Otranto è il luogo più orientale della penisola italiana. Il tratto di mare antistante, il Canale d’Otranto, è il punto più stretto dell’Adriatico: la costa dista dall’Albania soltanto 71 chilometri.
Si tratta di un luogo che ha sempre rivestito un ruolo importante nella storia dell’Italia e dell’Europa. Qui sbarcarono i primi greci per fondare le colonie in Calabria e Sicilia e da qui partirono le legioni romane dirette a Oriente. Caduta Roma, Otranto passa sotto il dominio di Costantinopoli, diventando una piazzaforte dell’Impero bizantino. Da Otranto partivano i Crociati alla conquista della Terra Santa. Da qui è partita la sesta Crociata indetta da Federico II di Svevia. Il porto di Otranto, per chi veniva dall’Oriente, era considerato una porta sull’Italia e sull’Europa. Lo avevano capito anche i turchi, che nel XV secolo tentarono di impadronirsene.
La storia
Nel 1453 cade Costantinopoli per mano delle armate di Maometto II, ponendo fine a più di mille anni di grandezza cristiana. L’antica capitale dell’impero d’Oriente cambia nome e diventa Bisanzio. Nel 1456 i turchi assediano Belgrado e nel 1479 tentano invano di conquistare l’isola di Rodi. Nel 1479 i turchi hanno conquistato Grecia e Albania, e si preparano a invadere l’Europa. Il progetto del sultano è conquistare tutta l’Italia e attraverso la Francia unirsi agli arabi in Spagna, così da islamizzare tutta l’Europa cristiana. A nord, ai confini della Repubblica di Venezia, ci sono 70.000 guerrieri turchi schierati sull’Isonzo. Ma per impadronirsi dell’Italia è necessario attaccare anche da sud.
Nel luglio 1480 Maometto II affida al Gran Visir Agomat Achmed Pascià l’armata di Valona, composta da 15.000 uomini e oltre 140 navi, ordinandogli la conquista della Puglia. La mattina del 28 luglio 1480 la flotta turca giunge in vista di Otranto e si schiera in ordine di battaglia. Il re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona detto Ferrante, ha affidato la difesa di Otranto a due valorosi capitani, il napoletano Francesco Zurlo e il tarantino Giovanni Antonio Delli Falconi che possono contare solo sulle loro forze, composte da una piccola guarnigione aragonese e da 50 soldati napoletani. Richiamano quindi tutti gli uomini validi del contado, contadini e pescatori, li armano e si preparano al combattimento, sprangando le porte delle mura. Il Pascià, dopo aver fatto sbarcare le sue truppe a nord della città in modo da circondarla dal mare e da terra, manda un messaggero, un cristiano convertito all’Islam, offrendo una resa onorevole. La risposta di Francesco Zurlo è lapidaria: «Se Agomat Pascià desidera Otranto, venga a prenderla con le armi, perché dietro le mura ci sono i petti dei cittadini che la difenderanno». Per rendere ancora più chiare le loro intenzioni, il vecchio Ladislao De Marco, uno dei deputati del governo, prende le chiavi delle porte della città e di fronte a tutto il popolo sale su una torre e le getta in mare.
Nonostante una richiesta di aiuto sia stata già inviata a Ferrante, è chiaro a tutti che i rinforzi non potranno arrivare in tempo, e che le sorti di Otranto sono ormai segnate. I turchi dispongono di potenti bombarde che bersagliano la città, alle quali non è possibile rispondere. I soldati aragonesi, inoltre, sono fuggiti dalla città calandosi dalle mura con delle corde.
I combattimenti sono cruenti e la difesa di Otranto è eroica. L’11 agosto i turchi penetrano nelle mura, invadono la città e la saccheggiano. Nella cattedrale, dove sono riuniti le donne e i bambini in attesa della loro ultima ora, sono martirizzati il francescano Fra Fruttuoso e l’anziano arcivescovo Stefano Pendinelli.
Otranto ha resistito tredici giorni, permettendo all’esercito del re di Napoli di avvicinarsi. Il Pascià, che aveva pensato di piombare subito su Brindisi e Lecce, comprende che non è più possibile, e decide di vendicarsi sul popolo di Otranto. Accampato sul Colle della Minerva, offre ai sopravvissuti la salvezza della vita e la restituzione delle donne e dei figli se accettano di convertirsi all’Islam. Un vecchio cimatore di panni, Antonio Primaldo, risponde per tutti: «Noi abbiamo inteso, fratelli, le larghe promesse fatteci dai Turchi. Io, a nome vostro, le respingo. Nessuno tema le loro minacce, ma seguaci di Cristo, abbracciamo la Santa Croce e il martirio, che per noi sarà vita eterna!».
Gli ottocento Santi Martiri
Il 14 agosto 1480, vigilia della solennità di Maria Assunta, 800 uomini dai 15 anni in su, sfilano nelle vie di Otranto con le mani legate dietro la schiena. A gruppi di 50, sono condotti al colle della Minerva, dove oggi sorge il Santuario di Santa Maria dei Martiri annesso al convento di clausura delle Clarisse, e decapitati al cospetto del Pascià. Primaldo è il primo a essere decapitato, ma il suo tronco rimane in piedi, nonostante gli sforzi dei turchi per abbatterlo. Si accascia soltanto quando i turchi hanno decapitato l’ultimo dei martiri cristiani. Di fronte a questo primo prodigio ne avviene un secondo: il carnefice Barlabei si converte al cristianesimo, e nello stesso luogo subisce anche lui il martirio attraverso il supplizio del palo.
Il 3 maggio 1481 muore Maometto II, e la Puglia non è più un obiettivo primario dei turchi. L’esercito napoletano, guidato da Alfonso, figlio di re Ferdinando I, coadiuvato da 800 ungheresi inviati da Mattia Corvino re di Boemia, assedia Otranto. I turchi si arrendono il 2 settembre, e i superstiti lasciano la città il 10 settembre.
Qui si palesa un altro prodigio: i resti mortali dei Martiri di Otranto, insepolti sul colle della Minerva, dopo 13 mesi sono incorrotti e integri. Per ordine del principe Alfonso vengono inumati nella chiesa di Sant’Egidio e trasferiti in seguito nella cattedrale.
Si chiude così l’epopea di Otranto. Dei 22.000 abitanti sopravvissero le donne e diciassette uomini che possedevano sufficienti denari per pagare per il loro riscatto senza convertirsi all’Islam. Le donne furono portate a Bisanzio e vendute come schiave o negli harem, i bambini come paggi. I caduti nei combattimenti furono 12.000, altri furono fatti schiavi, e 800 morirono per la fede cristiana. Otranto, ridotta a un cumulo di rovine, è divenuta baluardo della civiltà cristiana. Senza la sua resistenza forse la storia avrebbe avuto un altro corso. Per la storia dell’Europa cristiana Otranto ha un’importanza pari alla battaglia di Poitiers (732) dove Carlo Martello ferma l’avanzata dei Mori, e a quella di Lepanto (1571) dove la flotta cristiana sconfigge quella turca. Con una grande differenza: nei due casi sopra citati a fermare i turchi sono stati gli eserciti cristiani, nel caso di Otranto è stata la fede di tutta la comunità.
La Cattedrale, la cappella dei Santi Martiri

Visitare oggi Otranto significa incontrare loro, gli 800 Santi Martiri, beatificati da papa Benedetto XVI l’11 febbraio 2013 e canonizzati da papa Francesco il 12 maggio seguente.
Ai Santi Martiri di Otranto sono attribuite guarigioni miracolose, ma anche interventi a difesa della città dall’invasione dei turchi, nel 1537 sotto Solimano e nel 1644 sotto Ibraimo. In entrambi i casi all’arrivo dei turchi sulle mura e sulla spiaggia comparvero numerose schiere di armati, di fronte alle quali i turchi rinunciarono all’attacco e si ritirarono. Furono gli schiavi cristiani che servivano su quelle navi che raccontarono il motivo di tale strategica ritirata. Nel 1714 Otranto è falcidiata da un’epidemia. Tutta la popolazione partecipa alla processione con le reliquie dei Martiri e l’epidemia miracolosamente si estingue.
Alla Cattedrale si giunge oltrepassando le potenti mura e percorrendo le stradine della città vecchia, entrando dal castello costruito nel 1578 o salendo dalla porta Alfonsina, sul lato del porto, dopo averne superata un’altra di epoca più recente. La cattedrale romanica, costruita intorno al 1080, è dedicata alla Vergine Assunta. Sulla facciata spiccano un portale barocco del 1674 con lo stemma dell’arcivescovo che lo aveva commissionato e un rosone a 16 raggi. L’interno è ampio e si sviluppa su tre grandi navate divise da 14 colonne. Il pavimento della Cattedrale è decorato da un mosaico di ispirazione bizantina lungo 52 metri e costituito da oltre 600.000 tessere, realizzato tra il 1163 e il 1165. Intorno all’Albero della Vita figure allegoriche rappresentano la condizione umana e il suo destino eterno, la lotta tra il bene e il male, le virtù e i vizi, la salvezza e il peccato, con scene tratte dall’Antico e dal Nuovo Testamento, dai vangeli apocrifi, dai cicli cavallereschi, dai bestiari medievali. Si tratta di uno dei più estesi e meglio conservati mosaici medievali in Europa.
La devozione ai Santi Martiri è molto antica: il decreto di conferma del culto risale al 1771, mentre il processo di canonizzazione inizia solo nel 1988, a seguito di un evento di guarigione miracolosa avvenuto nel 1980. La storicità del martirio del 1480 viene riconosciuta nel 2007 da Benedetto XVI, che ne decreta l’iscrizione all’albo dei Santi nel 2013. Papa Francesco ne celebra la canonizzazione il 12 maggio 2013. Ma già prima della canonizzazione la devozione ai Santi Martiri è cresciuta costantemente nei secoli, intensificandosi negli anni Settanta del secolo scorso. A Otranto sono passati papi, teste coronate e semplici pellegrini da tutto il mondo.
L’incontro – perché di questo si tratta – con i Santi Martiri avviene nella cappella ottagonale della navata destra, dove i loro resti sono conservati in sette armadi di noce intorno all’altare, davanti al quale è stata posta la grossa pietra sulla quale sarebbero stati decapitati. Le reliquie sono impressionanti: non solo teschi e ossa, ma i loro resti indecomposti da oltre cinquecento anni, le parti molli con dentro cibo del 1480, le colonne vertebrali intatte, le sopracciglia. Di fronte ad esse si è portati a domandarsi perché questi uomini hanno rinunciato a ciò che ognuno di loro aveva più caro: le mogli, i figli, la loro stessa vita? Per qualcosa che avevano di più caro della vita stessa. Sembrano riecheggiare le parole dello Starets Giovanni nel Racconto dell’Anticristo di Vladimir Soloviev: «Quello che noi abbiamo di più caro nel cristianesimo è Cristo stesso. Lui Stesso e tutto ciò che viene da Lui».
Davanti alle reliquie dei Santi Martiri ci si chiede dove questi uomini hanno trovato la forza per rimanere fedeli a Cristo e se oggi, nelle stesse condizioni, la nostra fede ci renderebbe capaci di condividere la loro stessa scelta. Parlando con altri che sono stati pellegrini a Otranto si scopre che questa è una domanda condivisa, la stessa che in questo stesso luogo hanno espresso anche san Giovanni Paolo II nel 1980 e papa Francesco nel 2013. E così viene naturale recitare la preghiera ai Santi Martiri dell’Arcivescovo Donato Negro.
La Madonna di Otranto

Nella cappella dei Santi Martiri è venerata la statua lignea della Madonna di Otranto (XIV secolo), anch’essa legata ai fatti del 1480. Eccone la storia. Dopo la presa di Otranto uno dei turchi che saccheggiano la Cattedrale si impossessa della Madonna e pensando fosse d’oro e la porta a Valona. Quando si accorge che si tratta di una statua lignea, quindi per lui senza alcun valore, vuole sbarazzarsene e la rinchiude in un ripostiglio. Nella casa del turco c’è una schiava cristiana, originaria di Otranto, che conosce la provenienza della statua. Vorrebbe restituirla alla dignità liberandola dal ripostiglio, ma non sa come fare. La moglie del turco stava per partorire e soffriva di fortissimi dolori, mentre i medici non sapevano come reagire. Forse è proprio la Madonna a suggerirle la soluzione. La schiava si presenta al turco, promettendo che la Signora sarebbe intervenuta per salvare la moglie se il turco avesse liberato la statua. Il turco pensa che la schiava stia cercando il modo di ritornare in patria. Le dice quindi che è pur sempre una schiava, destinata a rimanere a Valona, e anche se le darà la Madonna non potrà riportarla a Otranto. La risposta della schiava è spiazzante: la Signora stessa troverà il modo per tornare a Otranto. Il turco promette che, se la moglie fosse guarita, avrebbe liberato la statua. Subito dopo la promessa i dolori della moglie cessano, e la donna porta felicemente a termine il parto. Il turco, pur meravigliato dal prodigio, non si converte, ma mantiene la promessa. Fa mettere la statua su una barca senza remi, per vedere se davvero la Madonna, come aveva detto la sua schiava, troverà il modo per tornare a Otranto. Poco dopo la barca, spinta da una mano invisibile, si stacca dalla riva e prende il mare, giungendo a Otranto pochi giorni dopo, accolta dalla popolazione festante. La venerazione per la Madonna di Otranto è molto forte. Nel 1564 papa Pio IV, su richiesta di mons. Antonio De Capua, arcivescovo di Otranto, concede perpetuo giubileo a chi avesse visitato la Cattedrale dal pomeriggio del 7 al tramonto dell’8 settembre, Festa della Natività di Maria, accostandosi alla Penitenza e all’Eucaristia, pregando per le intenzioni del Pontefice. In seguito, Leone XII estese il giubileo dal pomeriggio del 7 al tramonto del 16 settembre. La Madonna di Otranto oggi attende i pellegrini sull’Altare dei Martiri, circondata dai sette armadi che custodiscono le loro reliquie, e sono sempre moltissimi quelli che si affidano alla sua materna protezione.
La cripta
Prima di uscire dalla cattedrale non dimentichiamo di scendere nell’ampia cripta antecedente al secolo XI, ornata da un gran numero di colonne e di capitelli, e dalla bella immagine di una Madonna italo-greca con il bambino in braccio. La sua struttura ricorda, in scala ridotta, la citerna di Yerebatan nella cattedrale di Costantinopoli. Contrariamente alle altre cripte, che sono completamente interrate, questa si innalza oltre un metro rispetto al piano stradale, ed è illuminata da sette finestre.

Per approfondire:
G. Gianfreda, I Santi Martiri di Otranto, Edizioni Grifo, Lecce 2015.
M. Corti, L’Ora di Tutti, Bompiani, Firenze 2024.