Alberto Mattioli è giornalista e consulente aziendale, ha ricoperto incarichi politici e istituzionali, collabora con Avvenire e ha curato diverse pubblicazioni per Itl Libri. Ha recentemente curato con Maria Teresa Antognazza il volume Il secolo delle donne. Di sogni e diritti ancora da conquistare (Itl/In dialogo), con prefazione di Marta Cartabia, uscito a ottant’anni dall’Assemblea costituente e dal primo voto delle donne con lo scopo di suscitare riflessione, dibattito e confronto e dar vta vita a modelli di convivenza e pratiche nuovi.
Era un’Italia sanguinante, lacerata e affamata quella che il 25 aprile del 1945 esultò per la liberazione dal regime nazifascista che aveva distrutto il Paese. L’Italia era in ginocchio e si leccava le ferite aspirando a rinascere. I lutti di milioni di famiglie italiane, che tutto avevano perduto, condizionavano pesantemente la quotidianità. L’avvenire del nostro Paese, ridotto a un cumulo di macerie, sembrava segnato da un destino avverso: molte città erano rase al suolo, le poche fabbriche bombardate e incenerite, le materie prime per la ricostruzione inesistenti.
In questo contesto il 10 agosto 1946 toccò ad Alcide De Gasperi, Presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, rappresentare l’Italia alla Conferenza di Pace di Parigi. Un Paese sconfitto che aveva ottenuto qualche concessione grazie alla cobelligeranza a fianco degli Alleati nella fase finale della guerra. Visto con sospetto dai vincitori, isolato nel consesso internazionale anche perché molti vedevano in lui il rappresentante di un Paese voltagabbana, ex-alleato dei nazisti, Alcide De Gasperi pronunciò un memorabile e coraggioso discorso, che scosse i partecipanti alla Conferenza e contribuì a ridare fiducia a una nazione prostrata, ma decisa a rialzarsi nel segno della democrazia.
Un discorso storico e difficile
Ormai famoso l’incipit: «Prendendo la parola in questo Consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex-nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione». Subito dopo, pur scrutato con la morbosa curiosità riservata agli imputati dei grandi processi, in umiltà, con equilibrio, ma anche con dignità e determinazione, fece valere le ragioni del popolo italiano e invocò, citando Wilson, «una decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e vinti».
Il suo appello finale a «dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni… per creare un mondo più giusto e più umano» fu accolto solo parzialmente, ma, grazie al suo intervento, l’avvenire della nuova Italia apparve subito agli occhi del mondo sotto una luce più favorevole. Dopo aver pronunciato il suo discorso, nel silenzio glaciale delle delegazioni presenti spiazzate dalle sue parole, De Gasperi raggiunse il suo posto. James Byrnes, Segretario di Stato degli Usa, si alzò e andò a stringergli calorosamente la mano. L’Italia democratica e repubblicana riprendeva il suo posto tra le nazioni civili.
Il suffragio universale
Il 10 agosto 1946 la Repubblica italiana era quindi ai suoi primi passi, essendo nata in seguito ai risultati del Referendum istituzionale del 2 giugno 1946. La mobilitazione delle donne durante e dopo la liberazione ottenne un decreto che introduceva il suffragio universale. È opportuno ricordare che il diritto di voto alle donne era uno dei punti programmatici dell’appello ai Liberi e Forti lanciato da Luigi Sturzo nel 1919. Il primo voto fu per le elezioni amministrative locali nel 1945 ove circa duemila donne entrarono nei Consigli comunali.
La loro vittoria e peso si consacrò quindi il 2 giugno 1946 quando si tennero insieme il referendum per scegliere fra Monarchia e Repubblica e le elezioni dei membri dell’Assemblea costituente. Chi ha visto il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi non può non essersi commosso durante la scena di quella donna bistrattata che stringe al cuore la scheda elettorale simbolo di riscatto e libertà. La Repubblica deve molto alle donne perché rappresentavano la maggioranza dell’elettorato e quindi con la loro scelta contribuirono alla vittoria della Repubblica.
Protagoniste della Resistenza
Come ben spiega Mariapia Garavaglia nella sua postfazione del libro curato dal sottoscritto con Maria Teresa Antognazza (Il Secolo delle donne. Di sogni e diritti ancora da conquistare) il riconoscimento del diritto di voto delle donne fu una conquista sul campo perché esse parteciparono alla Resistenza come combattenti, staffette e supporti nelle retrovie, battendosi alla pari nella conquista della libertà e degli uguali diritti e doveri.
Passaggi che videro protagoniste tante donne che avviarono il cammino verso la piena cittadinanza, impervio e tortuoso perché anche illustri personalità costituenti esprimevano la cultura maschilista dominante. Simbolicamente celebre il confronto avvenuto nei lavori preparatori dell’Assemblea costituente circa il diritto delle donne a entrare in magistratura. L’on. Molé si lasciò andare a un inatteso ma non sorprendente pregiudizio: «La donna deve rimanere la regina della casa, più si allontana dalla famiglia più questa si sgretola. Signorina, lei vuole ammettere le donne alla magistratura! Ma sa che in certi giorni del mese le donne non ragionano?». Fulminante fu la risposta di Teresa Mattei, la più giovane costituente: «No, ma so che molti uomini come lei non ragionano tutti i giorni del mese».
Dalla Costituzione alla prassi condivisa
Le 21 Madri costituenti avviarono quello straordinario processo normativo che si fonda in primis sull’articolo 3, ove si afferma che non può esistere diseguaglianza tra i sessi. L’articolo precisa (secondo comma) che la Repubblica si impegna a rimuovere gli ostacoli che «limitano di fatto» il pieno rispetto della dignità e libertà di tutti. Il percorso per definire con leggi ordinarie i diritti paritari delle donne è stato lungo e accidentato. Si dovette attendere il 1976 per avere la prima donna ministro: Tina Anselmi (già staffetta partigiana) nominata ministra del Lavoro e della Previdenza sociale e poi ministra della Sanità, ove fu madre del nostro sistema sanitario nazionale.
Le 21 costituenti (su 556 eletti) nell’Assemblea esercitarono orgogliosamente la loro rappresentanza, esprimendo una visione avanzata dell’emancipazione femminile. Incisero particolarmente nella formulazione degli articoli 29, 30 e 31 relativi alla famiglia. Con l’articolo 37 si volle affermare l’eguaglianza di fatto, la chiarezza dei diritti sociali onde migliorare le condizioni di vita delle donne.
Il secolo delle donne
Il Novecento può essere quindi considerato “il secolo delle donne”? D’acchito parrebbe di sì, ma come nota Marta Cartabia nella prefazione del libro sopra citato le norme, da sole, non bastano se non si trasformano in processi, organizzazioni e misurazione coerenti. «C’è il rischio sempre presente della parità che resta sulla carta se non diventa cultura e prassi condivisa».
Il nodo più complesso riguarda gli equilibri lavoro-famiglia-cura: come dimostrano tutti gli indicatori economici e sociali, la maternità continua a pesare sui tassi e sulla qualità dell’occupazione, sui salari e di conseguenza sulle pensioni delle donne.
Dopo ottant’anni abbiamo assistito a processi non sempre lineari nel recepire quei princìpi nella legislazione ordinaria quali: il diritto al lavoro, la parità salariale e la conciliazione fra attività lavorativa e vita familiare anche cruciale per il valore sociale della maternità di cui all’art. 31 della Costituzione che recita: «La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo». Insomma, questioni che rimangono purtroppo non ancora ben risolte.
Serve uno scatto culturale
Il riconoscimento dell’autonomia della donna e delle pari opportunità sociali si è affermato assai dopo, ci son voluti circa trent’anni. È avvenuto con la riforma del diritto di famiglia e con l’abolizione del delitto d’onore (nel 1975 e nel 1981), ma ancor più gravemente si dovette attendere il 1996 per approvare il reato di stupro come un reato contro la persona e non contro la morale pubblica, come previsto dal Codice Rocco, che recepiva l’ispirazione del Codice penale fascista. Il dibattito fu avviato nel 1981, nell’ottava legislatura, e fu un lavoro impegnativo, lungo ma fruttuoso. Peraltro solo nel luglio 2025 è stata approvata la legge che definisce una nuova fattispecie di reato: il femminicidio: non bastava infatti un’aggravante dell’omicidio, perché il femminicidio si colloca in quella atavica distorta cultura che fa subalterna la donna nel possesso del maschio.
Il Presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia, fondatore dell’Osservatorio Violenza sulle Donne, interpellato dalla Società psicoanalitica italiana afferma:
«È un problema strutturale, storico, trasversale a tutti gli strati della Società che interessa tutti i gangli e presenta una precisa origine storica e antropologica del predominio del genere maschile su quello femminile. […] Oggi abbiamo un buon reticolo di Leggi, una buona normazione che ci consente di affrontare efficacemente il problema».
I pedagogisti affermano che occorre partire dalla scuola dell’infanzia con un’apposita pedagogia per eliminare gli stereotipi. Vi è la necessità di uno scatto culturale isolando, per esempio, chi pratica un linguaggio sessista.
Il “genio femminile” nella Chiesa
Giovanni Paolo II ha dedicato al “genio femminile” di tutti i tempi la splendida enciclica Mulieris dignitatem, Francesco ha affermato che bisogna “smaschilizzare” la Chiesa, e ora il ruolo delle donne è un dossier aperto. Quando si affronta questo tema, il dibattito scivola subito sui ruoli apicali che esse potrebbero ricoprire, ma ben più sostanziale, e abbondantemente da riscoprire, è il “magistero” espresso dall’esempio e dagli insegnamenti delle tante sante (tra le quali quattro dottoresse) che hanno fatto la storia della Chiesa.
Per stare al presente, nel festeggiare gli 800 anni di san Francesco sarebbe opportuno dare risalto al ruolo di santa Chiara d’Assisi, fondatrice delle monache Clarisse, che con lui condivise tutto, subendo ostracismi ecclesiali ancor più forti di Francesco. I patroni d’Europa sono 6, forse ricordiamo san Benedetto da Norcia e i santi Cirillo e Metodio, ma probabilmente i più ignorano che gli altri tre sono donne: santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Benedetta della Croce (Edith Stein), e sarebbe il caso di far conoscere il ruolo fondamentale che esse hanno avuto nel plasmare l’identità cristiana, culturale e spirituale del continente europeo.
In ottant’anni di storia politica e sociale, le donne si sono rese protagoniste di trasformazioni culturali in tutti i campi: nella gestione dei poteri politici ed economici e in tutte le scienze, arti e sport. Nel ricordare quindi la pietra miliare del 1946, auspichiamo che l’anniversario del 2026 sia l’occasione per rilanciare l’impegno civile all’azione, nei contesti educativi, comunitari e istituzionali per risolvere quelle criticità che ancora impediscono il pieno rispetto della loro libertà, della parità di diritti e doveri. È un sogno troppo grande?
Il secolo delle donne
In occasione degli ottant’anni della Costituzione e del diritto di voto per le donne, è in libreria un libro scritto da donne, che parla di donne, destinato a tutti, donne e uomini.
Paola Bignardi, Rosangela Lodigiani e Chiara Tintori raccontano le conquiste della donna in Italia, dal principio della Repubblica: dal
diritto di voto alla partecipazione alla Costituente. Tintori e Lodigiani lo fanno in un’ottica di conquista di spazi di potere e di parità nel mondo del lavoro. Bignardi invece si occupa delle nuove frontiere della donna all’interno della Chiesa. Tre saggi per suscitare riflessione, dibattito e confronto sul tema, quello della parità di genere. Il fil rouge che attraversa questo volume, come sottolinea Marta Cartabia nella Prefazione, è «le norme, da sole, non bastano se non si trasformano in processi, organizzazioni e misurazioni coerenti». La Postfazione è di Mariapia Garavaglia.
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