La storia d’amore di Ae-Sun e Gwan-sik si intreccia con quella del villaggio di Jeju e con le vicende storiche della Corea del Sud dagli anni ’70 ad oggi. Mondi diversi e generazioni a confronto in una profonda riflessione sul valore della tradizione, dei legami familiari e della comunità. Una serie consigliata, che apre numerosi e interessanti spunti sulle relazioni affettive e sulla realizzazione di sé.

Frutto del lavoro di una giovane sceneggiatrice coreana di successo, ma che vuole mantenere la propria identità segreta, la serie ha avuto recensioni entusiaste e, al momento in cui scriviamo, sul sito IMDB che raccoglie i voti di decine di migliaia di spettatori, ha uno straordinario 9.2/10.

La scelta del titolo inglese, poi tradotto in italiano, fa riferimento al detto “when life gives you lemons, make lemonade”, cambiato poi in “tangerines” (mandarini) dal momento che sull’isola di Jeju, dove la storia è in larga parte ambientata, crescono questi frutti. Il titolo originale, tuttavia, aveva un altro significato, più attinente al contenuto della storia: Thank you for your hard work (Grazie per il tuo duro lavoro) che suona come un ringraziamento sintetico al protagonista, che ha sempre lavorato, attraversando i problemi della vita a testa alta con uno sguardo positivo verso l’esistenza.

«Potremmo avere giorni di fame, ma tu non mi spezzerai mai il cuore»

Ae-sun vive in povertà facendo la serva presso i parenti del padre defunto, mentre la madre è una pescatrice subacquea di molluschi. Ogni giorno si immerge in mare per procurare il cibo, rischiando la vita pur di garantire la sopravvivenza dei figli. Gwan-sik è sempre restato accanto ad Ae-sun, fin da bambino. Pur non ricevendo da lei alcun apprezzamento, il giovane non ha mai mancato una volta di prendersi cura di lei. Ae-sun è brava a scuola, desidera andare all’università e diventare una poetessa. Sa bene che se si lega a Gwan-sik non lascerà mai l’isola e molto probabilmente finirà la sua esistenza in povertà. Da qui la scelta della vita: perseguire una carriera luminosa rinunciando all’amore, o abbandonare i propri progetti di successo restando accanto all’uomo che «non le spezzerà mai il cuore».

La prima parte della serie introduce una riflessione vera, e per questo sofferta su per cosa vale la pena veramente vivere, sulla verità dei rapporti ma anche sul superamento di crudeli tradizioni in forza di una scelta d’amore che chiama necessariamente alla responsabilità. Lui, infatti, sa quanto possa costare ad Ae-sun quella scelta, e per questo è disposto a ribaltare gli usi e costumi di una società maschilista in forza della promessa fatta.

Per la coppia si prospetta una vita fatta di estrema bellezza, data dall’affetto reciproco e dalla nascita dei figli, che riempiono il cuore dei genitori fino a farlo traboccare. In forza di quel nuovo amore mai sperimentato prima, Ae-sun e Gwan-sik sono pronti a sacrificarsi, attraversando gli alti e bassi della vita senza perdersi d’animo.

Il valore corale della comunità emerge con forza e grande ironia lungo tutto lo sviluppo della narrazione. In ogni istante la giovane famiglia viene sostenuta, e il bene offerto gratuitamente si trasforma sempre in un bene ricevuto quando meno ce lo si aspetta.

«C’era un tempo in cui ci guardavamo negli occhi, non i nostri cellulari»

Il contrasto tra questo passato dove tutti si accorgono di tutto, nel bene e nel male, dove bambini e adulti sono sempre sotto lo sguardo protettivo, o critico che sia, di un “villaggio”, entra in netto contrasto con la modernità dove i figli di Ae-sun e Gwan-sik si trovano a crescere. Il benessere ha raggiunto livelli impensabili, eppure non basta mai, e la solitudine è diventata l’esperienza quotidiana di giovani e nuove famiglie.

«I genitori rimuginano su quello che non hanno potuto dare e i figli su quello che non hanno potuto ricevere». Con un tenero e drammatico incontro tra generazioni, passato, presente e futuro si incrociano in un confronto costruttivo. Mentre gli anziani passano al setaccio ogni istante della vita, guardando in faccia errori, piangendo per il male compiuto, ma anche ringraziando per il bene donato e ricevuto, i figli prendono coscienza della loro terribile fragilità. Troppo a lungo sono stati considerati un riscatto per i genitori che, pur non volendo, hanno proiettato su di loro le speranze di una realizzazione economica mai raggiunta. Questo, invece che spronarli, ha finito per schiacciarli e renderli insicuri. Hanno avuto tutto, eppure tutto gli manca, perché non hanno mai faticato per raggiungerlo.

Come è giusto che sia c’è un momento di rifiuto della generazione precedente, e un momento però in cui se ne riconosce il valore. E una cosa è certa, i figli di Ae-sun e Gwan-sik, genitori non perfetti ma profondamente legati, hanno imparato a riconoscere la verità negli occhi di chi gli sta accanto, a scegliere per il bene piuttosto che per il proprio comodo. Hanno imparato che vivere una vita piena non è avere tutto, ma donare tutto.

La recensione è tratta da orientaserie.it