«Nessun giovane, per quanto straordinario, può conoscere il proprio destino. Non può prevedere che parte avrà nella grande storia che sta per essere narrata. Come tutti, deve vivere per imparare. E così sarà per il giovane mago che sta arrivando alle porte di Camelot. Un ragazzo che nel tempo darà vita a una leggenda. Il suo nome, Merlino».
Per chi, sbucando dal dedalo sotterraneo del metrò di Parigi sotto l’orologio della stazione di Gare du Nord, prendesse un treno con destinazione Compiègne,
e attraversasse la foresta a bordo di quella che fino a pochi anni fa era l’unica corriera del mattino (per intercettare poi, al ritorno, l’unica del pomeriggio), si troverebbe di fronte un paesaggio da fiaba: un presepe incastonato tra la riva di un laghetto e verdeggianti colline su cui svetta un immenso castello dai toni di una miniatura fiamminga. O di un romanzo di
Dumas, che affida la gestione di uno Château de Pierrefonds seicentesco a un castellano d’eccezione, il moschettiere Porthos.
Insomma, arrivarci sa già di avventura. Eppure, questa estate il castello ha ospitato un grande evento (già riconfermato per il prossimo anno), organizzato da “Gauntlets & Gowns”, compagnia inglese specializzata in eventi a tema fantasy di ispirazione letteraria o cinematografica. Un trittico di serate danzanti in maschera, dal nome evocativo “Il ballo di Camelot”, aperto a cosplayer e amanti del genere. E questo proprio nel luogo che tra il 2008 e il 2012 si è trasformato nel set di Merlin, serie britannica in cinque stagioni co-prodotta da Shine e BBC.
Dare vita a una leggenda
Ciò che colpisce è che una produzione su cui è calato il sipario ormai 13 anni fa abbia ancora il potere di radunare tante persone in un’esperienza così totalizzante e apparentemente lontano dagli epicentri dell’audiovisivo. Un potere generativo quasi inesauribile, che anziché essere stato spento da un finale chiaroscurale che ha lasciato molti spettatori con l’amaro in bocca (ma che difficilmente avrebbe potuto sciogliersi diversamente, essendo tratto da una leggenda le cui fonti letterarie hanno titoli di un tenore che oscilla tra “la morte” e “la caduta” di Artù), ne è stato rafforzato: ne sono scaturite fan fiction e fan art attraverso cui aspiranti scrittori e illustratori hanno reso questa storia la loro storia, immaginando labirintiche sottotrame, finali alternativi e
sequel inaspettati.
Ben 13 anni quindi, senza contare i 1500 trascorsi dall’era in cui sarebbe ambientata la leggenda arturiana. Una leggenda che nonostante i confini indefiniti, o forse proprio grazie a questi, ha ispirato innumerevoli adattamenti, dal Primo cavaliere (1995) al “gladiatoresco” King Arthur (2004), passando per il teatro musicale (da Wagner ai musical classici o parodistici, come Camelot e Spamalot) e per i film d’animazione (dal classico Disney La spada nella roccia al meno conosciuto La spada magica. Alla ricerca di Camelot firmato Warner Bros.). E non solo nel mondo anglosassone, basti pensare al meraviglioso romanzo dai toni epici di Valerio Massimo Manfredi, L’ultima legione (Mondadori 2002), approdato anche sul grande schermo.
E Merlin ha raccolto degnamente il testimone, riuscendo a intercettare la stessa generazione cresciuta insieme alla saga letteraria e cinematografica di Harry Potter. E con il suo maghetto (questa volta giovane uomo, in un’epoca ben più antica) ha saputo accompagnarla nell’adolescenza e crescere con lei.
Il destino di un giovane mago
Incontriamo Merlino (Colin Morgan) mentre arriva a Camelot, il bagaglio pieno di speranze e di domande sul senso del suo dono innato. È solo un ragazzo, ma in lui alberga fin dalla nascita il seme di uno straordinario potere. A corte la magia è bandita, pena la morte. Ma c’è un uomo che può aiutarlo a controllare i suoi poteri e a dare loro uno scopo: Gaius (Richard Wilson), il medico di corte, che un tempo aveva praticato le arti magiche e che diventerà il suo mentore. Insieme a un drago, incatenato nei sotterranei del castello a perenne monito, che gli rivelerà il suo destino: mettere la sua magia al servizio del principe Artù (Bradley James), a lui vicino per età ma non certo per lignaggio, né tantomeno per carattere. Nonostante gli iniziali conflitti e il segreto che aleggia sulla vera natura di Merlino, tra il principe e il suo servitore nascerà una profonda amicizia, suggellata da un destino comune: sono «due facce della stessa medaglia», e insieme, secondo la profezia, fonderanno Albione, un nuovo regno e una nuova era dove trionferà la giustizia e la magia sarà finalmente libera di prosperare. Dove la nobiltà sarà definita dalle azioni, e non dall’albero genealogico, e ogni suddito siederà a una immensa, ideale, tavola rotonda.
La prima soglia che accoglie e strega lo spettatore è l’ambientazione d’incanto. Sospesa in un passato leggendario non circoscrivibile nelle epoche e nelle geografie storiche, appare quasi di un millennio più tarda rispetto al tempo in cui le vicende narrate si sarebbero svolte. Ma per il giovane pubblico a cui la serie è rivolta e per il genere marcatamente fantasy, questa atmosfera è la cornice ideale, perché è permeata dell’immaginario del corpus leggendario attraverso cui abbiamo imparato a conoscere il ciclo arturiano. Una cornice colorata di vessilli e blasoni, popolata da creature fantastiche e incantesimi, e contesa tra cerche, tornei e balli a corte.
Ma l’elemento che sopra tutti gli altri è riuscito nell’impresa di rendere ancora una volta immortale il mito arturiano, è la capacità di riplasmarlo in una scenografia in cui rappresentare la storia di ognuno di noi, una storia che si ripete fin dall’alba dei tempi, in infinite varianti accomunate dalla stessa ricerca di senso, dalla stessa inesauribile spinta a chiederci quale sia il nostro posto del mondo, se esista un disegno più grande che dia significato al nostro piccolo universo, e, se un destino c’è, quale spazio sia allora lasciato alla nostra libertà.
Assistiamo quindi alle avventure di due giovani destinati a diventare il re e il mago più grandi di tutti i tempi, e a fondare insieme una terra promessa. E noi cresciamo con loro, prima nella speranza della luminosa profezia di una nuova era, e poi nella paura dettata da un presagio di rovina, la caduta di Artù, un’ombra in cui è sempre più difficile discernere (e compiere) ciò che è giusto e continuare a sperare nel suo profetizzato miracoloso ritorno.
«Re una volta e re in futuro»
Ma quando il destino diventa più un onere che un onore, e croce più che delizia, la libertà sta nel come andargli incontro. E nell’opporre alla logica della pura razionalità, e in fondo della paura, dell’odio e del disincanto («Non c’è giusto o sbagliato, solo quello che è e quello che non è»), quella della lealtà, dell’amicizia e dell’amore («La soluzione si trova in una forza così potente che né tu né io possiamo capire, una forza che ha fatto impazzire molte menti. È la forza più antica e potente di tutte: l’amore»). E la prospettiva del servizio, mettendo a tacere la frustrazione del non essere visti («È arduo essere più potenti di chiunque altro e dover vivere sempre nell’ombra»), perché il vero eroismo è spesso silenzioso, disinteressato:
Certi uomini nascono per arare i campi, altri diventano grandi medici, altri ancora grandi re. Io, io sono nato per servirvi, Artù, e ne sono orgoglioso. E non cambierei niente.
Le storie hanno il potere di rispondere al bisogno ancestrale dell’umanità di trovare un senso: in esse, nulla accade per caso, ogni cosa ha una parte nella grande Storia narrata. E questa storia in particolare arriva a raccontare il senso ultimo, il destino. Non è un caso che sia divenuta leggenda, archetipo di infinite storie a venire. Destinata, come quell’Artù di cui eterna le gesta, il “re una volta e re in futuro”, a risorgere.
Abbi fede, perché quando Albione ne avrà bisogno, allora Artù risorgerà. […] La storia di cui noi abbiamo fatto parte vivrà a lungo nella memoria degli uomini.