Oz è una terra narrativa molto frequentata dagli autori, siano essi romanzieri, illustratori, compositori o sceneggiatori teatrali e cinematografici. Che vi siano arrivati in mongolfiera, in una casa trasportata in volo da un ciclone, o a cavalcioni di un manico di scopa o di una penna, hanno percorso la strada di mattoni gialli in lungo e in largo, e spesso hanno costruito qualche nuova svolta inaspettata. E così hanno condotto in questo mondo schiere di lettori e spettatori, che lo visitano ormai dal lontano 1900, e pensano di conoscerlo forse ancor meglio del proprio. Cosa continua a ispirare generazioni di maghi che muovono i fili di un universo fantastico e di Dorothy che lo attraversano con scarpette d’argento? Cosa c’è “oltre l’arcobaleno”?
Una favola moderna: da L. Frank Baum a Victor Fleming
Il primo di questi “meravigliosi maghi di Oz” è naturalmente il suo creatore, L. Frank Baum, che nel 1900 pubblicò, con le illustrazioni di William Wallace Denslow, il romanzo per ragazzi Il meraviglioso mago di Oz, capostipite di una lunga serie che ebbe però minor fortuna.
Una storia che vuole essere una “favola moderna”, ben lontana dalle atmosfere drammatiche e a tratti infernali dei classici della letteratura per l’infanzia. Lo dichiara l’autore stesso nell’introduzione, in cui riconosce l’immenso valore e il merito di chi lo ha preceduto («le fate alate dei Grimm e di Andersen hanno donato ai cuori dei bambini una felicità più grande di qualsiasi altra creazione umana»), ma non teme di affermare che la fiaba del buon tempo antico rischia ormai di essere percepita come «storica». L’educazione moderna si occupa già a sufficienza di morale da non dover delegare alla fiaba il compito di commuovere e spaventare per impartire insegnamenti etici: non c’è più bisogno di «struggimenti e incubi», ma solo di «meraviglia e gioia»; in una parola, di «intrattenimento».
Bando quindi all’allegoria, Oz è la terra del meraviglioso, un meraviglioso che il suo autore ha sempre cercato, nella scrittura come nella sua curiosità nei confronti del progresso e delle nuove tecnologie, tanto da riuscire nell’impresa di far prendere vita al suo mondo fantastico sulla scena, con il musical che debuttò nel 1902 alla Grand Opera House di Chicago e arrivò a Broadway l’anno seguente, e sul grande schermo, con tre film prodotti tra il 1914 e il 1915 dalla sua “The Oz Film Manufactory Company”.
Mancava però all’epoca la magia del colore e del sonoro, quel “meraviglioso” che sarà possibile solo una quarantina di anni dopo con Il mago di Oz, il musical del 1939 destinato a entrare nella storia del cinema diretto da Victor Fleming (che l’anno seguente si sarebbe aggiudicato l’Oscar al miglior regista per Via col vento) per la Metro-Goldwyn-Mayer. Anche chi non lo avesse visto, non può non conoscere il sognante assolo “Over the rainbow”, interpretato da una giovanissima Judy Garland.
A canonizzare la pellicola ha sicuramente aiutato un’epoca che si preparava ad affrontare il secondo conflitto mondiale, un’epoca che aveva bisogno di credere che il bene trionfa sempre, e che la chiave perché ciò avvenga sono il cameratismo e l’abnegazione. Ne deriva un film più spiccatamente moralistico rispetto alla storia originale, dove il viaggio di Dorothy in questo mondo fantastico così pronto a dichiarare gli umani che vi incappavano per sbaglio maghi e streghe buone è solo un sogno, che la aiuterà a riscoprire il valore della quotidianità e la gioia del ritorno a casa.
Wicked: un retelling a Broadway e sul grande schermo
Nel 2003, a 100 anni dal musical ideato da Baum, approdò a Broadway una nuova Oz: Wicked, un musical composto da Stephen Schwartz con libretto di Winnie Holzman e destinato a essere tuttora ininterrottamente rappresentato a New York e Londra, e a viaggiare per il mondo con produzioni locali.
Questo musical è una perfetta sintesi tra il puro intrattenimento della favola originale e l’aspra critica sociale del retelling dall’autore americano Gregory Maguire, Wicked. Vita e opere della Perfida Strega dell’Ovest (1995; in Italia, Sonzogno 2006 e Mondadori 2024), che guarda a Oz, complessa e distorta come una moderna distopia, attraverso le “lenti verdi” della sua villain, trasformata in protagonista moralmente “grigia”.
Una storia che fa commuovere e divertire, riflettere e sperare, una storia dove la Perfida Strega dell’Ovest, qui una più classica eroina incompresa, mette solo in scena la sua condanna a morte causata dalla secchiata d’acqua di Dorothy. Fuggirà con il suo amato trasformato in spaventapasseri oltre il deserto, rinunciando alla sua (nonostante tutto) amata Oz, alla sua unica amica Glinda e alla riabilitazione del proprio nome, per consegnare a Oz la narrazione di cui aveva bisogno, la favola del bene assoluto che trionfa sul male assoluto che tutti noi conosciamo, per non scalfire quella del Mago benevolo che non era pronta ad abbandonare. Lascerà il testimone a Glinda, ora la Buona Strega del Nord, affinché costruisca una Oz migliore, deponendo in gran segreto il falso mago, il tiranno il cui vero volto il popolo mai conoscerà. Una missione che il suo ruolo di capro espiatorio non avrebbe concesso a Elphaba.
Tra il 2024 e il 2025, dopo anni di lavoro, il musical è arrivato al cinema, diretto da Jon M. Chu e distribuito da Universal, con un cast di grandi talenti guidato da Cynthia Erivo e Ariana Grande nei ruoli rispettivamente di Elphaba e Glinda.
La scelta più dirompente, ma in fin dei conti più conservativa, è stata quella di realizzare un film in due parti. Questo ha permesso da un lato di mantenere viva la struttura in due atti tipica del musical evitando le rischiose rivisitazioni che si sarebbero rese necessarie per adattarla ai tre atti canonici della cinematografia, dall’altro di dare spessore e profondità alla trama attingendo elementi dal romanzo di Maguire. E anche ai personaggi, incastonando due nuovi assoli interpretati dalle due protagoniste, strategici non solo per concorrere agli Oscar con canzoni originali, ma anche e soprattutto per dare maggiore tridimensionalità, in particolare al ruolo di Glinda. Un doppio appuntamento che ha trasformato l’uscita dei due film a un anno di distanza l’uno dall’altro in veri e propri eventi per gli spettatori più fedeli, facendo almeno un po’ coincidere il tempo narrativo e il suo salto temporale tra le due parti con quello vissuto dagli spettatori.
Ma questo dittico di pellicole non si limita a citare Maguire. L’estetica richiama esplicitamente il film del ’39 e, attraverso di esso, alle illustrazioni dell’opera originale di Baum. Un eterno ritorno alle origini che si sposa alla perfezione con il taglio decisamente moderno, con generi e temi molto attuali: dal fantasy alla distopia, passando per la dark academia e il romanzo di formazione, per raccontare l’amicizia, l’amore e soprattutto la diversità, dettata dal colore della pelle, dall’etnia o dalla disabilità.
Una diversità che nel film diventa metatestuale, attraverso un cast con caratteristiche che nel corso della storia, e purtroppo ancora oggi, sono oggetto di discriminazione: e così la protagonista emarginata per la sua pelle color smeraldo è interpretata da un’attrice nera, la sorella in sedia a rotelle Nessarose da Marissa Bode, attrice disabile, e il professor Dillamond, licenziato e confinato perché di specie diversa, quella degli Animali, gli animali dotati di parola, da Peter Dinklage, attore affetto da nanismo.
Diversità che è una maledizione in una società come quella di Oz, una società dell’apparenza fondata sulle narrazioni di un potere assolutista, una società che purtroppo non sempre e non ovunque ci siamo lasciati alle spalle. Favola e propaganda, due facce della stessa medaglia che ci pongono di fronte al potere delle storie, che l’umanità ha la libertà di rendere tanto generativo quanto distruttivo, e la responsabilità di scegliere la prima via.
«Guardare con occhi diversi»
È una storia che ci insegna a «guardare con occhi diversi» il mondo, attraverso un personaggio che è di volta in volta villain, protagonista grigia ed eroina, passando da un archetipo bidimensionale a una creatura multiforme, così potente proprio perché «figlia di entrambi i mondi», il nostro e quello di Oz.
Ed è proprio con occhi diversi che dobbiamo guardare agli adattamenti dell’epopea di Oz, universi fantastici ciascuno figlio del proprio tempo. Perché, se come recita la didascalia all’inizio del film di Fleming «il Tempo non ha potuto rendere obsoleta la sua mite filosofia», questa ha saputo incarnarsi in ogni forma, spazio e tempo, trovando origine e conclusione nel nostro mondo.
Quella di Baum è, in definitiva, la storia di un meraviglioso ritorno a casa. E, se si pensa che uno dei primi grandi archetipi narrativi, l’Odissea, è proprio questo, un ritorno a casa, non stupisce la riflessione di Maguire: «Ma perché dedicarmi al fantasy, allora? […] La risposta, forse, è il sottotitolo originale dello Hobbit: “There and Back Again” (“Andata e ritorno”). […] Il Mondo Accanto ci è indispensabile per sopravvivere a Questo Mondo. Abbiamo bisogno di una Terra di Mezzo per ogni Al-Qaeda. Abbiamo bisogno di andarci e tornare indietro, per capire meglio dove ci troviamo e cosa dobbiamo fare».
Buon ritorno a Oz. E, soprattutto, buon ritorno a casa.