Nicoletta Sipos ha incontrato Alessandro Zaccuri per parlare del suo più recente romanzo Le ombre (Marsilio, pp. 160, € 16) e non solo: il rapporto con Studi cattolici, essere un lettore oggi e uno scrittore cattolico.

Alessandro Zaccuri. Foto di Marta Carenzi

Dobbiamo procedere con prudenza perché la sua storia ha l’anima di un thriller, e non dobbiamo guastare la lettura anticipando troppo i contenuti. Lei ci conduce nel mondo delle famiglie criminali trasferite dal sud al nord. Aveva già affrontato questo tema, se non sbaglio.

Sì. Ne Lo spregio [un romanzo apparso nel 2016 da Marsilio e da poco ripubblicato nei tascabili Feltrinelli, nda] parlavo di due ragazzi. Uno, Angelo, è figlio di un oste che in realtà si dedica ad affari oscuri e l’altro, Salvo, ha per padre un boss del sud. I due diventano amici, ma entrano fatalmente in competizione fino al punto che Salvo uccide l’amico diventato ormai un rivale. Con Le ombre ho messo al centro della storia il giovane Salvo, che nel primo romanzo, Lo spregio, risultava cattivo e vincente. Qui, invece, diventa la vittima in una situazione paradossale.

Salvo è figlio del potente capo mafioso don Ciccio portato in soggiorno obbligato nel comasco. Fantasia o cronaca?

Negli anni Settanta, attraverso la misura del soggiorno obbligato, si tentò di troncare i legami dei signori del crimine con il loro ambiente naturale per diminuire il loro potere e ripulire la società. In realtà, a causa di questa misura la piovra arrivò in buona salute a settentrione. Non a caso 30 anni fa fu abolita.

Che cosa aveva in mente scrivendo questa storia?

Non miravo a un romanzo di denuncia o a un ritratto sociologico. Ho però cercato di essere accurato nella descrizione del contesto rispettando la logica dei miei protagonisti, e credo di esserci riuscito.

Cosa glielo fa pensare?

Mi è capitato di presentare Lo spregio in un penitenziario. La trama del libro comprende, come ho detto prima, un omicidio. Dopo la mia presentazione, uno dei detenuti è venuto a dirmi: «Io so dov’è avvenuto l’omicidio del ragazzo». Ho ribadito che la mia storia era di pura fantasia. Lui mi ha lanciato un’occhiata severa, e ha ripetuto: «Ho detto che so dov’è avvenuto l’assassinio».

Ne Le ombre il giovane Salvo è l’ultimogenito del boss calabrese don Ciccio. È un arruffone che non ha capacità criminale, ma si sente destinato a essere l’erede designato anche se ha diversi fratelli più grandi. Su cosa basa questa bizzarra convinzione?

Il padre ha un debole per lui e gli perdona i molti pasticci che combina. I fratelli maggiori, tutti sposati e con la testa a posto, insomma dei “criminali seri” a dirla con ironia, non contrastano apertamente le pretese del ragazzo. Non da ultimo perché sono convinti che con l’età il vecchio si sia rammollito e non vogliono turbarlo inutilmente. Del resto, il tempo gioca a loro favore. Rimandano piuttosto la resa dei conti alla morte del padre.

E così si crea un gigantesco equivoco.

Più che altro nasce, in Salvo, l’illusione del potere che però è destinato a dissolversi in tempi rapidi.

Mi ha colpito un corollario: l’importanza che riveste il corpo del capo nella sua storia e nella cultura del sud. Per accudire il malato si fa venire dal paese Agata, una donna non più giovane ma bellissima, assolutamente fedele alla famiglia. Solo lei potrà toccare don Ciccio.

Si vuole mascherare la debolezza del Capo, ormai in agonia. Nella cultura mafiosa la debolezza è vissuta come una colpa. O come un tacito invito a un’aggressione.

Alla morte di don Ciccio, Salvo decide di seppellire il padre al paese.

Anche questa scelta rispecchia la cultura di tanta parte del Belpaese. Noi siamo affascinati dalle metropoli, ma in concreto la mentalità della maggioranza degli italiani è provinciale. Comunque, la trasferta del corpo di don Ciccio al paese è importante per la mia trama, perché durante il viaggio verso il sud il furgone di Salvo ha un drammatico incidente dal quale il ragazzo si salva per miracolo, col corpo devastato dalle fiamme.

Cosa succede a quel punto?

Il ragazzo viene portato via dal luogo del disastro e si risveglia dolente e intimorito, in una stanza buia e col viso velato. Poco alla volta capisce di trovarsi in un casolare isolato in mezzo agli ulivi, e scopre di essere trattato con un unguento speciale da una donna misteriosa – Santabella – curatrice e fattucchiera.

Noi lettori non sappiamo però se l’unguento sia efficace o se agisca per un effetto placebo…

In realtà un unguento così potente esiste davvero, in Sardegna, e anche questo è un dettaglio interessante. Non vorrei dire molto altro della trama.

Dobbiamo però parlare delle ombre che sono citate nel titolo. Di che si tratta?

Sono i fantasmi che si presentano a Salvo per deriderlo, facendogli toccare con mano la maledizione del potere che ha perso.

Cosa significano nel racconto?

Sono il principio di realtà che si presenta sotto la forma dei dubbi che improvvisamente assalgono il ragazzo. Salvo è ingenuo, ma non sciocco. Capisce di essere finito in una trappola e comincia ad avere paura.

Ha scelto lei questo titolo oppure è dell’editore? 

Il romanzo è nato proprio con questo titolo, mentre la copertina, che mostra un volto donna in una sorta di finestra e a me pare bellissima, è nata per volontà dell’editore. Allude al principio femminile che si fa sentire attraverso le donne della storia che sono un fattore nuovo del libro.

Vale a dire?

Lo spregio aveva una impronta decisamente maschile. Le donne si presentano in Le ombre come una sfida al potere maschile, o quanto meno, come un elemento di disturbo.

Lei sembra affascinato dal male: o sbaglio?

Non ne sono intrigato più di altri appassionati di true crime. Il male è la zavorra che ci portiamo dietro, come prova il Mefistofele del Faust. È l’elemento di contraddizione nelle nostre vite. Il maggiore inganno del diavolo è fingere che non esista. Sappiamo invece che il male esiste e spesso entra di prepotenza nelle nostre vite.

È questo il messaggio de Le ombre?

No. La lezione viene, semmai, dalla grande saggezza dell’Adelchi di Manzoni con la frase «Godi che re non sei» e che cito all’apertura del libro. È la vendetta degli sconfitti che perdendo il potere evitano l’infamia di dover compiere atti malvagi. Il potere, infatti, è violento nell’essenza e impedisce a chi lo detiene di agire in modo onesto.

In altre parole, Salvo deve rallegrarsi di essere libero dal potere come dice l’Adelchi

I miei libri hanno quasi sempre una matrice letteraria. Qu, però, la storia non nasce dall’Adelchi, ma piuttosto da un dramma del Seicento: La vita è sogno, di Calderón de la Barca.

Di cosa si tratta?

È la vicenda di un principe chiuso in una torre dalla nascita per volontà del padre perché le stelle annunciavano che sarebbe diventato un tiranno. E tiranno diventa per davvero, anche se alla fine del racconto, riflettendo sulla natura illusoria della vita, si converte alla saggezza.

Riferendo tutto ciò alle sue Ombre cosa ne deriviamo?

Chiuso nella sua stanza buia, isolato dal mondo, Salvo potrebbe trovare una paradossale salvezza vivendo lontano dal potere. In altre parole, può conquistare una libertà che neanche supponeva diventando sé stesso. Proprio come il principe chiuso in una torre senza colpa.

Prevede anche un terzo volume di questo affresco criminale?

Sì. E se il primo volume è nerissimo e il secondo di affaccia a una pallida speranza, il terzo dovrebbe aprire anche di più a una prospettiva meno buia.

Lei è giornalista, narratore, saggista, critico letterario e direttore della Comunicazione dell’Università cattolica di Milano. Possiamo ritenere il complesso di queste sue attività un esercizio di eclettismo?

In realtà sono forme diverse per l’unica cosa che so fare da lettore di libri e narratore. Ho imparato a inserire la narrativa perfino nella critica letteraria.

Fatto sta che lei continua a scrivere con passione e spirito di sacrificio. Ma vale ancora la pena di applicarsi alla scrittura in anni così difficili? Con un pubblico preso da mille affanni e la minaccia di guerra che diventa sempre più forte?

Io sono convinto che ognuno di noi debba fare ciò per cui è portato. Quando ho cominciato a collaborare con Studi cattolici una quarantina di anni fa è capitato pure a me di chiedermi se facevo bene a scrivere o se mi sarebbe convenuto piuttosto fare l’avvocato. Alla fine, la scrittura ha vinto.

Con quale motivazione?

Perché è un significativo allargamento della nostra umanità.

Lei ha dunque un rapporto piuttosto stretto con Studi cattolici.

È vero. Tra il 1988 e i 1989 ho anche lavorato nella redazione.

Perciò ha avuto modo di conoscere il mitico direttore Cesare Cavalleri?

Molti lo ritenevano troppo rigido. Io stesso ho preso la mia parte di sgridate, ma ho avuto anche qualche bella recensione. Col senno del poi penso che fosse timido e mascherasse con la severità i suoi lati più fragili. Ma il modo in cui ha affrontato la malattia e la morte non può che destare profonda ammirazione.

Concordo. Ma torniamo al tema, cioè ai libri. Perché leggere?

Le persone cercano nei libri conferme delle esperienze che stanno vivendo come genitori o malati o altro. Oppure vogliono trovare qualcosa di completamente diverso. Così, per esempio, i miti vanno a caccia di thriller sanguinari, mentre i monogami si perdono nelle pagine di Madame Bovary. Leggere ci porta in un’altra dimensione.

Ma leggere come? Oggi i libri si presentano in forme diverse: cartacei, ebook, audiolibri. Manca la fiducia nel libro tradizionale?

La fine del libro di carta è stata annunciata con grande foga una decina di anni fa. Eppure, nonostante tutto, l’ebook non ha scalzato il cartaceo. Al contrario, nei paesi anglosassoni ha sostituito i libri tascabili per il suo costo ridotto e la praticità. L’ebook è funzionale, ma ora, con la diffusione dei podcast, sta prendendo sempre più piede l’audiolibro. La voce del lettore è un importante elemento di relazione.

È la vittoria del fattore umano?  

L’audiolibro è nato per far fronte alle esigenze dei soldati che avevano perso la vista in battaglia. C’è dunque, all’origine, un importante fattore di inclusione. Il vero trionfo lo raggiunge quanto viene usato dai pendolari che ascoltano i contenuti attraverso gli auricolari. Del resto, il fattore umano è importantissimo per tutti i libri. Le presentazioni, i gruppi di lettura, i club del libro sono fondamentali.

Che cosa vuol dire, dal suo punto di vista, essere uno scrittore cattolico?

La definizione ribadisce l’importanza del narrare. Nostro Signore non ha usato concetti filosofici per trasmettere il suo messaggio, ha usato parabole, cioè piccole storie che arrivano al cuore delle persone e possono trasformarle. Diceva bene papa Francesco quando ricordava che il credente è convocato dal racconto biblico come narrazione di vita, anziché da teorie astratte. Parabole come quella del Figliol prodigo o del Buon Pastore riflettono esperienze quotidiane ed entrano nei nostri cuori. Sono storie perfette, non c’è nulla da aggiungere o da togliere.

Dove si arriva partendo da qui? 

Si arriva all’importanza di scrivere in modo piano, semplice.  Pensi solo che da giovane San Gerolamo scriveva in uno stile retorico molto alto. Un giorno, nel delirio di una improvvisa febbre, sentì una voce che dice va: «tu non sei cristiano, ma ciceroniano». In quel momento comprese di dover cambiare e adottò uno stile senza fronzoli.

A me pare una bella lezione per chiunque scriva, non solo per narratori cattolici. Chissà, magari un giorno potremo riparlarne.