Dice un proverbio cinese che “il mondo è una partita di go, le cui regole sono state inutilmente complicate”. Forse il gioco del go è ciò che più si avvicina alla versione contemporanea di quello che i britannici definivano “the great game”, la competizione geopolitica globale. Lo scopo è controllare una zona della scacchiera, detta goban, più grande di quella dell’avversario. Poi, c’è sempre qualcuno che rovescia il tavolo.

Posata la polvere sulle macerie del Palazzo di Teheran, l’orizzonte dell’analisi deve tornare limpido sulla complessità degli elementi in gioco, ciascuno dei quali ha la propria logica e posizione sul goban del mondo. Alcuni analisti, autoriducendosi alla semplificazione giornalistica, tendono a concentrarsi su un elemento specifico, ritenendolo assolutamente preminente e “strategico”, con ciò dimenticando che il raggiungimento di un singolo obiettivo è “tattica”, non “strategia”, la quale è arte della conduzione della guerra, non di una singola battaglia. Uno dei lati maggiormente affascinanti della geopolitica è che richiede studi approfonditi e multiformi: geografia, storia, filosofia e religioni, economia, ingegneria, psicologia e arti varie, da mescolare con un metodo singolare nel quale l’elemento cruciale è la combinazione degli elementi, non il peso di un singolo fattore.
La posizione geografica dell’Iran e la sua storia
Ma fondamentalmente la geopolitica è lo studio delle relazioni tra le costanti geografiche e le variabili sociopolitiche, e quindi partiamo dalle costanti.
L’Iran si trova in una posizione davvero singolare e privilegiata, fatto che l’ha reso da sempre un crocevia di primaria importanza tra le rotte mondiali, molto prima della ribalta dovuta alle ricchezze del sottosuolo. E la storia prosegue. A Teheran si svolse nel 1943 lo storico incontro tra Roosevelt, Stalin e Churchill, nel quale si decise lo sbarco in Normandia e si abbozzarono le posizioni poi cristallizzate nella Conferenza di Yalta. Iniziò proprio in Iran il processo che condusse alla spartizione del mondo in zone di influenza, che è ciò che sembra riemergere oggi con prepotenza da un tempo ingenuamente dato per passato.
Il confine nord: Caucaso, Azerbaijan e il corridoio TRIPP
A nord dell’Iran c’è il Caucaso, la mancata conquista dei cui giacimenti da parte di Hitler, distratto da Stalingrado, fece finire la benzina dei suoi panzer. In geopolitica le distrazioni sono pericolose, e spesso sono provocate ad arte per dissimulare gli obiettivi o catalizzare l’attenzione della pubblica opinione. Fa parte del gioco, ed è bene tenerne debito conto. La frontiera settentrionale è sempre stata una questione importante per l’Iran, dai tempi dell’impero degli Zar all’Unione Sovietica. Avere l’URSS vicino di casa determinò a suo tempo, per esempio, l’interesse occidentale e il sostegno allo Shah, al netto delle arroganti pretese britanniche sul petrolio.
Oggi a nord si trova l’Azerbaijan, secondo fornitore di gas dell’Italia e nei primi tre per l’UE. Detto per inciso, non è esattamente una democrazia liberale ma al momento questo dettaglio non interessa l’Occidente, contrariamente ai regimi che altrove combattiamo come dittature inaccettabili: curiosa moralità, la nostra, funziona ad intermittenza. C’è anche un pezzettino di Armenia che si chiama Syunik, (Zangezur per gli Azeri), ignoto ai più. Forse il nome del vicino Nagorno-Karbakh è più evocativo. La zona di confine tra Turchia, Iran, Azerbaijan e Armenia è in realtà alquanto importante, tanto che è teatro dal 2023 di una esercitazione congiunta USA-Azerbaijan, la Eagle Partner. L’edizione 2025 ha visto l’impiego della 101° Divisione Aviotrasportata USA (Screaming Eagle, appunto), forse per marcare il territorio in vista della realizzazione del corridoio che oggi è chiamato TRIPP: Trump Route for International Peace and Prosperity. Forse ora è più chiaro? Il patto tripartito USA-Armenia-Azerbaijan prevede che lungo le frontiere non siano schierati militari di terze parti, clausola rivolta evidentemente a non far esplodere una crisi Ucraina-bis, dato che ci troviamo a soli 350 km in linea d’aria dal confine russo. Proprio quei russi che, ovviamente, non hanno alcuna ragione di sentirsi circondati dagli americani, vero? L’accordo TRIPP è stato annunciato a gennaio scorso, ma in EU sembra che la Kallas fosse distratta da altro, nonostante gli stessi americani parlino apertamente di grandi opportunità per l’Europa. I traffici commerciali del corridoio sono stimati in 150 miliardi di dollari all’anno: c’è “tripp” abbastanza, pare, e per parecchio: l’accordo vale per 99 anni. Tra le merci in transito c’è di tutto, ma in particolare l’antimonio, che si usa nelle batterie e nei semiconduttori, la cui abbondante produzione locale è già stata acquistata dagli USA per due terzi per gli anni a venire. Unico punto debole: è a un tiro di schioppo dall’Iran, che di schioppi ne aveva assai, come stanno apprendendo i vicini in questi giorni.
I confini est: Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan
Che dire, c’è da divertirsi. Il Turkmenistan è uno dei maggiori produttori mondiali di cotone, ma non difetta di petrolio e gas ancora da sfruttare. Non è che ci ritroveremo qualche tubatura di raccordo verso l’Azerbaijan, che poi i tubi verso l’Europa ce li ha già? Perché in tal caso quei tubi dovrebbero passare giusto giusto per l’Iran… Sarebbe la rotta più facile e sicura, invece di dover costruire oleodotti e gasdotti diretti ai porti, nei quali caricare navi che finiscono poi in balia di Houti, pirati somali et similia mentre fanno il periplo dell’Africa via Bab el Mandeb. Oltretutto, se gas e petrolio non dovessero andare a nord-ovest potrebbero finire a sud-est, dove guarda caso c’è la Cina, che ha già indicato il Turkmenistan come partner strategico della Belt and Road Initiative, conosciuta come la Nuova Via della Seta. Cosa diceva Andreotti sul pensar male?
Proseguendo in senso orario a est troviamo una coppia d’assi: Afghanistan e Pakistan. Per il momento sono impegnati a litigare tra loro, così non si impicciano e non danno fastidio ad altri. L’Afghanistan usa come lingua franca il Farsi, ossia la lingua persiana, diffusa in tutta l’Asia centrale. Il Pakistan, potenza nucleare di dubbia affidabilità, è il quinto Paese più popoloso al mondo, 260 milioni di abitanti, e la demografia è parente stretta della geografia, come scienza.
Il confine sud: Hormuz, Oman e il Golfo Persico
A sud dell’Iran c’è una delle porte del mondo: Hormuz. La chiusura attuale dello stretto ha già fatto lievitare il prezzo del petrolio, riportandolo su livelli che rendono di nuovo competitiva l’estrazione da fracking, ossia il sistema di produzione petrolifera che ha reso lo Zio Sam il primo produttore al mondo. Gira e rigira, torniamo sempre ad Andreotti…
Evidentemente, gli Houti non erano abbastanza efficaci nel destabilizzare e danneggiare gli interessi europei. Forse alcuni non sanno che aggirare Bab el Mandeb costa alla sola Italia (fonte Confindustria) 95 milioni di euro al giorno, che ovviamente gravano sulla competitività delle nostre aziende. By the way, gli USA avevano raggiunto un accordo con gli Houti a maggio dell’anno scorso, in Oman. È un Paese altrettanto interessante, di fronte alle coste sud-occidentali dell’Iran, tanto da farne in questi giorni l’hub aereo della zona GCC, avendo i propri cieli aperti e in sicurezza. Delle due l’una: o è ritenuto dall’Iran un Paese osservante, o in tema di espansione ideologica islamica mondiale Iran e Oman qualche affaruccio assieme lo hanno fatto. Certo, la ragione ufficiale ed evidente è che l’Oman ha il ruolo di intermediario, ma questa è solo la superficie delle cose. L’Occidente plaude all’Oman quale mediatore in molte questioni, ma la sua attenzione selettiva dimentica l’enorme flusso di finanziamenti omaniti all’islam radicale in tutto il mondo attraverso la costruzione di moschee. Un evidente caso di successo della taqyya, in inglese deception, che non a caso è un concetto più sciita che sunnita (su questa distinzione torneremo a breve).
Sempre a sud c’è il Golfo Persico, la ragione per la quale l’Iran, conformemente alla sua plurimillenaria storia, ha ambizioni da potenza regionale. Ma il mare è molto stretto. Sono bastati due petardi per ricordare agli Emirati che i loro plurimiliardari investimenti possono essere condizionati da qualche drone da 5000 dollari, anche in considerazione del ruolo che la finanza e l’economia ebraiche giocano negli UAE. Infatti, gli emiratini si sono affrettati a dichiarare immediatamente interdetti ai voli militari, anche logistici, i propri spazi aerei (come avevano già fatto in occasione delle operazioni contro gli Houti), complicando un po’ le operazioni USA e congestionato la base qatarina di Al Udeid. Per evitare fraintendimenti col vicino rivierasco hanno addirittura chiuso del tutto lo spazio aereo, e pare che l’Emiro pagherà i conti degli hotel ai malcapitati che sono rimasti a terra. Che persone gentili e generose.
Arabia Saudita, Kuwait e Iraq
Fronte mare c’è anche l’Arabia Saudita, altro Paese con il quale l’Iran intrattiene rapporti di una certa complessità. Per un certo periodo anche decisamente tesi, avendo i Sauditi ambizioni di potenza regionale in conflitto con i Persiani. Una rivalità che ha anche profonde radici religiose, ovviamente: parliamo di Sunniti Wahabiti contro Sciiti, cane e gatto. Hanno fatto a botte perfino nel pellegrinaggio alla Mecca. In Wikileaks ci sono scambi USA-Arabia al vetriolo. Hanno combattuto per interposta persona per decenni, mediante l’appoggio saudita in chiave anti-sciita e anti iraniana all’Iraq, al governo del Bahrein, in Siria e in Yemen. Poi hanno ristabilito le relazioni diplomatiche con una mediazione della Cina, con la quale l’Arabia ha approfondito i rapporti entrando nello SCO lo stesso anno dell’Iran (2023) e chiedendo l’ammissione ai BRICS, dei quali l’Iran fa parte.
Proseguendo il giro troviamo il Kuwait, alleato di ferro degli USA e degli Emirati, tanto da subire in questi giorni attacchi ritorsivi da parte dell’Iran alle basi USA, nel corso dei quali è rimasto coinvolto, per fortuna senza conseguenze, anche nostro personale dell’Aeronautica Militare.
Sullo stesso punto cardinale giacciono altri due vicini importanti. Con uno c’è un lungo passato di guerra, ma con un Iraq molto diverso da quello attuale. Come l’attenzione, così la memoria dell’Occidente funziona in modo alternato. Furono proprio i Pasdaran a risolvere non pochi sanguinosi problemi, in Mesopotamia, anche perché più della metà della popolazione irachena (compreso il Primo Ministro, secondo la Costituzione) è sciita, il che implica che il loro leader religioso sia un Ayatollah, collega di quello iraniano.
La Turchia: rivale, simile e variabile ambigua
Si tratta di un “concorrente alimentare” dell’Iran, in quanto potenza regionale, ma anche di un suo simile genetico: condivide con l’Iran il fatto di essere un Paese musulmano ma non arabo, il che genera implicazioni non secondarie. Quella evidente è che si tratti di Paesi che possiedono una omogeneità etnico-culturale altrove ignota. Infatti, spesso i Paesi musulmani sono tenuti insieme da una fede incollata a forza, ancorché da molti secoli. O, come altrettanto spesso accade, lo stato musulmano è in realtà il contenitore di un coacervo di tribù che si sono ritrovate a vivere insieme in seguito a una becera decolonizzazione, come è evidente nei molti Paesi le cui frontiere sono tirate col righello. Turchia e Iran, invece, sono Stati con un popolo e una storia antica. Tra loro vivono da sempre in uno stato di equilibrio precario, reso indispensabile dalla contiguità. La geografia è una delle poche costanti della vita dell’uomo, e forse l’unica scienza esatta, e i vicini sono come i parenti: non li scegli e ci devi convivere. La convivenza ha anche aspetti economici non banali. Il 15% circa del gas che la Turchia usa viene dall’Iran, e nel 2025 la percentuale era in aumento, a discapito del GNL statunitense. Ah, Andreotti caro… Notiamo poi che lo stesso equilibrio precario la Turchia ce l’ha con gli USA: membro della NATO ma non troppo, battitore libero ambiguo in Siria, in netta espansione nell’Africa settentrionale (in chiave anti-italiana come avviene in Somalia), avversario storico della Grecia (che è anch’essa nella NATO), signore assoluto dei Dardanelli (dai quali le navi russe devono pur passare), concorrente di un certo peso degli USA nel mercato delle armi e dei veicoli blindati. Insomma, un Iran maggiormente allineato agli interessi USA in chiave di contenimento della Turchia farebbe comodo. Paradossalmente, con l’attacco all’Iran i turchi stanno facendo quattrini a palate col greggio siriano (legale e di contrabbando), che viaggia su rotte che Ankara ha a suo tempo aperto in joint venture con l’ISIS. Giusto per rendere le cose più complesse di quanto l’europeo generico medio sia abituato a valutare.
La specificità iraniana: fede, cultura e influenza nel mondo
Terminato il giro d’orizzonte, allarghiamo un po’ lo sguardo. D’altro canto, nel mondo non Occidentale ci sono cose e realtà estremamente importanti che seguono criteri piuttosto dissimili dai nostri e sono fattori chiave coi quali fare i conti.
Il primo è quello religioso, tema che solleva qualche problema scomodo e che tendiamo a sottacere per non scadere in qualcosa di men che politicamente corretto. L’Iran è il cuore, anche geograficamente, dell’Islam sciita, confessione minoritaria ma molto influente dell’islam, anche perché ha una sua struttura gerarchica, che le altre correnti tendono a non avere. Neanche a dirsi, è una parte dell’islam in conflitto da sempre con le altre, e segnatamente con i sunniti, a loro volta divisi in quattro osservanze fondamentali. Qualcuno ha osservato che se i musulmani non si odiassero tanto fra loro avrebbero già conquistato tutto il mondo, cosa nella quale peraltro si stanno attivamente impegnando da 14 secoli. Il tema religioso è un aspetto molto importante nella comprensione dell’Iran, e non perché sia una teocrazia ma al contrario: è una teocrazia a causa della sua confessione. Mentre infatti l’islam permea le tribù meno evolute e le assorbe totalmente fino a coincidere con la cultura locale, in Iran si è di fatto sovrapposto alla cultura persiana, che è quella Ciro il Grande, di Dario e di Serse, che 500 anni prima di Cristo erano già Imperatori a capo di civiltà potenti, raffinate ed evolute. In Iran non si parla arabo ma farsi, la lingua di Ferdowsi e di Omar Khayyam. L’autocoscienza di questa situazione pone gli iraniani in una posizione di alterigia culturale (non immotivata), che non genera molta simpatia. Il loro senso degli affari è innato, il cuore delle città è il Bāzār, e i Pasdaran non sono solo dei soldati d’élite ma anche degli imprenditori abilissimi che hanno creato un impero finanziario ed economico (abbondantemente finanziato anche attraverso il traffico mondiale di armi e stupefacenti) che ha addentellati in mezzo mondo, dal Libano all’America Latina. Guarda caso, soprattutto in Venezuela, e torniamo sempre ad Andreotti… Sono disciplinati, ben organizzati ed hanno una struttura gerarchica che riflette quella religiosa. E torna qui la ragione della configurazione costituzionale iraniana, incentrata in modo piramidale sulla Guida Suprema che è sia Ayatollah che Capo dello Stato. Non che il concetto di “stato” moderno sia applicabile ad alcuno stato islamico, però la struttura gerarchica sciita genera automaticamente una configurazione confessionale che permea la struttura pubblica.

Accanto al tema religioso c’è quello delle connessioni tra i clan familiari, che nel caso dell’Iran non sono “tribù” beduine ma reti complesse ed efficienti. L’ultimo Primo Ministro iraniano con lo Shah Reza Pahlevi fu Shapur Baktiar, poi ucciso in Francia a colpi di coltello da cucina. Ma i Baktiari sono un clan la cui influenza il Libano arriva ai vertici dello Stato, a dimostrazione che i confini, da queste parti, li fanno i legami familiari e non le frontiere anglo-britanniche. Certo, per un europeo sono aspetti inattesi, ma condizionando pesantemente la realtà. Quando parliamo di Iran, infatti, parliamo anche di Libano, e non a caso Hezbollah è una filiazione iraniana. Oltretutto, ritroviamo Hezbollah partner della ‘Ndrangheta nella Triple Frontera e attivissima in Venezuela e altre zone dell’America meridionale. Giusto ad aprile scorso il quotidiano libanese An-Nahar riferiva di 400 ufficiali di Hezbollah trasferiti in Sudamerica, tra Venezuela, Colombia, Bolivia, Paraguay, Brasile, Uruguay ed Argentina. Ma non è una presenza recente, sono lì dai primi anni ’90, e sono proprio dove Trump ha concentrato la sua attenzione prima di mandare la USS Gerald Ford nel Golfo.
L’Iran nel grande gioco: BRICS, dollaro e sicurezza israeliana
Questa proiezione planetaria ci porta verso un’altra porzione importante del nostro goban, l’area dei Paesi che, criminalizzati dalle amministrazioni USA degli ultimi decenni, si sono coagulati attorno all’asse Russia-Cina, che obtorto collo hanno finito per condividere le necessità di sopravvivenza cercando di trasformarle in opportunità.
Lo schieramento BRICS si è nel tempo arricchito di Paesi di un certo peso, più o meno sovrapponibili ma in ogni caso vicini alla Shanghai Cooperation Organization, balzata all’onore delle cronache lo scorso settembre per la concomitanza tra l’Assemblea SCO e l’imponente sfilata militare di Pechino. Entrambe le organizzazioni datano ormai decenni, ma gli egocentrici e distratti occidentali non danno ancora segno di riconoscere un pericolo mortale. Pericolo che, nella visione degli USA, è invece molto chiaro.
E probabilmente è proprio questo il terreno di gioco nel quale leggere l’attacco all’Iran.
Teheran vende(va) circa il 75% del suo petrolio alla Cina, a prezzi convenienti rispetto al mercato. È un fornitore cruciale per l’energivora Cina, e anche logisticamente comodo, che provvede a circa il 13% del suo fabbisogno complessivo. Colpire l’Iran significa indebolire la Cina.
Ma c’è un altro aspetto cruciale, che gli USA devono assolutamente fronteggiare e scongiurare: la creazione di un sistema internazionale di pagamenti che escluda il dollaro, ed al quale aderirebbero volentieri e rapidamente almeno una cinquantina di Paesi. Ma il sistema faticherebbe a stare in piedi senza un’adeguata componente energetica, per la quale è indispensabile una capacità produttiva come quella dell’Iran. È vero che l’Arabia Saudita si sta avvicinando molto a SCO e BRICS, ma con estrema prudenza. Ha un’economia totalmente incentrata sul dollaro ed una complessità di rapporti mondiali che necessariamente operano nella divisa statunitense, oltre a mantenere buoni e articolati rapporti con gli USA. E soprattutto è in condizioni di essere corteggiata e trarre vantaggio da ambo i lati, senza prendere decisioni estreme che la legherebbero a doppio filo con partner pericolosi come la Cina o ingombranti e concorrenti come la Russia. L’Iran, invece, a seguito delle sanzioni ha una clientela ristretta e rapporti commerciali e politici quasi esclusivamente in area BRICS e SCO. Un partner perfetto per lo schieramento antagonista al blocco USA e vassalli (di blocco USA-UE sarebbe semplicemente ridicolo parlare).
E Israele? Beh, è troppo vicino all’Iran per potersi permettere di lasciarlo armare. E non parliamo solo di armi nucleari, per le quali probabilmente all’Iran sarebbe servito qualche tempo ancora. Parliamo anche di vettori balistici, che l’Iran sa e può produrre in quantità e qualità importanti. Parliamo di droni, argomento sul quale l’Iran possiede probabilmente le migliori competenze tecnologiche del mondo, delle quali ha ampiamente fornito la Russia e che Hezbollak in Libano non deve ricevere. Parliamo di potenza demografica, 92 milioni di persone istruite e disciplinate. E, perché no, parliamo anche di dollari. Non servono competenze geopolitiche particolari per connettere le parole Israele e finanza. Per quanto i finanzieri di origine ebraica siano in gran parte, di fatto, degli apostati rinnegati, la loro apostasia si misura pur sempre in biglietti verdi.
Una lunga e complessa galoppata, alla quale per necessità di sintesi manca qualche pezzo, ma che rende giustizia della realtà che il mondo si trova a fronteggiare, purtroppo sempre più spesso con le armi in pugno.
3 marzo 2026