è come se da quell’istante in poi li mescolassi a me. L’esempio può fare impressione. Ma è tutta questione di visceri. I suoi e i miei. Dentro lo stesso calderone.

La O’Connor puntava a risvegliare il lettore «prendendolo a sberle», penetrandogli «fin nelle ossa»: quando e come è stato il suo primo incontro con la scrittrice americana?

È stato molti anni fa. E devo dire che quelle sberle mi fecero talmente male da farmi allontanare da lei. Ma evidentemente il segno di quella sua debole e fortissima mano mi era rimasto stampato sulla guancia. Forse lo vedevo solo io. E allora sono tornata per non lasciarla mai più. La sera ne leggo sempre qualche pagina come faceva lei con san Tommaso. Se fosse stata un uomo i critici avrebbero fatto della sua letteratura un “ismo”. Perché nessuno ha mai scritto come lei. È un caso unico. Ma era una donna e molti noti scrittori che la nominarono con poco entusiasmo avrebbero potuto giusto portarle la colazione a letto. Per fortuna ha avuto anche persone che la ammiravano molto. Ma avrebbe meritato di più. Ogni volta che parlo di lei uso una parola che per le donne non viene mai utilizzata: era un genio.

Quali aspetti della donna e scrittrice O’Connor l’hanno catturata al punto da decidere di prestarle la voce per presentarsi? 

La voce l’ha prestata lei a me. Ne sono stata posseduta. Immagini che mentre scrivevo, cercavo il video in cui lei legge A Good Man Is Hard To Find e poi le andavo dietro imitandola, cercando di rendere la mia voce strascicata come la sua. La recitavo in casa mentre cucinavo, ma continuavo a pensare a frasi che avrei scritto nel romanzo. Credo sia stato il suo coraggio di essere diversa in un mondo che non lo concepiva, di essere una cattolica che proprio dai cattolici sarebbe stata attaccata. Dal suo pragmatismo. Dalle parole che erano tante quando scriveva e poche quando parlava. Dai suoi occhi “radice” che vedevano le cose da dentro. E dalla sua pacata lotta contro un tempo che le ha navigato sempre contro. Era una ragazza di un coraggio indescrivibile. Inevitabilmente questo suo lato furente veniva fuori anche nella vita quotidiana. E io ne restavo incantata. Un giorno le ho detto: «Noi due abbiamo uno spiccato senso omicida». Chissà, forse quello è stato l’inizio di tutto. 

Quando si racconta è inevitabile dover scegliere cosa mettere in primo piano, cosa sottintendere, cosa tacere: su quali aspetti della vita e del mondo della O’Connor ha voluto concentrare l’attenzione del lettore italiano? Perché? Quanto c’è di Romana Petri in Mary Flan e quanto di Flannery O’Connor c’è in Romana Petri?

Come ho detto prima siamo inevitabilmente mescolate. Parlo di lei, ma tante volte ho parlato di me. Per esempio della letteratura che è come un allenamento sportivo: bisogna scrivere sempre, essere pronti a cogliere l’idea che miracolosamente arriva, ma anche farsi le ossa, o meglio, i muscoli. Ce ne vogliono molti per scrivere. Diceva Mike Tyson che non andava a correre alle 3 del mattino perché gli piaceva, anzi, detestava correre a quell’ora, ma era necessario. Ho amato la forza di volontà di O’Connor, la sua dolorosa rinuncia all’amore (gli uomini trovano una compagna anche se stanno attaccati a una macchina. A una donna bastano due stampelle scintillanti per non essere presa in considerazione), la compensazione frenetica e vorace con il cibo. Il suo amore per la madre che spesso, però, doveva uccidere nei suoi racconti (magari facendola incornare da un toro voluttuoso), per dover accettare la vita che aveva. Mi commuove Regina Cline che non capiva quel che la figlia scriveva, ma la sosteneva come pochi. E mi struggeva il meraviglioso rapporto con il padre (due simillimi) che ne aveva già intui­to il lato geniale. Certe volte ho l’impressione di aver scritto un romanzo sulla forza della genitorialità. Oggi così bistrattata. 

La O’Connor sosteneva che «scrivere è un atto che coinvolge tutta la persona, che fa tremare i polsi e cadere i capelli»: si riconosce in questa idea di scrittura come vocazione che richiede dedizione totale, perché «se non ti siedi tutti i giorni alla scrivania, al momento buono non ci sei»?

Sono pienamente d’accordo. Io vivo come un soldato. La mattina faccio colazione, poi scrivo almeno due ore e mezzo. Poi vado in palestra, pranzo e mi metto a rileggere per mezz’ora quel che ho scritto. Il resto della giornata lo dedico alla lettura, quella per piacere e quella per lavoro. Ma ho la casa piena di notes, non si sa mai. Quello che non manca mai sta sul comodino. La scrittura è senz’altro una vocazione, ma è soprattutto un po’ come essere assediati. Io so che si vive scrivendo. Anche a cena con gli amici, anche facendo la spesa al supermercato.

La O’Connor, nata 100 anni fa, dalla peculiare prospettiva del suo “realismo cattolico” ha narrato il Sud degli Stati Uniti degli anni ’50 con tagliente precisione. Un momento storico per cultura e tradizioni molto lontano dal nostro presente, perché leggerla ancora oggi?

Un gigante come lei non può non essere letto. Dal suo occhio vigile sulla realtà non si può che imparare molto. Ha visto un mondo che in fondo non ha conosciuto perché stava quasi sempre chiusa nel ranch di sua madre. Pensi che grande lezione agli scrittori e scrittrici di oggi che parlano quasi esclusivamente dei fatti loro. È come se con il suo sorriso sardonico, con il suo humor irresistibile, ci ripetesse in continuazione: saccheggiate pure nella vostra vita, ma inventatevi una storia. O meglio, un personaggio. Da qualche parte vi porterà di sicuro.