Anita Likmeta, Le favole del comunismo, Marsilio, Venezia 2024, pp. 160, € 16
Anita Likmeta racconta la vita nell’Albania sotto il regime comunista, al potere dal 1945 al 1992, di una bambina, alter ego dell’autrice stessa, nata e cresciuta fino a undici anni in un paesino in piena campagna, dove l’acqua in casa, la proprietà privata, la corrente elettrica o un paio di scarpe non rotte sono qualcosa di raro.
Il libro ripercorre la sofferenza di un popolo che per generazioni è vissuto oppresso dalla negazione della libertà e di tutti i diritti primari della persona, in un Paese isolato e abbandonato dal resto del mondo. Inaspettatamente, però, anche in un contesto simile, la speranza sembra esistere: slanci e dubbi, fantasie, proprie dell’infanzia.
La scelta stilistica dell’autrice di usare il punto di vista di una bambina, che esplora il mondo con ingenuità e curiosità con le emozioni tipiche dei bambini, arricchisce la lettura. I bambini capiscono, spesso di più degli adulti, vedono le cose con un atteggiamento che, se può sembrare idealizzato, è spesso pragmatico e intelligente. Lei sa, ma non sa, perché è impossibile non rendersi conto della povertà che la circonda, della miseria della gente. Ha paura, ma non vuole morire. Crede in un futuro migliore, sa che c’è, che può voler dire andare in Italia, o semplicemente riabbracciare la propria mamma e non sentirsi più sola.
Tra le pagine si percepisce il dolore delle persone private della libertà (allora gli albanesi, oggi gli iraniani, i nordcoreani…), lo si rispetta e ci spinge a interrogarci su di noi e sul mondo in cui viviamo. Come dice l’autrice alla fine del libro:
Il nostro sistema non è perfetto, ma se facciamo un passo indietro, ci giriamo di lato, sfogliamo le carte e cerchiamo sotto il letto o sul libro, capiamo che poi in fondo questo Occidente tanto vituperato e che sembra vergognarsi di sé stesso non è tanto male e che è importante pensare a come migliorare il mondo in cui viviamo, ad aggiungergli cose migliori o a ritoccarne altre che non vanno, senza però cercare di distruggerlo o, peggio ancora, negare l’evidenza per motivi futili e invidie personali.
I protagonisti del libro non sanno o capiscono molto di economia o di altre discipline, ma percepiscono con chiarezza lungimirante che una vita migliore è possibile. In certe pagine tutto questo fa riflettere non soltanto su differenze impossibili da non vedere tra il nostro mondo e uno privato della libertà, ma sulla bellezza della nostra condizione umana e sulla sua determinazione. Magari un mondo che il nonno o la nonna della piccola protagonista non potranno mai vedere, ma che augurano alla nipote o figlia.
Leggendo questo libro, si ha quindi l’opportunità di entrare in un mondo diverso, inizialmente estraneo al nostro e spesso buio, molto lontano dal lusso e dalle comodità a cui siamo abituati. Un contrasto che, verso la fine del libro, a distanza di anni, l’autrice stessa, diventata donna e non più bambina, sottolinea, raccontandoci da giornalista che vive a Milano alcuni attimi della sua vita attuale in modo leggero.
Beatrice Sofia Galli
