C’è un momento, entrando nella Casa circondariale di Borgo San Nicola a Lecce, in cui il rumore metallico delle porte blindate sembra voler ricordare a tutti dove ci si trova. È il linguaggio della separazione e del limite. Eppure, da quattro anni, proprio dentro quelle mura accade qualcosa che contraddice la logica della reclusione. Si chiama Dentro, il Teatro la rassegna ideata dall’Accademia Mediterranea dell’Attore (Ama) diretta da Franco Ungaro, in collaborazione con la direzione dell’istituto penitenziario, e sostenuta da Ministero della Cultura, Regione Puglia e Comune di Lecce.
Dentro, il Teatro è un esperimento civile. Un ponte gettato tra il dentro e il fuori, tra chi sconta una pena e chi vive la propria libertà quotidiana senza quasi accorgersene. Gli spettacoli non sono destinati soltanto ai detenuti. Al contrario: è il pubblico esterno che viene invitato a entrare in carcere, condividendo lo stesso spazio e lo stesso tempo con chi vi è ristretto. Per qualche ora le distanze sono sospese. Il teatro diventa così luogo di incontro reale.
Cosa significa essere liberi
Il programma del 2026 si è sviluppato come percorso progressivo intorno al tema della libertà, attraversando linguaggi diversi – teatro, circo contemporaneo, lettura scenica, musica – ma mantenendo un’unica domanda di fondo: che cosa significa essere liberi? La risposta è arrivata attraverso quattro tappe.
La prima è stata affidata proprio ai detenuti-attori della compagnia Papillon Teatro, nata dal laboratorio permanente che Ama conduce nel carcere leccese dal 2018. Un progetto che ha trasformato il teatro in spazio d’ascolto e responsabilità.
Con I prossimi. E l’ultimo non chiuda la porta, gli attori hanno costruito una drammaturgia originale sul tema della nascita e dell’attesa. I protagonisti sono anime in viaggio verso il mondo, sospese tra desiderio e paura. Una sorta di moderna traversata esistenziale che interroga ciascuno sul significato del venire al mondo.
L’immagine del viaggio diventa metafora potente della condizione umana e, in modo ancora più evidente, della condizione detentiva. Chi vive il carcere conosce bene l’attesa: di una sentenza, di una visita, di un permesso, della fine della pena. Attraverso il linguaggio teatrale quell’attesa si trasforma in racconto condiviso.
L’approdo finale degli attori detenuti sul palcoscenico cittadino del Paisiello ha rappresentato un ulteriore passaggio simbolico. Non soltanto il carcere che si apre alla città, ma la città che accoglie il carcere. Una reciprocità rara, che restituisce dignità alle persone e valore alla cultura.
La seconda tappa della rassegna ha assunto invece i colori del movimento e dell’acrobazia.
Con On the Road, la compagnia piemontese Artemakìa diretta da Milo Scotton ha portato nella sala teatro del carcere un’opera liberamente ispirata al romanzo di Jack Kerouac. Cinque personaggi in fuga da una società opprimente cercano la propria identità attraverso il viaggio.
In un luogo dove il movimento è limitato per definizione, il corpo degli acrobati racconta il desiderio di andare oltre. Salti, equilibri precari, slanci improvvisi, cadute e ripartenze traducono in gesto fisico una tensione universale: quella verso la libertà.
In carcere ogni immagine acquista una densità diversa. Ogni passo diventa metafora. Ogni volo sospeso parla di ciò che manca e che ancora si desidera.
Il teatro contemporaneo e il circo hanno una sorprendente capacità di parlare direttamente all’esperienza umana dei detenuti, senza retorica né pietismo.
Riconoscersi vulnerabili
Poi Iaia Forte. L’attrice napoletana ha portato a Lecce la sua celebre interpretazione di Tony Pagoda, il cantante melodico immaginato da Paolo Sorrentino nel romanzo Hanno tutti ragione. Una figura apparentemente distante dall’universo carcerario: cantante di successo, viveur, uomo divorato dagli eccessi, dalla vanità e dalla nostalgia.
Iaia Forte compie infatti un’operazione teatrale radicale. Interpreta un uomo senza cercare l’imitazione naturalistica. Attraversa il personaggio per scoprirne le fragilità più profonde. Dietro il ghigno da guappo, e la spacconeria da cantante anni Settanta, emerge una creatura smarrita, assetata d’amore, incapace di trovare pace.
L’attrice ha più volte dichiarato di immaginare in Pagoda «un’anima femminile, un anelito a un’armonia perduta».
In carcere quelle parole assumono una forza particolare. La detenzione impone spesso maschere. La durezza, il controllo delle emozioni, la necessità di non mostrare debolezza. Tony Pagoda, invece, smonta progressivamente il proprio personaggio fino a lasciar intravedere una vulnerabilità universale. È in quel punto che lo spettacolo incontra davvero il suo pubblico.
La sala teatro di Borgo San Nicola diventa allora uno spazio sospeso, dove la comicità si mescola alla malinconia e la distanza tra attore e spettatore si riduce fino quasi a scomparire. Il teatro compie il suo miracolo più autentico: permette di riconoscersi nell’altro.
Chiusura affidata ad Armando Punzo, figura centrale del teatro contemporaneo europeo e fondatore della Compagnia della Fortezza di Volterra, forse la più importante esperienza di teatro in carcere al mondo.
Dal 1988 Punzo lavora stabilmente nella Casa di reclusione di Volterra, trasformando il teatro in una pratica artistica rigorosa e non in una semplice attività trattamentale. La sua presenza a Lecce rappresenta quindi qualcosa di più di un appuntamento culturale: è il riconoscimento di una storia che ha cambiato il modo stesso di concepire il rapporto tra arte e detenzione.
Lo spettacolo Fame, tratto dal romanzo di Knut Hamsun e interpretato da Paul Cocian, racconta la vicenda di uno scrittore che rifiuta i compromessi del mondo per inseguire una ricerca assoluta di sé.
La fame di cui parla Punzo non è soltanto materiale. È fame di vita, di conoscenza, di trasformazione. Fame di diventare altro da ciò che si è.
Anche qui il carcere diventa lente d’ingrandimento. Perché ogni esperienza detentiva contiene una domanda radicale sul cambiamento. Si può diventare diversi da ciò che si è stati? È possibile rinascere?
Sono interrogativi che attraversano l’intera storia della Compagnia della Fortezza e che trovano una particolare consonanza con la missione stessa della rassegna leccese.
La bellezza è un diritto umano
In fondo Dentro, il Teatro non nasce per offrire qualche ora di svago ai detenuti. La sua ambizione è più profonda. Affermare che la bellezza è un diritto umano. Che la cultura non può essere considerata un privilegio. Che l’arte possiede una funzione essenziale nella costruzione della persona.
In questo senso la rassegna sembra dialogare idealmente con uno dei temi più cari a papa Francesco.
Pochi giorni prima della sua morte, il Pontefice aveva voluto ancora una volta incontrare i detenuti. Lo aveva fatto con la semplicità che ha caratterizzato il suo magistero, ricordando che «ogni volta che entro in un carcere mi domando perché loro e non io». Una frase che racchiude una visione profondamente cristiana della giustizia: non la separazione tra buoni e cattivi, ma il riconoscimento di una comune fragilità umana.
Per Francesco il carcere non doveva mai diventare un luogo di scarto. La pena, ripeteva, conserva significato solo se custodisce la speranza. Senza speranza non esistono rieducazione, futuro e redenzione.
Anche a Borgo San Nicola, il teatro non cancella la pena né rimuove le responsabilità. Fa qualcosa di diverso: restituisce alle persone la possibilità di immaginarsi ancora. Di vedersi non soltanto per ciò che hanno commesso, ma anche per ciò che possono diventare.
Forse è questa la vera libertà che la rassegna mette in scena. Non quella che coincide con l’uscita dal carcere, ma quella più profonda che nasce quando una persona torna a riconoscersi come essere umano.
Per qualche ora, tra attori professionisti, detenuti e spettatori, le mura restano al loro posto. Eppure, sembrano scomparire. Il teatro, ancora una volta, passa attraverso le sbarre.