Il 7 ottobre 1571 la flotta della Lega Santa sconfisse quella ottomana nelle acque di Lepanto. Fu una vittoria militare di enorme portata simbolica, maturata nel contesto dello scontro per il controllo del Mediterraneo e della conquista ottomana di Cipro. Promossa da Pio V e guidata da don Giovanni d’Austria, la Lega riunì potenze spesso divise da interessi politici e commerciali. La battaglia non fermò l’Impero ottomano, ma ne infranse il mito dell’invincibilità e lasciò una traccia profonda nella storia religiosa e culturale dell’Europa.
Lo scorso 31 maggio mi trovavo a Venezia e per la messa domenicale scelsi la chiesa più vicina al mio alloggio. Si trattava dell’imponente basilica dei Santi Giovanni e Paolo, per i veneziani San Zanipòło. Si tratta della chiesa più grande di Venezia e per la Serenissima è una sorta di pantheon dei dogi. La chiesa è magnificamente decorata, ricchissima di reliquie e di opere d’arte. Da secoli è affidata alla cura dei domenicani. Passeggiano per le navate laterali, mi è capitato di alzare lo sguardo e di notare lo statuario monumento a Marcantonio Bragadin. Dentro l’urna – circondata da due leoni e sovrastata dal busto del generale veneziano – vi sono i resti (o meglio, la pelle) di Bragadin, scorticato vivo dagli ottomani dopo la caduta di Famagosta.

Paolo Veronese, Allegoria della battaglia di Lepanto (Gallerie dell’Accademia, Venezia)
Nell’agosto 1571, Bragadin è rettore della città di Famagosta, sull’isola di Cipro. Un anno prima Nicosia era caduta nelle mani del Sultano e, come avvertimento piuttosto esplicito, a Bragadin era stata inviata la testa del luogotenente del regno, Niccolò Dandolo. Malgrado l’abissale disparità delle forze armate a disposizione (si stimano 7.000 veneziani a difendere la città da 200.000 ottomani), l’assedio di Famagosta durò quasi un anno, finché Bragadin accettò di arrendersi, con la promessa dell’onore delle armi. Promessa, naturalmente, non mantenuta: Bragadin fu incarcerato e seviziato per giorni. Al quarto giorno di prigionia gli fu offerta la libertà purché si fosse convertito all’Islam. Rifiutò. Fu scuoiato in pubblica piazza e la sua pelle portata addosso a un manichino di paglia fino a Costantinopoli, dove fu trafugata da un barbiere veneziano e riportata rocambolescamente in patria.
L’offesa di Famagosta aveva traumatizzato l’Europa, e in particolare Venezia. Ma la strenua difesa del piccolo contingente veneziano aveva fornito tempo sufficiente alle potenze europee di organizzare l’immensa flotta che si sarebbe battuta a Lepanto pochi mesi dopo la caduta della città cipriota. Fu papa Pio V a coordinare prìncipi, re, dogi e duchi d’Europa, e con essi fondò la terza Lega Santa. Il comando venne affidato a don Giovanni d’Austria, figlio naturale di Carlo V, poi riconosciuto da Filippo II di Spagna come fratellastro. Nell’autunno del 1571 la flotta della Lega salpò da Messina e cercò quella ottomana. Lo scontro avvenne il 7 ottobre nelle acque davanti a Lepanto, all’imboccatura del Golfo di Corinto. Le due flotte si disposero su un fronte enorme e la battaglia si trasformò rapidamente in una serie di combattimenti ravvicinati. Le galee, le artiglierie e gli abbordaggi produssero uno scontro di violenza eccezionale. Al termine, la flotta ottomana era stata pesantemente sconfitta. Fu anche il debutto delle celeberrime galeazze veneziane, immense navi modello mercantile cariche di cannoni. Tradizione vuole che a mezzogiorno, ora della recita dell’Angelus, i venti cominciarono ad afflosciare le vele ottomane e gonfiare quelle cristiane, innalzando i gonfaloni della Lega Santa recanti il Crocifisso.

La battaglia di Lepanto disegnata da Guido Damini, storico, divulgatore e speaker radiofonico
La notizia della vittoria ebbe una risonanza superiore alle sue immediate conseguenze strategiche. Da decenni l’avanzata ottomana sembrava inarrestabile: Lepanto dimostrò che non lo era. Pur non cambiando realmente gli equilibri politici del Mediterraneo, la vittoria a Lepanto modificò la percezione che l’Europa aveva della propria vulnerabilità. Il Papa aveva invitato i cristiani a pregare il Rosario per la vittoria e attribuì alla protezione della Vergine l’esito dello scontro. La tradizione legò così Lepanto alla devozione mariana: nel 1572 San Pio V istituì la festa della Madonna della Vittoria (7 ottobre), poi collegata stabilmente alla Beata Vergine del Rosario.
A bordo della galea spagnola La Marquesa, c’era il ventiquattrenne Miguel de Cervantes. Trent’anni prima di scrivere Don Quijote, l’autore spagnolo si trovava a guidare una squadra di archibugieri. Fu colpito al petto e alla mano, guadagnandosi l’appellativo di el manco de Lepanto. Della vittoria cristiana nei mari greci scrisse anche G.K. Chesterton nel celebre poemetto Lepanto. Ne riportiamo qui una traduzione inedita.
Sulla galea Cervantes rinfodera la spada
(Don Giovanni d’Austria di fiori coronato cavalca verso casa)
Solca una terra stanca, vede una strada sperduta in Spagna
E un cavaliere folle e magro che cavalca invano e sogna
E sorride – ma non come i sultani – e rinfodera la spada
(Ma Don Giovanni d’Austria dalla Crociata è ritornato a casa).