Franco Buffoni, Le mie stanze, Marcos y Marcos, Milano 2026, pp. 192, € 18

Le mie stanze, edito da Marcos y Marcos, nuova opera del poeta e scrittore Franco Buffoni (Gallarate, 1948), è il percorso di un sentimento viaggiante lungo le molteplici sfumature della scoperta: ricchezza e sofferenza del nostro umano porgerci all’altro. Da Milano a Londra, da Roma al Nord Europa, l’autore immerge il corpo nel racconto di molti eventi, quadri centrali della propria vita, dove il presente è luce che rivela precarietà e cristallizzazione di ogni relazione e di ogni pagina letteraria. Nel susseguirsi degli scambi – dal gesuita Klaus alla figura sacerdotale di Jucci, dalla nonna marmorea fino al poeta Milo De Angelis – Buffoni guida i suoi pellegrinaggi sotto la luce della provvidenziale cometa: «E passerà pure la cometa in questa invero poco lieta congiunzione astrale. Viene a trovarci ogni cinquemilaquattrocento anni, l’abbiamo battezzata C/19 Y4. L’ultima volta ci vide ancora nelle grotte intenti a rupestri incisioni». L’abisso degli anni ci ingoia troppo velocemente: è vero, come la cometa sorgiamo per esplorare, e poi ritorniamo all’ignota sorgente – e con noi si muovono tutte le guance sfiorate, tutti gli occhi cercati. Appare frammentata l’esistenza, corre e scorre nel tempo meccanico che ci avvolge, ma ciò che conta davvero è il percorso del racconto interiore, come quello che compie Clarissa nel libro Mrs Dalloway. Così Buffoni ci accompagna attraverso un viaggio della memoria personale, fra le sue stanze aperte, da uno scalino all’altro, raccogliendo stagioni, libri e prime esperienze sessuali, scavando nei ritratti di chi lo ha spronato e supportato, tessendo lacrime come vie, fiammeggiando come un iniziato intento a curare il proprio grido celeste: la voce privilegiata di chi adotta il mondo come stanza.

Valerio Mello