Il dicembre meneghino ha visto andare in scena la prima nazionale dello spettacolo Lo sciopero delle bambine. L’eroicomica impresa del 1902, che racconta un pezzo poco conosciuto di storia milanese, e, più in generale, di storia sociale. A ospitarlo, il Teatro della Cooperativa, cuore pulsante dell’Associazione nata nel 2002 da un’idea del drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e promotrice di un progetto di riqualificazione sociale della periferia niguardese attraverso lo sviluppo di un centro di produzione teatrale e promozione culturale. Una produzione di PEM Habitat Teatrali, che prosegue la sua ricerca di un’arte che declina in un linguaggio comico contenuti sociali e civili, con drammaturgia di Domenico Ferrari, Rita Pelusio ed Enrico Messina, che firma anche la regia, e in collaborazione con il Comune di Milano, Fondazione Teatro Trivulzio di Melzo, Unione Femminile Nazionale, CGIL Camera del Lavoro Metropolitana di Milano e Archivio del Lavoro.

«Ci sono storie che sfuggono al racconto, e sembra che si perdano. Invece, come le briciole, rimangono incastrate nel selciato delle piazze, fra le tegole dei tetti, sui cornicioni».

Nel 1831, in un’altra epoca di grandi tumulti sociali, Victor Hugo denunciava gli inferni cittadini vissuti dal popolo dietro lo specchio di una Parigi nell’autunno del Medioevo, il 1482 di Notre Dame de Paris, e mostrava al lettore la città del tempo in un capitolo intitolato “Parigi a volo d’uccello”. L’espediente narrativo che nel romanzo dipingeva con le parole una veduta urbanistica di vari secoli più antica, in questo spettacolo prende vita ed esce dalla metafora per diventare cornice e azione. Due piccioni, interpretati da Rita Pelusio e Rossana Mola, osservano dall’alto del loro cornicione, a debita (e deliberata) distanza, altre piccole e indesiderabili creature cambiare la storia.

Giugno 1902. Per cinque giorni, gli ingranaggi dell’industria della moda milanese si bloccano. La città in perenne fermento si ferma. Le piscinine erano scese in strada, e scandivano la marcia del loro corteo gridando come un inno: «Viva il sciopero! Abbasso i scatulun!». Le “piccoline”, giovanissime apprendiste-sarte tra i sei e i tredici anni, sfruttate e sottopagate, e spesso costrette a scoprirsi merce più redditizia tra gli oscuri vicoli di Brera, avanzavano unite verso la Camera del Lavoro. Erano la miccia che accese tanti altri focolai di rivendicazione sociale, altre minuscole briciole che insieme cambiarono il mondo.

Ascoltiamo questa storia persa nel tempo da una tragicomica coppia di uccelli che abitano le piazze senza viverle. E che nel gioco, la dimensione dell’infanzia, rispecchiano invece il nostro sguardo adulto, spesso indifferente e disilluso di fronte alle sfide lanciate dalla storia, mentre le bambine lottavano per cambiarla: «Giochiamo a “Magari cambia qualcosa”. Uno dice: “Magari cambia qualcosa”; l’altro risponde: “Oeh, contaci!”. Ci contiamo: “Uno e due”; e il gioco finisce».

Rita Pelusio e Rossana Mola (foto di Silvia Varrani). LO SCIOPERO DELLE BAMBINE. L’eroicomica impresa del 1902. Regia Enrico Messina

Eppure, le bambine non erano sole. A sostenerle, le intellettuali socialiste e femministe, come il medico Anna Kuliscioff. In questa narrazione, la “dutura dei poveri”, si affaccia solo in punta di piedi, senza rubare la scena alle sue protagoniste, ma la sua storia è raccontata dalla giornalista Tiziana Ferrario nel suo ultimo libro, Anna K (Fuoriscena, 2025). L’autrice, protagonista del primo degli incontri-dibattiti sulla condizione femminile nel contesto lavorativo contemporaneo che chiudono ogni replica dello spettacolo, organizzati con il contributo del Comune di Milano nell’ambito del progetto Milano, Rivoluzione Industriale: uno sguardo agli albori dei primi movimenti di solidarietà sociale, ha condiviso una riflessione necessaria sullo stato di salute del giornalismo odierno, difendendo l’importanza di raccontare in modo corale e imparziale tutte le verità, di fare udire tutte le voci. Solo così, avremo discernimento e libertà. Perché quando le piazze tornano vuote, o vengono costrette a tornare vuote, ciò che resta da fare, a tutti noi, è raccontare.

«La sera sulla prima pagina dell’Avanti è scritto: “Le piscinine hanno vinto”. È tornato il senso di vuoto nella piazza vuota. Facciamo la gara di indignazione passeggera: si pensa a un’ingiustizia, non si fa nulla, vince chi riesce a non vergognarsi».