Lorenzo Mondo (Torino 1931-2022), giornalista e scrittore, fu a lungo vicedirettore della Stampa e a lui si deve la scoperta del Taccuino 1942-43 di Cesare Pavese e Appunti partigiani: ’44-’45 di Beppe Fenoglio. Pubblichiamo di seguito il toccante ricordo della figlia Monica, anche lei giornalista che, tra le altre cose, conduce il programma Soul su Tv2000.

Mio padre era un uomo retto. Una rettitudine morale allenata dalla fatica, dal sacrificio, da un’infanzia di guerra e di povertà. Non ho mai trovato un filo di retorica o di nostalgia del tempo andato nei suoi racconti, ma il valore della fatica sì, per le cose ben fatte e a modo sì, insieme a verità, realismo e un’appassionata attenzione alle piccole cose, che mi ha insegnato a guardare con stupore. I grilli di prato che scovava con un filo d’erba nelle loro tane, le salamandre lucide e misteriose che evocavano mostri antichi; i soffioni dei campi da far volare leggeri, la bellezza delle montagne.
Sembrava ringiovanire un passo dopo l’altro, e temprarsi sulle mulattiere, respirando a ogni salita più libertà, il profumo della meta più vicina. Perché là in montagna, senza bisogno di parlare, con un segno della croce e un panino, faceva crescere in me l’anelito più grande all’infinito, a Dio.
Non amava fronzoli e salamelecchi, sapeva essere rude, eppure era tenero nell’apprensione, nelle scontrose affettuosità, nell’orgoglio per i suoi figli.
Mio padre era un uomo serio, severo, cresciuto con poche parole, e pochi svaghi. Aveva lavorato tanto, sempre, ma per lui il lavoro è diventato presto un amore immenso alla parola, alla scrittura e ne capiva il privilegio, erede di un padre falegname, di nonni contadini usi a spillar mosto, più che al latino. Quello l’aveva imparato da uno zio monsignore, in canonica, negli anni della famiglia sfollata in Monferrato, dopo il bombardamento che aveva buttato giù l’alloggetto nel palazzo di periferia torinese. E l’aveva affinato al liceo D’Azeglio di Torino, con il professor Augusto Monti, un gentiluomo sapiente e antifascista, che aveva patito il carcere, amico di Gramsci e Gobetti: aveva cresciuto, tra gli altri, Pavese e Leone Ginzburg.
Studio e talento
Che lo studio tenace ma goduto, fosse fonte di libertà e strada per la conoscenza, non solo delle materie, ma della vita, era indiscutibile; che toccasse esercitare e far brillare i talenti ricevuti, altrettanto. Con questo spirito: vagliate ogni cosa e trattenete il valore.
Era difficile e pesante a tratti reggere quotidianamente il suo costante esercizio critico: il dubbio non per volgere in cinismo il pensiero, ma per emendarlo dal fanatismo, dall’ideologia. Il fascismo l’aveva ben capito, anche se ragazzino. Aveva visto i morti della Resistenza, il suo Fenoglio aveva saputo narrare vincitori e vinti, libero da etichette di partito. Cresciuto in parrocchia, col distintivo dell’Azione Cattolica appuntato sul petto, aveva subito gli sberleffi e la tracotanza dei “rossi” e poi da giovane giornalista di cronaca, seguito gli scioperi violenti che bloccavano la città.
Aveva indossato il basco verde e girato con la Madonna pellegrina per sostenere la Dc e Guido Bodrato e Carlo Donat Cattin erano amici di gioventù e suoi testimoni di nozze. Una generazione non lontana per formazione, per ideali, da quella di Piergiorgio Frassati e Armida Barelli, con Sturzo e De Gasperi come maestri, trent’anni dopo.
La fede che diventa proposta, che intride la cultura, anche quella politica, che al fare la carità unisce la carità del pensiero, un punto di vista diverso nato dallo sguardo all’uomo cambiato dal Vangelo.
L’umanesimo cristiano. Sulle bancarelle, a poco prezzo, su paginette ingiallite si nutriva di Maritain e Teilhard de Chardin, Péguy
e Bernanos ma anche Claudel e Céline. Solo don Giussani, anni dopo, mi avrebbe suggerito quei libri con lo stesso fervore. E via via, crescendo, abbiamo più volte ragionato sulla debolezza, la pavida assenza di una presenza cattolica, nel pubblico culturale e politico, dominati da una sinistra estremista e astiosa, che faceva presagire i bagliori di una stagione dolorosa e violenta, sfociata negli anni di piombo.
Non sopportava la soggezione nei confronti del potere nell’editoria, nell’università, nella scuola, di quella matrice ideologica distante dal suo pensiero e dalla sua storia, dall’Italia che sperava per i suoi figli e nipoti. Al contempo, non tollerava le contrapposizioni, le bandiere dietro cui una sparuta resistenza di cattolici, con baldanza giovanile un po’ ingenua e presuntuosa, cercava di esprimere un volto e una voce. I movimenti ecclesiali non li ha capiti, come non capiva le comunità di base e le varianti nostrane della teologia della liberazione.
Le sere con Manzoni e Omero
Faticoso, da ragazzi, accettare la medietas come la via principe della ragione e dell’azione. Solo crescendo ho capito che è impossibile separare sempre il grano dal loglio, che gli estremi si toccano e non cambiano il cuore, che la verità sta nel mezzo, come saggiamente chiosava Alessandro Manzoni. I Promessi Sposi! Quanto me li ha fatti amare, prima e dopo lo studio sui banchi di scuola. Leggendo a voce alta i capitoli più divertenti o le pagine da batticuore, l’Addio ai monti e i polli di Renzo, Perpetua e l’Innominato. Quando ero malata, a sera tarda, si sedeva sul lettone appena chiuso il giornale portando il gelato, e leggeva.
Da piccola, tutto Salgari, Sandokan e Minnehaha e il sogno dell’eroismo mi è entrato nel sangue così, senza viaggi mirabolanti, solo dai libri. E poi Gozzano, La Notte Santa come preghiera, o l’Inno alla Vergine del paradiso dantesco.
Poi tutta l’epica: Achille e Ulisse, Didone e Orlando, Artù, figure familiari, emblema di vizi e virtù della commedia umana, incontrati nell’immaginario e acquisiti per sempre con la potenza evocativa del mito. Ma mio padre era anche un uomo gioviale, ironico, scherzoso: cantava di gusto, dai cori alpini alle ballate di Gipo Farassino, cantastorie dialettale, alle canzoni della mala che portava in scena Ornella Vanoni. Cantava bene, a pieni polmoni, un buon bicchiere come compagno e gli amici giusti, quelli di una vita, per fare a gara di barzellette o rammentarsi l’un l’altro quel racconto di Campanile (ancora sorrido quando salgo al Gianicolo e penso alla quercia del tassobasso del tasso del Tasso…).
Amico vero
Ecco, gli amici: compagni di gite in montagna, di discussioni infinite e animate, soprattutto una sorta di club dei poeti estinti protratto fino alla tarda età. I compagni di studi, gli allievi di Giovanni Getto, maestro raro, imparagonabile e mai dimenticato: Stefano e Angelo Iacomuzzi, Giorgio Barberi Squarotti, Guido Davico Bonino, Gianluigi Beccaria, Claudio Magris. Erano di casa e di buona tavola, sodali in letteratura e nello sguardo alle cose. Però, papà non si è mai sottomesso al mainstream dell’intellighenzia che conta, non ha mai frequentato i salotti, i circoli e caffè letterari, se non per mestiere.
Ritroso, terragno, sospettoso di farsi inglobare in un mondo a cui sentiva di non appartenere. Troppo snob, troppo laicista, i suoi padri si erano nutriti a polenta e lui era cristiano. Integro, anche quando non pagava.
Lo scandalo Pavese
Tra le opere che ha trovato e fatto pubblicare di Fenoglio e Pavese, anche alcuni fogli vergati a mano che divennero un caso editoriale ma soprattutto politico. Il famoso Taccuino segreto, in cui un Pavese invaghito di Nietzsche e il suo Superuomo non solo giustificava, ma esaltava il fascismo, e perfino Hitler. Morto Pavese, era l’Einaudi, e Calvino suo direttore, a gestirne diritti e immagine. Papà consegnò quelle pagine, che sparirono nel nulla. Avendone saggiamente fatto fotocopie col ciclostile, solo trent’anni dopo, alla morte di Calvino, quello scritto scottante poté comparire sulle pagine de La Stampa di cui papà era critico letterario e vicedirettore. Fu uno scandalo, che spalancò un dibattito iroso e indignato. Non bisognava scalfire un mito che serviva al Pci e agli intellettuali organici.
Quel Taccuino non fu mai pubblicato dall’Einaudi né da altri grandi editori. E se non si poteva accusare Lorenzo Mondo di essere di destra, lo si ignorò ben presto, con disprezzo, isolandolo, nascondendo la verità anche dell’uomo Pavese, che non si voleva detronizzare dal pantheon dei cantori di una sinistra ideale e mai vista. È stato doloroso non ricevere il merito se non da pochi amici, quasi timorosi, per aver fatto solo il suo mestiere: anche i grandi scrittori possono essere uomini piccini, turbati, deboli, infatuati dall’errore. Sapeva distinguere i peccati dai peccatori, chi aveva studiato il catechismo, ed era ben cosciente che il mondo non lo salvano gli uomini.
La fede come ricerca e domanda
So che la sua fede era domanda incessante, secondo la scommessa pascaliana, e dirittura morale; riconosco con commozione il regalo di avermi portato a messa ogni domenica, anche quando le liturgie erano noiose, anche quando, per tanto tempo, non l’ho più visto ricevere la comunione, perché la fede ridotta a regole non la capiva, come l’ipocrisia di un’etica pallida solo incentrata sul sesto comandamento. Lui che ho visto adorare mia madre e solo mia madre fino all’ultimo giorno in modo quasi irritante, così totale ed eterno. Poi, dopo una mia lunga malattia, che l’ha prostrato nell’animo, ai primi segni di guarigione l’ho visto mettersi in fila per ricevere la comunione, e ho compreso il dialogo serrato con l’Altro, una preghiera che riteneva esaudita.
Non mi ha mai aiutato nei compiti, nella stesura di temi e di tesi. Troppo discreto, timoroso di incombere e sapeva di suscitare timore, un misto di reverenza e disagio, perché nessuno scriveva come lui e leggeva tra le righe, mai banale, mai supponente, ridondante, perché la cronaca gli aveva dato l’esperienza di uno stile asciutto, essenziale.
Ma è per lui che ho conosciuto il meglio della letteratura italiana del suo tempo ed ero troppo giovane per comprenderlo e farne buon uso. La ricerca di seconda media sulla Resistenza l’ho scritta ascoltando a casa loro i racconti di primo Levi e Massimo Mila. A Mario Luzi inviavo le mie poesie adolescenziali e lui aveva il bel garbo di rispondermi. La mitezza di Mario Pomilio, la simpatia affettuosa di Mario Rigoni Stern, il rigore di Carlo Sgorlon, l’acume di Andrea Zanzotto, l’intelletto di Leonardo Sciascia, la lingua di Luigi Meneghello, le storie di Francesca Sanvitale, l’eleganza di Benedetta Craveri. Montanelli mi ha corretto qualche articolo, seduta accanto a lui alla sua mitica scrivania del Giornale. Perché papà lo conoscevano tutti e tra un premio e una presentazione di libri, due parole, una stretta di mano, un caffè ti facevano incontrare gli intellettuali più alti, che ho potuto vedere nel loro quotidiano semplice, e a volte nella loro anche piccina umanità. È a lui naturalmente se l’eco di Pavese risuona guardando le colline di Torino sfumate di nebbia, l’insegna fané del bar Elena. Ma pure le memorie ben più antiche di una città romana medioevale che lui ha sempre scovato, girando a piedi, tra monumenti, lapidi e cortili nascosti, come l’inquisitore domenicano ucciso a sua volta per vendetta, una storia che non ha potuto raccontare. Perché il suo tempo finiva ed era cupo il pensiero, da non farne mai parola, triste il rimpianto di non poter più vedere quella mostra o quello scorcio di crete senesi, quella passeggiata nel bosco, non poter più assaggiare il pane della Val Susa e le rane del Vercellese.
L’amore per la famiglia
Guardava i miei nipoti con occhi velati, già altrove, e saliva il magone di non vederli diventare grandi. Però il suo ultimo romanzo si intitola Felici di crescere e nella pena di un’infanzia violata dalla guerra c’è l’inno alla speranza, alla giovinezza e all’amore puro. Per questo non sarò mai abbastanza grata del cammino che il buon Dio gli ha fatto fare al termine della sua vita. Quei venticinque giorni in ospedale, in terapia intensiva, legato a fili di flebo e respiratori, ma lucido e cosciente sempre, sorridente e gentile con infermieri, curioso dei suoi cari, delle sorti dell’Ucraina appena invasa, preoccupato solo che la sua sposa non soffrisse troppo. E così luminoso e serio nel recitare con me, senza perdersi un verso, a memoria, l’Inno alla Vergine di San Bernardo, ancora una volta.