Quella del nazismo, prima di tutto, è una vicenda incomprensibile, che può essere vagamente messa a fuoco soltanto considerando anche la dimensione metafisica, tra esoterismo e perversa spiritualità. In questo convincimento, e consapevoli di come restituire il senso ultimo di un’epoca, passata o presente, sia un’operazione impossibile, si indicano qui i libri fondamentali per avvicinarsi all’assurdità di questo momento storico e ai suoi esorbitanti protagonisti. Certi che davanti ai prodotti dell’uomo non serve né ridere né piangere ma, come insegna la grande filosofia, occorre tentare di comprendere.
Le memorie di Speer
Il primo documento è il resoconto redatto da Albert Speer durante la sua prigionia a Spandau, dove era stato incarcerato a seguito del Processo di Norimberga. Si tratta delle Memorie del Terzo Reich in cui Speer, prima architetto personale di Adolf Hitler, poi Ministro del Reich per l’armamento e produzione bellica, e infine Ministro del Reich per l’industria e la produzione, ripercorre la propria vita, dall’infanzia alla catastrofica parabola come intimo collaboratore del Führer.

Il volume, che ha il merito di essere scritto egregiamente, costituisce una preziosissima testimonianza sul nazismo e, al netto di deformazioni attuate dall’autore nella speranza di una diminuzione di pena, da esso emerge la più limpida e oggettiva descrizione del funzionamento del Reich, con le sue follie, i suoi titanismi e le sue miserie.
L’attendibilità della fonte è accresciuta dalla condizione di Speer che, oltre a essere stato vicino a Hitler come a pochissimi capitò, non può essere tacciato di partigianerie o letture ideologicamente antihitleriane. Speer, per molto tempo almeno, fu un fedele sostenitore del Führer e questo aumenta l’importanza storica del suo racconto e delle sue valutazioni irrimediabilmente negative.
Il libro è significativo anche per comprendere la sottile personalità dell’autore che, pagina dopo pagina, si afferma come un intelligente manipolatore, un grande architetto-scenografo, e un uomo dotato di un indiscutibile genio organizzativo e operativo.
Non a torto Sebastian Haffner notava come egli non fosse «il solito nazista appariscente e ottuso», bensì l’archetipo di un tipo umano che avrebbero assunto sempre più importanza negli anni: «Il tecnico puro, l’abile organizzatore, il giovane brillante […] senza altro scopo che seguire la propria strada, senza altri mezzi che le proprie capacità tecniche e manageriali». «Degli Hitler e degli Himmler ce ne sbarazzeremo», aggiungeva Haffner, «ma con gli Speer dovremo fare i conti ancora a lungo».
La seconda fonte imprescindibile, che in un certo senso può essere considerata il seguito delle Memorie, è frutto della meticolosa inchiesta della giornalista britannica Gitta Sereny, già nota per un saggio su Franz Stangl, l’ex-comandante del campo di sterminio Treblinka [1]. Il volume, che è recentemente apparso in traduzione italiana per Adelphi come Albert Speer. La sua battaglia con la verità, è il prodotto di profondi e faticosi colloqui con Speer, condotti dopo il termine della sua carcerazione a Spandau. Oltre a questo, l’opera è rafforzata da un’indagine documentale di altissimo livello che guiderà il lettore, tra i vari approdi raggiungibili, anche a un’idea piuttosto precisa sul grado di coinvolgimento di Speer rispetto alla questione della soluzione finale.
Tra i moltissimi meriti di questo volume c’è sicuramente quello di presentare un’accurata indagine dell’architetto e del suo cambiamento dopo i decenni di detenzione (compreso l’avvicinamento alla fede tramite la guida di un pastore calvinista); il merito di delineare nitidamente il sistema hitleriano di compartimentazione stagna delle responsabilità e delle mansioni, necessario a impedire, a un certo grado almeno, la consapevolezza di crimini e colpe; quello di testimoniare in modo chiaro il diabolico magnetismo di Hitler, senza negarlo come vorrebbero certe superficiali ricostruzioni: si pensi alla lettura che va per la maggiore di un Hitler macchiettistico e isterico, tipica della produzione hollywoodiana post bellica; e ancora, il merito di aver indagato l’ambiguità di una zona d’ombra tra il sapere e il non sapere e, soprattutto, tra il sapere e il non voler sapere: un’ambiguità, questa, senza la quale non si capirebbe la vicenda dell’Olocausto.
Il libro è efficace anche per aver posto l’accento sul tratto omoerotico di Hitler, forse mai sessualmente manifestato, ma presente nella sua personalità. Su questo aspetto, che il lettore attento poteva inferire già dalle Memorie, potrebbe essere detto tantissimo e ci limitiamo a indicare il capitolo “Una specie di amore” da cui apprendiamo anche che, dopo anni di frequentazione quotidiana e di sincero interesse del Führer per tutti gli aspetti della sua vita, Speer evitò sempre di parlargli del suo matrimonio che durava da ben sei anni.
Interessante il passaggio in cui apprendiamo del malcelato disappunto di Hitler nel momento in cui, durante un evento pubblico, fa la conoscenza della moglie dell’architetto. Continuamente nel rapporto tra Speer e il potente mecenate intuiamo una dinamica molto vicina a una bizzarra forma di amore da parte di Hitler. Un’attrazione sfruttata dall’architetto, per cui il legame con il Führer significò onori e successo in giovanissima età, ben oltre quanto avrebbe potuto sperare durante la sua formazione.
Notevole la descrizione del loro ultimo incontro quando Speer, senza una motivazione che non sia quella di una resa dei conti le cui ragioni devono essere indagate anche nel campo dell’attrazione sentimentale, decide di raggiungere Hitler nel bunker per parlargli un’ultima volta, ammettendogli, peraltro, di aver disubbidito al suo ordine di attuare la strategia della terra bruciata e senza per questo essere punito.
Significativa in quest’ottica anche l’insistenza – e la malcelata amarezza – con cui Speer, nei colloqui con la Sereny, ricorda dell’ultima stretta di mano che Hitler gli negò, salutandolo freddamente dopo il loro strano incontro.
Biografia di un giovane dittatore
Il terzo testo è stato scritto da August Kubizek, che fu amico di Hitler negli anni della sua cupa giovinezza spesa tra fantasticherie e delusioni. Il libro, Il giovane Hitler che ho conosciuto, è il documento più attendibile per ricostruire l’adolescenza del dittatore.
Apprendiamo di un ragazzo straordinariamente solo, respinto dall’Accademia d’Arte di Vienna, avvezzo a una vita di stenti, disoccupato e fallito sotto tutti i profili, fatta eccezione per la formidabile abilità dialettica e l’elevata capacità di immedesimazione. Il resoconto di Kubizek riesce persino a farci commuovere tanto è penoso il profilo che del giovane Hitler viene tracciato. Indubbiamente, anche se questo non spiega tutto, abissi di malvagità nascono sempre da abissi di solitudine.
Il racconto di Kubizek, inoltre, rende manifesta una dimensione comune a molti grandi potenti della storia, nel bene e nel male. Si tratta della passione smisurata per la letteratura, intendendo il termine nella sua accezione più generale. Così fu, per citare i casi più eclatanti, per Giulio Cesare, Nerone, Napoleone, Stalin, Mussolini, e persino per Saddam Hussein; e così è stato anche per Hitler, mosso da una bruciante passione per architettura e arti figurative e melomane fino al fanatismo.
A questo proposito, raccontano più fonti che la conversazione privata con il Führer su questi temi lasciasse impressionati per le vaste conoscenze. Gran parte della sua giovinezza fu spesa assistendo a opere e drammi che poi, come racconta Kubizek, diventavano oggetto di infinite disamine da parte di Hitler, in sproloqui che avevano già i tratti delle sue ipnotiche orazioni pubbliche. Decisamente inquietante, in questo senso, è la descrizione che l’autore del libro fa della sera in cui Hitler assistette al Rienzi di Richard Wagner, che veniva rappresentato a Linz. Dopo lo spettacolo, raggiunto il punto più alto del Freinberg, sotto un nero cielo stellato, Hitler si abbandonò a una lunga e ispirata orazione:
Le parole non uscivano fluidamente dalla sua bocca come succedeva di solito, ma con uno scoppiettio, rauche e sorde. […] Mai prima, e mai più in seguito sentii Adolf Hitler parlare come fece in quell’ora, mentre eravamo lì da soli sotto le stelle, come fossimo le uniche creature del mondo. Non posso ripetere ogni parola che il mio amico pronunciò. Qualcosa di strano, che non avevo mai notato prima, anche quando mi aveva parlato nei momenti di più grande emozione, mi colpiva. Era come se un’altra persona parlasse dal suo corpo e lo commuovesse quanto me. […] Sentivo come se lui stesso ascoltasse con stupore e partecipazione quello che usciva dalla sua bocca con una forza primordiale. […] E lui evocava in grandiose immagini ispiratrici il proprio futuro e quello del suo popolo. Fino a quel momento ero stato convinto che il mio amico volesse diventare un artista, un pittore, o forse un architetto. Ora egli aspirava a qualcosa di più alto, che non riuscivo ancora a comprendere a pieno, e mi sorprendeva molto perché pensavo che la vocazione dell’artista fosse per lui l’obiettivo più alto, il più desiderabile. Ora stava parlando di un mandato che un giorno avrebbe ricevuto dalla gente, per farla uscire dalla servitù e portarla al culmine della libertà. […] Parlò di una missione speciale che un giorno gli sarebbe stata data, e io, il suo unico ascoltatore, non riuscii a capire cosa intendesse. Molti anni dovettero passare prima che mi rendessi conto del significato di quell’ora di rapimento del mio amico. Le sue parole furono poi seguite dal silenzio. Scendemmo in città. L’orologio batteva le tre. Ci separammo di fronte casa mia. Adolf mi strinse la mano. […] «Dove te ne vai, ora?» gli chiesi, sorpreso. Egli rispose brevemente: «Voglio stare da solo».
Molti anni dopo, quando Hitler e Kubizek incontrarono la signora Wagner, il Führer evocò l’esperienza decisiva della rappresentazione del Rienzi a Linz, e concluse pronunciando queste parole, impresse a fuoco nella memoria dell’amico: «Fu in quel momento che cominciò tutto».
Tra verità e propaganda
Il quarto libro suggerito è di grande interesse anche se, in più di un’occasione, sono evidenti le esagerazioni della propaganda statunitense. Si tratta di una dettagliata indagine psicologica commissionata dall’Office of Strategic Services nel 1943, un’agenzia di Intelligence degli Stati Uniti formata durante la Seconda guerra mondiale per coordinare le attività di spionaggio, di propaganda e di pianificazione postbellica.
Lo studio psicanalitico, molti anni dopo desecretato e pubblicato come Psicanalisi di Hitler (Garzanti 1975), fu il risultato di un minuzioso lavoro di analisi coordinato da Walter Langer sulla base di una vasta mole di documenti, discorsi, dichiarazioni e, soprattutto, su interviste a persone che erano state vicine al Führer e che si trovavano ora a distanza di sicurezza.

Lo studio fu richiesto nella speranza di anticipare le mosse di Hitler attraverso la comprensione della sua situazione psicologica. In questo senso forse non ebbe una grande utilità e, anche se certi comportamenti pubblici del Führer furono previsti con precisione, di fatto la guerra proseguì su un binario già tracciato, senza che il testo servisse in modo particolare.
Cionondimeno le informazioni raccolte sono di interesse per chiunque intenda studiare la vicenda del nazismo e della sua guida: il libro è una miniera di aneddoti, dichiarazioni, curiosità e ipotesi più o meno credibili sulla psicologia del dittatore: da come si crede di essere, a come è percepito dal popolo tedesco, da come lo conoscono i suoi camerati, a come egli conosce sé stesso, fino a un’analisi tecnica del suo profilo psicologico e una sezione conclusiva con le linee generali del suo probabile comportamento futuro.
Tralasciando qualche ingenuità propagandistica, come l’insistenza morbosa sulla sospetta perversione sessuale di Hitler dalla coprofagia al masochismo, lo studio fornisce utili basi per approfondire molti aspetti del dittatore, dal rapporto con i genitori, al suo misterioso passato, al modo di parlare in pubblico, al suo incredibile affidarsi all’istinto procedendo sovente in modo del tutto irrazionale.
Hitler si attribuiva una micidiale durezza: «Io sono uno degli uomini più duri che la Germania abbia avuto da decenni, forse da secoli. Dotato dell’autorità più grande di qualsiasi capo tedesco. Ma soprattutto credo nel mio successo. Ci credo incondizionatamente»; così come un’assoluta infallibilità: «Non posso essermi sbagliato. Ciò che io faccio e dico è storico».
Ma non possiamo non ammettere anche un’imprevista simpatia, come quando lui stesso deride i suoi: «Voi tutti sapete, no, che cosa sono un volt e un ampère? Bene. Ma sapete che sono un goebbels e un göring? Un goebbels è la quantità di sciocchezze che un uomo può dire in un’ora, e un göring la quantità di metallo che può essere appuntata sul petto di un uomo».
In coerenza con un granitico scetticismo psicanalitico, il libro non fa riferimento alla dimensione spirituale, anche se molte testimonianze lì sembrano condurci. Alcuni esempi? Il Führer, come è noto, affidava le sue scelte a una misteriosa voce interiore che doveva parlargli: «Se non sento dentro di me l’indefettibile certezza che questa è la soluzione, non muovo un dito. Anche se tutto il partito intero mi spingesse ad agire, io non agirò; aspetterò, qualunque cosa accada. Ma se la voce parla, allora so che è venuto il momento di agire». Fu questa voce che gli avrebbe salvato la vita in più di un’occasione, come in un singolare episodio verificatosi durante la Prima guerra mondiale:
Stavo consumando la cena in trincea, insieme con parecchi commilitoni. All’improvviso mi parve di udire una voce che mi diceva: «Alzati e allontanati di qui». Era così chiara e insistente, che obbedii automaticamente come a un ordine militare. Mi alzai subito in piedi e camminai per una ventina di metri lungo la trincea, portando con me il gavettino con la cena. A questo punto mi sedetti e ricominciai a mangiare, poiché la mia mente era di nuovo in pace. Mi ero appena sistemato, quando un lampo e un’assordante deflagrazione esplosero nella parte di trincea che avevo appena lasciato. Una granata vagante aveva dilaniato il gruppo di soldati con i quali stavo cenando, e nessuno era sopravvissuto.
Eloquenti e terribili, restando in questa prospettiva, sono le descrizioni dei suoi profondi turbamenti notturni, tali che si direbbe che la sua propensione a fare tardi derivasse dal terrore di andare a dormire.
Hitler si sveglia di notte con urla terribili, invocando aiuto. Lo si trova seduto sul bordo del letto, incapace di muoversi. Trema di terrore, facendo vibrare tutto il letto. Grida frasi confuse, inintelligibili. Ansima come se si sentisse soffocare. Una volta fu trovato in piedi in mezzo alla stanza, barcollante; lanciava attorno a sé sguardi selvaggi: «Lui! Lui! È stato qui» ripeteva ansimando. Aveva labbra cianotiche, il volto grondante di sudore. Di colpo, cominciò a pronunciare tutto d’un fiato un indecifrabile miscuglio di parole sconnesse, cifre e frasi spezzate, assolutamente prive di senso. Faceva un’impressione terribile. Metteva insieme parole mai udite, certamente non tedesche. Sembrò quietarsi, rimase immobile in mezzo alla stanza, muovendo appena le labbra. Poi, all’improvviso, urlò: «Là! Là! Nell’angolo! Chi è?» Pestava i piedi e gridava com’era solito fare nelle sue crisi di furore.
Anche se dal resoconto di Langer non potevamo aspettarci niente del genere, queste e molte altre testimonianze non possono non suscitare una riflessione che eccede i confini della psicanalisi, per portarci in territori paludosi, tra esoterismo, follia e demonologia.