Il 24 e 25 marzo Giacomo Poretti, componente del celebre trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo, ha riportato in scena il monologo Ambrogio e Agostino, da lui composto insieme allo scrittore e drammaturgo Luca Doninelli. Rappresentato per la prima volta nel dicembre del 2019 nella Sala Melato del Piccolo Teatro, fu poi riproposto dopo la pandemia, quando i personaggi cercavano casa più che autore, e il pubblico con loro, al Cimitero Monumentale. È ora approdato al Teatro degli Angeli, spazio sperimentale che affianca con il suo cartellone dalle mille maschere la programmazione del vicino Teatro Oscar. Due sale che ora ospitano il laboratorio culturale del Teatro de Gli Incamminati, cooperativa fondata da Giovanni Testori nel 1983, e di cui l’attore è direttore artistico insieme a Doninelli e all’imprenditore culturale Gabriele Allevi.

«Raccontare è una faccenda strana» è lo strano inizio di questo racconto. Che forse è un po’ strano anche lui. Un funzionario tedesco non battezzato che si ritrova vescovo per acclamazione. Un insegnante di retorica (una cosa che ormai poco aveva a che fare con la verità) originario dell’Algeria, dal passato inquieto e una famiglia che il suo tempo avrebbe definito “non tradizionale”, d’un tratto folgorato da questo predicatore che quella verità sembrava invece prometterla. Ambrogio e Agostino, due milanesi “per caso”, diventati poi due santi “per Caso”.

Un racconto strano, d’accordo, e perdipiù antico, che affonda le proprie radici in territori dove spesso realtà e leggenda appaiono inestricabili. Eppure, raccontare sembra più semplice quando la storia in questione è lontana nel tempo. Per assurdo, assume una forma più stabile rispetto alle narrazioni che ci toccano da vicino, ogni volta diverse, nella loro gara per apparire più memorabili e avvincenti.

Ma questo racconto non ha certo imboccato la via più semplice. Risale al IV secolo, è vero, ma la Milano che prende vita sul palco è la nostra Milano. È la storia di allora nella città di oggi. E Agostino e Ambrogio, a cui Giacomo Poretti dà voce, non si limitano a osservarla dall’alto e in due dimensioni, come dai mosaici dorati da cui ci guardano benedicenti, ma ci camminano in mezzo, tra le sue vie, la sua gente e i suoi stereotipi divenuti ormai quasi un vanto.

Una città conosciuta per il suo essere perennemente frenetica, forse per arginare il grigiore, o forse per tenere il passo di quel grande crocevia che è da sempre. Eppure, qui accadono miracoli. Enorme calderone di popoli, lingue e culture, un tempo (quello dei nostri due protagonisti) capitale dell’Impero romano d’Occidente, era ed è tuttora la città delle grandi occasioni. «Milan l’è on gran Milan» («Milano è una grande Milano»), cantava la celebre canzone. Una città forse più accogliente di quanto non ci diverta raccontarla.

Intervistato dal nostro autore Fulvio Fulvi per Avvenire “Giacomo Poretti: ‘Porto in scena i santi di Milano’”, 24 marzo 2026, Poretti ha parlato della sua Milano come di «una città particolare, è accogliente ma anche un luogo che per non so quali misteriose e magiche alchimie tira fuori – a volte, non sempre, però – il meglio delle persone».

È quello che ha fatto prima con Ambrogio e poi con il suo discepolo Agostino, che qui abbracciano una chiamata che più che manna caduta dal cielo sembra una folgore talmente potente da sradicare completamente la loro esistenza: carriera, famiglia, stile di vita… Una conversione nel senso etimologico del termine, un totale cambiamento di rotta. E apparentemente, almeno all’inizio, non verso lidi così ameni. Oggi che la nostra bussola punta verso i diritti, quello alla felicità per primo (ed è una cosa bella e necessaria), rischiando però forse di perdere per strada la dimensione, che ormai ci sta un po’ stretta, dei doveri e della responsabilità, ha tanto da raccontare questa storia così lontana nel tempo ma forse più vicina di quel che pensiamo (e qui a Milano, anche un po’ di più).