«Non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata».
Il Natale è trascorso da poco e una volta ancora abbiamo contemplato nel presepe il silenzioso mistero di quella carne che papa Leone, nella Dilexi te, ci ha invitato a considerare che non è una carne astratta, quasi diafana: ha fame, ha sete, è bombardata, è perseguitata, è bullizzata, è per mille ragioni discriminata, le è negato il diritto all’istruzione, è persino espulsa come un cancro prima di venire alla luce. Abbiamo contemplato con stupore il mistero di Dio che si fa questa nostra carne.
Lo sguardo sul presepe e lo sguardo sul mondo non possono essere schizofrenici. E lo sguardo sul mondo, proprio allo scoccare di questo 2026, ci ha messi davanti all’orrore di Crans-Montana, paradigmatica riprova di quanto la cupidigia possa render ciechi di fronte al valore della vita umana. E continua a metterci davanti alla condizione delle popolazioni di Gaza, Siria e Cisgiordania che ancora muoiono come quella di Kiev e come i giovani russi spediti a far carne da cannone in Ucraina; ci mette davanti Iran, Yemen, Libano, Sudan, Etiopia, Somalia, Congo e tutti i 92 Paesi che in questo momento soffrono le conseguenze tragiche di conflitti armati. E all’insensata violenza dei maranza, e al dolore delle loro vittime, e a una condizione geopolitica del “tutto commerciabile” fatta di strategie predatorie dove il valore prevalente è quello economico, come rivela la disputa in corso sulla proprietà della Groenlandia che ha visto mettere cinicamente sul piatto l’offerta di acquisto dei suoi abitanti…
Davanti a tutto questo non possiamo limitarci «a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio»: bisogna che nel misterioso silenzio del presepe il nostro respiro si fonda col respiro di quel Dio fatto carne, perché, scrive ancora papa Leone nella Dilexi te citando Giovanni Paolo II che ricordava a sua volta l’insegnamento di Madre Teresa di Cacutta, «“Il frutto del silenzio è la preghiera; il frutto della preghiera è la fede; il frutto della fede è l’amore; il frutto dell’amore è il servizio, il frutto del servizio è la pace” […]. Era una preghiera che riempiva il suo cuore della pace di Cristo e le consentiva di irradiare tale pace agli altri». Dal grembo silenzioso del presepe nasce dunque la preghiera che guida il nostro sguardo sul mondo, e frutto della preghiera è la pace, disarmata e disarmante, che non può essere trattata come un ideale lontano e che non può essere raggiunta per altra via che quella di un personale cammino di fede, di amore e di servizio.
Vogliamo dunque fare fattivamente nostri la prospettiva e l’impegno suggeriti dal Decreto della Penitenzieria Apostolica che, nell’ottavo centenario della morte di Francesco d’Assisi, indice per questo 2026 uno speciale Anno giubilare:
Quando la carità cristiana langue, l’ignoranza dilaga come il malcostume e chi esalta la concordia tra i popoli lo fa più per egoismo che per sincero spirito cristiano; quando il virtuale prende il sopravvento sul reale, dissidi e violenze sociali fanno parte della quotidianità e la pace diventa ogni giorno più insicura e lontana, questo Anno di san Francesco sproni tutti noi, ciascuno secondo le proprie possibilità, a imitare il poverello d’Assisi, a formarci per quanto possibile sul modello di Cristo, a non vanificare i propositi dell’Anno Santo appena trascorso: la speranza che ci ha visti pellegrini si trasformi ora in zelo e fervore di fattiva carità.