Estratto da Letture (Ares 2023, pp. 1.320) di Cesare Cavalleri

Si finisce per abituarsi all’altissima qualità («Sempre pernici, sempre pernici!») dei libri (ormai non pochi) di uno scrittore come Vittorio Messori: ogni volta è un record di vendite, ogni volta è l’aspetto, l’angolazione originale di un problema mai secondario che l’autore sviscera e sviluppa, con il procedimento, di cui ha l’esclusiva, di unire profondità e chiarezza in uno stile immediato che non è solo invidiabile dono di natura, bensì risultato di riflessione, di studio che, senza dare a vedere il percorso, con segna con eleganza al lettore un frutto che pare appena colto dal ramo.

Così, sembrano come scontati e «dovuti» il livello e il successo del volume Le cose della vita (San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, pp. 436), con cui Messori, dopo Pensare la storia (1992) e La sfida della fede (1993), conclude la sistematizzazione delle puntate di Vivaio, la rubrica che è stata al servizio dei lettori di Avvenire dal maggio 1987 al dicembre 1992.

Ma proviamo un po’ a pensarci: dove trovare un giornalista-scrittore altrettanto informato, storicamente provveduto, cattolicamente impegnato, e oltretutto godibile, divertente? Sì, Messori ci ha abituati troppo bene, ed è giusto esprimere gratitudine per la buona abitudine che ci ha tra smesso. A voler considerare questo terzo volume come l’opera di un esordiente, ci sarebbe da gridare al miracolo: è nata una stella! E il fatto di essere abituati ai «miracoli» di Messori non vuol dire che siano meno miraco losi.

Indimenticabili, in Pensare la storia, i capitoli su Galileo, sull’Islam, sulla «Leggenda nera» della colonizzazione spagnola in America. Nel secondo volume, che aveva una prefazione di Léo Moulin, ben sette interventi sull’autenticità della Sindone, e tuttora incredibile la bagarre, ricostruita in tre puntate, che per giorni e giorni fece di Messori una sorta di «mostro di Rimini» perché al Meeting, in occasione della presentazione del suo libro su Faà di Bruno, si era permesso (restando frainteso) di parlar male del Risorgimento.

Il terzo volume ha come temi centrali la riflessione sulla caduta del marxismo e, per l’Italia, sul crollo del sistema incentrato sul partito che radunava la maggior parte dei cattolici. Riflessioni lungimiranti e spesso amare, su quest’ultimo argomento, che si stemperano nella pagina diaristica finale in cui, in occasione del suo 53° compleanno, l’autore, come scuotendo il capo, richiama alle cose di lassù (che sono le uniche importanti, fra «le cose della vita»), non per tirarsi fuori ma per respingere, ancora una volta, il ricatto del «tutto è politica».

I tre volumi di Vivaio compongono un’aggiornata «enciclopedia cattolica» di attualità, la cui consultazione è facilitata dagli indici dei nomi di persona e di luogo. Ma bisogna leggerli per intero, come libri di storia e an che come romanzi, tanto sono compatti e coinvolgenti.

Nella prefazione a Pensare la storia, il card. Giacomo Biffi scriveva che «Messori è, ringraziando il Cielo, au tore originale e personalissimo, e non c’è obbligo di con dividere tutte e singole le sue sempre geniali opinioni. Ma non possiamo non condividere tutti – e tutti apprezzare – il suo coraggioso servizio alla verità e il suo amore per la Chiesa». Quanto a me, se è concessa una dichiarazione di voto, condivido anche «tutte e singole le sempre geniali opinioni» di Vittorio Messori. (Sc n. 424, giugno 1996)