Il maggiore Douglas Kelley, giovane e fiero psichiatra americano, riceve l’incarico di valutare la salute mentale di circa 20 gerarchi nazisti, in vista del loro imminente processo. Di costoro fa parte nientemeno che l’ex vicecancelliere del Reich, Hermann Göring. L’occasione è ghiotta: pur essendogli chiesto di verificare soltanto l’idoneità degli imputati al rito giudiziario, Kelley ambisce a scoprire un possibile germe psichiatrico del nazismo. Tuttavia, nel corso dei suoi colloqui con Göring, tra i due prende vita una singolare ammirazione reciproca. Il tutto mentre l’agguerrito Robert Jackson, procuratore del Tribunale Militare Internazionale, lotta per affondare l’astuto e incrollabile Göring ad ogni costo.
Una struttura in affanno
Scritto e diretto da James Vanderbilt, basato sul saggio Il nazista e lo psichiatra di Jack El-Hai (2013) e altre fonti, Norimberga, nelle sale italiane da quest’ultimo dicembre, è un film incerto su quel che vuole raccontare. Architrave della vicenda sembra essere l’indagine psichiatrica di Kelley (Rami Malek) su Göring (Russell Crowe); se non fosse per la presenza di un secondo protagonista di fatto (il procuratore Jackson), determinato a incassare la vittoria in aula.
Anche se le due trame giungono a convergere, la pellicola sembra affannarsi a non omettere nessuno dei numerosi personaggi storici coinvolti, spesso citandone parole e atti privi di effettiva rilevanza, tanto per l’impresa di Kelley quanto per quella di Jackson. Invece di selezionare i dati necessari, il film si fa guidare dall’ansia di contenere tutto: il risultato è la dispersione. Quel che inizia come un promettente ed epico viaggio tra le stanze e i retroscena di un evento epocale, in cui il mondo si raduna a guardare negli occhi un male senza precedenti, diviene una serie di imprevisti e sorprese in disordinato accumulo.
A essere smarrito per primo è il proposito di partenza di Kelley: dimostrare l’esistenza di una “mente nazista”, di uno specifico profilo psichiatrico che gli metta in pugno il segreto per sradicare il male. Una scoperta che consegnerebbe il suo nome alla storia, benché al di là del mandato dei suoi superiori.
Un mandato sorpassato anche dalla segreta speranza di Jackson: quella che i colloqui di Kelley coi detenuti gli forniscano prove per incastrarli. Ma il Kelley intimato a farsi complice di un illecito, a tradire il segreto professionale e (soprattutto) la sua insidiosa amicizia con Göring, finisce per oscurare il Kelley appassionato (ed equivoco) ricercatore.
Il fattore «X»
Il vero tema di Norimberga – ammesso che ve ne sia uno solo – riguarda il confine precario tra giustizia e ingiustizia. Si espongono infatti le numerose controversie che, già all’epoca, mettevano in dubbio la legittimità ed equità del processo: dalla composizione della corte (che include soltanto giudici degli Stati vincitori), ai principi di diritto internazionale cui quest’ultima sceglie di attenersi (o meno), ai crimini (non processati) commessi dai vincitori stessi, fino all’assenza di scrupoli legali con cui Jackson – stante la pellicola – intende far condannare Göring.
Del quesito iniziale di Kelley, del suo contributo all’identificazione dei semi del nazismo, non resta nulla, salvo una tardiva ripresa finale: contro ogni sua previsione, la sua analisi non ha scovato alcuna “mente nazista”. I variegati profili di Göring e degli altri prigionieri non differivano da quelli dell’uomo comune. Anche gli eventuali disturbi psichiatrici o i loro tratti più peculiari non avevano alcunché di eccezionale.
Nemmeno la spropositata vanagloria di Göring poteva essere ritenuta prerogativa esclusiva del nazismo. Anzi: è possibile che l’ambizioso e rampante Kelley vi abbia visto riflesso – e non senza spavento – sé stesso. Non solo, ma il film stesso lascia intravedere quanto Göring non fosse privo di simpatia, né scevro di qualunque sentimento: segno che approvazione dello sterminio e bontà d’animo convivevano enigmaticamente in un’unica persona.
Dove ha origine allora la gelida e implacabile eliminazione di intere categorie di esseri umani? Date infatti le osservazioni di Kelley, in parte simili alla celebre tesi sulla banalità del male di Hannah Arendt, ne risulta che il fattore «X» responsabile del nazismo è un fattore che può trovarsi in chiunque; eppure, date le sue infernali conseguenze, non può trattarsi di un fattore qualunque. Purtroppo, della (discutibile) risposta fornita da Kelley non c’è che un fuggevole accenno: una sorta di sommesso invito a non accontentarsi di comode prese di distanza, di teorie secondo le quali il nazista non è altro che un essere spregevole con cui la gente perbene non ha nulla a che spartire.
Più timidi ancora i (pur significativi) segnali che provengono dalla curiosa sottotrama dedicata a Howard Triest, interprete di Kelley, e al detenuto Julius Streicher, che nella compagnia di Triest vorrebbe trovare un rimedio alla solitudine del carcere, un amico nel deserto. Un insolito e problematico rapporto, che, proprio in virtù della somiglianza degli imputati di Norimberga con chiunque di noi, lascia presagire quanto nell’anima di ciascuno sia rintracciabile non soltanto il temibile fattore «X», ma anche il possibile antidoto.
Al netto di questo e poco altro, Norimberga rischia di ridursi ad un generico appello: di fronte al male, si deve pur intervenire. Comprenderne la genesi non è così rilevante: basta che, in un modo o nell’altro, il tribunale arrivi a una condanna.