Elena Pigozzi ha una bella scrittura e questa è davvero una storia straordinaria e densa di significato, un backstage che fa capire, se ce ne fosse ancora bisogno, l’inutilità della guerra e le sue brutture. Ma al contempo sono pagine piene di luce, di vita, di audacia tutta femminile. Un ritratto di una resistenza intelligente senza paure, fatta di astuzia e di intrapresa.
La storia è quella delle sarte della caserma Villarey di Ancona, che sistemano gli abiti dei soldati facendo miracoli con ago e filo. Storie di famiglie distrutte dalla guerra, con ferite e ricordi. La guerra è finita ma non è ancora finita, siamo in quella terra di mezzo tra tedeschi ancora inferociti che cercano di resistere e ne combinano di tutti i dolori come solo i nazisti sapevano fare insieme ai fascisti nostrani, ringalluzziti e accecati dalle briciole di potere, mentre una sorte terribile avvolge la popolazione che era già scesa a far festa per la guerra finita e che nel giro di poco si ritrova di nuovo prigioniera.
È la storia di Laura, appena diciottenne che si trova a farsi carico di Milo, il fratello più piccolo che crescerà in fretta diventando uomo coraggioso, come succede quando c’è la guerra e un nemico da combattere. È la storia di Alda, vedova che ha tirato su quattro figlie, impavida sarta dalle tante risorse, che si prende cura di Laura e ne fa una donna insegnandole che le cose impossibili non esistono, non si accettano quando c’è da salvare qualcuno.
È la storia di donne che si aiutano, che portano una cesta con un po’ di riso, di pane, di frutta alla famiglia che non ha più nulla e così riempiono i cuori, prima che gli stomaci. La scrittura di Pigozzi è poetica, veloce e appassionata, ci porta dentro al racconto, i capitoli sono brevi, scorrono veloci tra un bombardamento alleato e l’altro, finiamo anche noi dentro ai rifugi antiaerei, ne usciamo coperti di calcinacci e di dolore. A tratti sembra di rivedere Il diritto di contare di Theodore Melfi, la pellicola del 2016 che racconta la storia vera di tre brillanti donne afroamericane: Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e Mary Jackson che lavorano alla Nasa. E anche questa è una storia tutta vera: il piano di Alda coinvolge interi quartieri che si stringono in una gara contro il tempo perché il treno piombato è già arrivato in stazione. Spunta anche Elio Toaff, che ebbe il primo incarico di guida della comunità ebraica proprio ad Ancona. Ci viene raccontato del panfilo reale “Savoia” e dei suoi tesori. Tutto con precisione storica.
E così lavorando di ago e filo, pensando e ripensando a come salvare i soldati italiani fatti prigionieri nella loro stessa caserma, l’amore aguzza l’ingegno e riescono a metterne in salvo dai campi di concentramento ben 400, facendoli uscire uno a uno dalla caserma diventata prigione. Ma il come non va svelato, è troppo divertente e arguto, si scoprirà solo leggendo.
Giorgio Fozzati
