Presentiamo un estratto di Le ragazze dello Squadrone blu (Ares, pp. 256, € 18), l’ultima novità della collana Faretra, scritto da Philippe Maynial. Questa straordinaria testimonianza storica ha ispirato il film Agnus Dei (2016) e riporta alla luce una delle missioni più coraggiose del secondo dopoguerra.
Una missione impossibile nella Polonia del 1945
Nel 1945, la trentaduenne Madeleine Pauliac, medico dell’esercito francese, viene inviata dal generale de Gaulle a Varsavia. Il suo compito è coordinare il rimpatrio di 300.000 soldati francesi prigionieri o feriti, bloccati nei territori controllati da Stalin.
Al suo fianco operano undici infermiere e autiste della Croce Rossa francese: sono le ragazze del leggendario Squadrone blu, chiamate così per il colore delle uniformi donate dagli americani.
Insieme, queste donne hanno sfidato la minaccia sovietica percorrendo oltre 40.000 km su strade devastate, portando a termine più di 200 missioni di soccorso. Una corsa contro il tempo prima che la Cortina di ferro calasse definitivamente sull’Europa, conclusasi tragicamente nell’inverno del 1946 con la misteriosa morte di Madeleine durante un’ultima missione segreta.
Leggi di seguito un estratto dal libro.
Prologo
La sua era una presenza invisibile. Nei discorsi, nei ricordi, in un’epoca che non era la mia, sentivo e risentivo parlare di una donna che non c’era.
Da bambino, mi ritrovavo ad ascoltare gli adulti mentre parlavano di lei, come se la sua presenza fosse ovvia, palpabile, assoluta. Eppure, era un fantasma. Non sapevo nulla di Madeleine Pauliac, se non che era mia zia, e che era un’eroina. Bastava che il suo nome venisse nominato, e un’atmosfera di rispetto si imponeva; tra le mura di casa, il terribile destino a cui era andata incontro veniva subito scacciato via e così Madeleine riaffiorava tra le conversazioni che la riguardavano, conservando intatta la propria dignità, e allora tornavo ai miei giochi, senza più preoccuparmi di lei. Per un bambino, il passato è una cosa senza peso e la guerra, che pure era ancora sulle labbra di tutti, mi sembrava lontana, collocata in un universo dai contorni sfocati esistito prima che io nascessi.
Quando mia madre parlava di sua sorella negli anni dell’immediato dopoguerra, usava sempre una parola: “ammirevole”. Madeleine era sì ammirevole, ma dietro quell’espressione si nascondevano sentimenti complessi, correnti di amore, ondate di rimpianto e compassione. Mia madre, Anne-Marie Pauliac-Maynial, non pronunciava mai il nome della sorella scomparsa senza un velo di devozione misto a nostalgia.
Le due sorelle Pauliac crebbero a Villeneuve-sur-Lot, un Comune di 22.000 abitanti ai confini della regione del Périgord nella Francia sudoccidentale, a nordovest di Tolosa e a sudest di Bordeaux. Era, e lo è tuttora, un luogo pittoresco con eleganti residenze di campagna risalenti al 1200. Una chiesa di epoca medievale, locali all’aperto che si affacciano sulla piazza principale e un ponte ad arco in pietra del XIII secolo sul fiume Lot, con la sua campata più recente che prende il nome di Ponte della Liberazione, completata subito dopo la Prima guerra mondiale. È uno splendido territorio rurale situato in quella che talvolta viene chiamata “Francia profonda”, la Francia delle remote province, dove gli alberi genealogici affondano le proprie radici nei secoli passati e l’agricoltura è da sempre l’attività principale. Il fiume Lot sfocia nella Garonna 500 chilometri più in là, con quel suo vagabondare sinuoso nella campagna circostante che sembra la firma degli dèi. Mio nonno materno gestiva un conservificio a Villeneuve. La fabbrica dava lavoro a un centinaio di persone. La vita scorreva scandita dalla mietitura: prugne, fragole, pomodori e piselli. Ho trascorso tutte le vacanze della mia infanzia al numero 15 di rue d’Agen. Dalla mia stanza potevo vedere gli operai che scaricavano i pomodori e le prugne dai camion che arrivavano alle 4 del mattino, quando ancora era buio. L’alba sarebbe poi sorta su una terra macchiata di rosso. I pomodori avevano sanguinato e il loro sangue scorreva nei canali di scolo; la strada intera si tingeva di rosso e l’odore di pomodoro riempiva l’aria.
Quando i camion erano ormai ripartiti e gli uomini erano tornati al conservificio, tutto ciò che restava era il dolce profumo trasportato dall’aria fresca del mattino, che trasformava il quartiere in un immenso bouquet di fiori di campo, di quelli che si vedono esposti nei mercati agricoli. Quei massacri di pomodori segnarono la mia infanzia, come senza dubbio fecero con quella di Madeleine.
E forse quel sangue vegetale era un presagio di ciò che sarebbe accaduto in altre terre, macchiate invece del sangue degli uomini.
Il padre di Madeleine e Anne-Marie, Roger Pauliac, era stato chiamato alle armi nel 1914. Non vide più le figlie: Anne-Marie, che allora aveva 2 anni, e Madeleine, di appena 1 anno. Era stato falcidiato insieme ad altre migliaia di sventurati nel bosco nei pressi di Avocourt all’inizio della battaglia di Verdun nel marzo del 1916, sotto una pioggia di calibro 210 mm tedeschi. Madeleine e Anne-Marie crebbero senza di lui, ma per loro egli rimase sempre un eroe. Tutto ciò che rimane di lui oggi è un grande quadro che lo ritrae in una nobile posa di tre quarti, un’incarnazione della dignità e del distacco, nell’uniforme della marina decorata con le sue due medaglie. Tutto ciò che le figlie conoscevano di quel padre travolto dai tumulti della storia era questo dipinto a olio di 2 metri quadrati.
Nel 1939, quando la tempesta era nuovamente in arrivo, Madeleine aveva 27 anni. Era una giovane donna brillante e determinata che aveva concluso gli studi di medicina e stava lavorando all’Hôpital des Enfants-Malades, un ospedale pediatrico di Parigi. La Germania conquistò la Francia nel 1940, e Madeleine prese parte alla Resistenza mentre lavorava a Parigi come medico specializzato in tracheostomie pediatriche d’urgenza. Quando la Francia era ormai stata liberata, ma aveva ancora davanti a sé diversi mesi di guerra, su ordine di Charles de Gaulle, che era in quel momento a capo del governo provvisorio francese, Madeleine intraprese una missione volta a trovare e portare in salvo i cittadini francesi che erano rimasti intrappolati in territorio nemico, in gran parte controllato dall’Armata Rossa sovietica, e a rimpatriarli in Francia. Dopo pochi mesi, fu raggiunta da una task force di undici infermiere e autiste della Croce Rossa francese che avevano seguito l’esercito americano in Germania per mettersi alla ricerca dei soldati francesi rimasti bloccati negli ospedali e nei campi di prigionia, prestando loro le cure mediche e riportandoli in Francia. Quando il loro lavoro in Germania era ormai terminato, queste donne, giovani, coraggiose e inarrestabili, conosciute come lo Squadrone blu dal colore delle uniformi donate loro dagli americani, passarono il confine polacco e per i successivi quattro mesi aiutarono Madeleine a portare avanti in quella terra una missione simile, ma molto più pericolosa. Madeleine, che aveva pochi anni più di loro ed era l’unico medico pienamente qualificato, divenne la loro compagna e la loro leader.
«Le ambulanze hanno attraversato in lungo e in largo la Polonia, la Prussia orientale e la Pomerania», scrisse Madeleine in un rapporto sulla missione. «Hanno fatto 3 incursioni in territorio sovietico; percorso complessivamente 40.000 chilometri. Un migliaio di uomini è stato rimpatriato in Francia. Sono state portate a termine 200 missioni».
Dopo aver fatto rapporto a Charles de Gaulle in persona, Madeleine avrebbe potuto rimanere in Francia, che è ciò che fecero tutte le donne dello Squadrone blu: ricostruirsi una vita normale, lavorare, sposarsi, avere figli e nipoti. Madeleine invece scelse di tornare in Polonia nel febbraio del 1946. Morì poco tempo dopo, il 13 dello stesso mese, in un’auto dell’ambasciata, sovraccarica, su una strada ghiacciata nell’Europa orientale.
Era tornata nella Polonia occupata dai sovietici per soddisfare un bisogno interiore, spinta dalla devastazione che aveva visto in quei luoghi, bambini feriti, donne violentate e umiliate, per continuare ciò che aveva iniziato, sebbene aiutare la popolazione locale non fosse parte della sua missione ufficiale. La Polonia, ora attratta a forza nell’orbita sovietica, la ossessionava. E diede la vita per essa.
Dopo tutti questi anni, ancora non so molto di lei. Madeleine era la grande assente alle riunioni familiari, una persona di cui parlare con reverenza, ma che non aveva contorni precisi. Fino a che nel 2006, poco prima di morire, mia madre mi affidò una busta contenente delle fotografie, alcune lettere della sorella, un diario e alcuni rapporti. Mi disse: «Questo è tutto ciò che rimane».
Forse fu proprio la morte di mia madre, un momento per me molto doloroso, a far sì che si imponesse il desiderio di riportare Madeleine alla luce. Iniziai a buttare giù per iscritto quel poco che avevo sentito su di lei, rovistando tra gli archivi, passando al setaccio testimonianze ingiallite, articoli e rapporti che si sbriciolavano tra le mie dita. Ho raccolto elementi disseminati qua e là, scavato negli archivi storici, sono venuto a conoscenza di alcune missioni da far venire la pelle d’oca, dei sotterfugi che lo Squadrone blu utilizzò come diversivo con gli ostruzionisti russi e i soldati comunisti polacchi, del terrore di diventare loro stesse vittime di violenza, dell’impatto con il male di cui furono testimoni nei campi di concentramento, degli sforzi per tenere lontane le attenzioni di comandanti ubriachi, dei guasti su strade anguste e coperte delle cicatrici della guerra, quando all’improvviso, nel cuore della notte, il filtro dell’aria di una delle ambulanze Austin si ingolfava riempendosi di olio motore. La cosa più straziante, che fu forse il motivo del ritorno di Madeleine in Polonia, emerse dalle confidenze di mia madre: in un convento nei dintorni di una Varsavia devastata dalla guerra, Madeleine Pauliac diede vita a un orfanotrofio per aiutare i bambini dispersi e abbandonati o nati dalle violenze inflitte alle suore di un convento. Non solo si prese cura delle monache durante la gravidanza con la più grande discrezione, ma aprì anche un asilo per i neonati, dove potessero continuare a vivere insieme agli altri orfani.
Questa storia dell’orfanotrofio segreto è alla base del film Agnus Dei, diretto da Anne Fontaine e proiettato nei cinema nel 2016. Ma il film racconta solo una piccola parte della storia di Madeleine e dello Squadrone blu e del loro tentativo di salvare i cittadini francesi che si erano trovati nel posto sbagliato quando la Seconda guerra mondiale andò incontro alla sua brutale conclusione in Germania e nell’Europa orientale.
Per me era finalmente arrivato il momento di incontrare la mia misteriosa ed eroica zia, scomparsa così tanti anni prima. Sentivo il bisogno di raccontare nel modo più completo possibile la storia di questo gruppo di 12 coraggiose sorelle, Madeleine e lo Squadrone blu, una storia poco conosciuta già nella loro nativa Francia, e ancor meno nel resto del mondo.
Un loro ritratto corale non può non includere le particolarissime condizioni che storicamente prevalsero alla fine della guerra nei territori dove Madeleine, le infermiere e le autiste prestavano soccorso. Data la presenza russa nella Polonia dell’epoca e il conflitto tra polacchi comunisti e anticomunisti, la posta in gioco era alta, ed era impossibile per le donne della spedizione francese ignorare la realtà di cui facevano esperienza sul campo mentre portavano avanti la loro missione. C’era un livello di violenza e barbarie che spinse le donne, specialmente Madeleine, a un’intraprendenza che andava oltre le istruzioni ricevute in via ufficiale e che lasciò il segno su tutte loro.
Oltre alle confidenze di mia madre, ho avuto la fortuna di essere il depositario di quelle dell’ultima testimone ancora in vita, Simone Saint-Olive, conosciuta come “Sainto”, una delle infermiere dello Squadrone blu.
E così, a poco a poco, quella silhouette imponente ma evanescente che mi aveva accompagnato durante l’infanzia ha preso forma, ed è diventata più tangibile. Attraverso il lavoro di ricostruzione della vita di Madeleine e degli episodi chiave della sua missione nell’Europa dell’Est, ho avuto la possibilità di conoscere una donna straordinaria, vivace, intelligente, determinata, con un carattere estremamente forte e coraggioso, una persona che lasciò un marchio indelebile sugli uomini e le donne che la incontrarono; e su di me, il nipote che la sta incontrando ora, tra le pagine di questo libro
