Cinquant’anni fa, quasi un secolo dopo l’inizio dell’epopea salgariana (1883), il Sandokan di Sergio Sollima (1976) seguiva la nuova rotta degli sceneggiati Rai, tracciata nel 1968 dalla mitica (di nome e di fatto) Odissea. Le prime co-produzioni internazionali iniziavano la scalata dell’Olimpo dei kolossal, i cui dèi scendevano finalmente nelle case degli italiani. Si stava scrivendo la storia della televisione, ma non solo: l’immaginario collettivo ne usciva ridisegnato, e si tingeva dei colori che cominciavano allora ad arrivare sul piccolo schermo.
Ed è sempre in questa dimensione, ora estesa alla “nuova” frontiera della piattaforma (RaiPlay e Disney+), che lo scorso dicembre la Tigre della Malesia, che sullo schermo sembrava destinata a rimanere per sempre legata a Kabir Bedi, è tornata a fare udire il proprio ruggito: su Rai 1 (e ora a livello internazionale su Netflix) è infatti arrivata la serie evento prodotta da Lux Vide, società del gruppo Fremantle, in collaborazione con Rai Fiction, per la regia di Jan Maria Michelini (che su scala internazionale aveva già lavorato all’ambiziosa serie I Medici) e Nicola Abbatangelo. Nata da un’idea di Luca Bernabei, il reboot ha salutato l’anniversario che sarà celebrato quest’anno anche dalla mostra “Sandokan. La Tigre ruggisce ancora”, allestita presso la Reggia di Monza.

Sandokan (2025), Can Yaman (Sandokan) e Alanah Bloor (Marianna)
Un confronto imprescindibile
In un universo mediatico ormai estremamente frammentario, non è semplice ricreare quel rito collettivo che raccoglie attorno al televisore una nazione intera e, in modo forse ancora più sorprendente, l’intera famiglia, con le sue diverse generazioni. Soprattutto quando si è tanto temerari da riadattare un classico della letteratura, per giunta già felicemente trasposto in una serie considerata dagli spettatori degli anni ’70 un “cult” e, come tale, intoccabile.
Una storia talmente impressa nella memoria di tutti da fare la sua comparsa 15 anni fa anche al festival nazionalpopolare per eccellenza, Sanremo, quando Davide Van de Sfroos cantò nel suo laghée dei personaggi salgariani, che immagina godersi la pensione sulla riviera romagnola. Come il padre dell’artista, soprannominato “Tizyanez” per il suo amore per i romanzi di Salgari e per quella sua curiosa somiglianza con Philippe Leroy.
E se il confronto con lo sceneggiato è imprescindibile, tale ne sarà anche l’omaggio, ma con una narrazione e uno stile che catturino gli spettatori di oggi, specialmente i giovani, contesi dalle varie piattaforme e abituati a produzioni su larghissima scala. Un’impresa sì temeraria, ma necessaria. Perché è nella natura stessa dei classici mutare pelle e conservare intatta la propria anima.
Così, la popolarissima sigla del ’76 composta dai fratelli De Angelis (quegli Oliver Onions che associamo immediatamente ai film con Bud Spencer e Terence Hill) torna a essere sulla bocca e nella mente di tutti, questa volta riarrangiata dai Calibro 35, gruppo musicale italiano che, se alle colonne sonore cinematografiche deve la propria ispirazione, a queste spesso ritorna, realizzando, tra le altre, quella della serie Blanca (che condivide con Sandokan produzione e regia).
Ma da qui occorre salpare verso nuovi orizzonti. E infatti il famoso tema sfuma in una colonna sonora dai toni epici che intreccia sonorità esotiche a passaggi nei quali riecheggia quasi lo stile “alla Hans Zimmer” di Pirati dei Caraibi (non è forse solo un richiamo al titolo di uno dei romanzi della saga il fatto che il tema principale di intitoli proprio Pirates of Malaysia): e in effetti le atmosfere della serie cinematografica sembrano, se non citate, perlomeno affacciarsi nella memoria poetica dei creatori, a solleticare quella del pubblico più giovane.
Dal pirata principe al principe pirata
Questa rivisitazione in chiave contemporanea permea ogni angolo della serie, dagli aspetti legati ai naturali progressi delle tecniche cinematografiche (ritmo, scenografia, effetti speciali), a quelli tematici: la critica del colonialismo, ante litteram all’epoca di Salgari, entro la cornice universale della lotta per la libertà, assume qui i contorni della difesa del diritto di uguaglianza, a prescindere dall’estrazione sociale e dal colore della pelle, ancora drammaticamente attuale.
Le figure femminili diventano più presenti e indipendenti, a cominciare da una Marianna (Alanah Bloor), che rivendica un ruolo da co-protagonista, altrettanto assetata di libertà: una “Perla di Labuan” meno statuaria e che, forse per la prima volta, ci viene spontaneo chiamare con il suo nome. Anche la nemesi di Sandokan, lo “sterminatore di pirati” James Brooke (Ed Westwick), abbandona l’archetipo del villain (che nello sceneggiato era interpretato dall’intramontabile Adolfo Celi), per trasformarsi in un antagonista più complesso, sui toni del grigio.
Come del resto lo stesso protagonista (Can Yaman), che abbandona la veste epica per scavare in un’interiorità nuova, forse più vulnerabile e tormentata, ma anche più sfaccettata e verosimile. Nell’introduzione all’edizione Mondadori dei tre più celebri volumi del ciclo di Sandokan (2025), Antonio Franchini parla dell’unidimensionalità che tanto fu contestata a Salgari, in opposizione al più “profondo” Verne, suo contemporaneo. Un’unidimensionalità che però, sottolinea, è radicata nella grandezza degli eroi dell’epica, fin da quell’Achille piè veloce di cui ricordiamo infatti l’ira e non le astuzie. Ed è infatti ben nota quella altrettanto funesta di Sandokan, come anche i deliri e le passioni che lo travolgono al punto da mettere a repentaglio prahos, tigrotti (compreso il suo «fratellino» Yanez) e causa, pur di rivedere ancora una volta la Perla di Labuan.
Cosa che, per la sensibilità odierna, susciterebbe forse qualche scrupolo etico in più negli spettatori. Ed è proprio questa sensibilità a innervare una sceneggiatura che sogna di radunare i tigrotti di un tempo e quelli che solo oggi hanno incontrato la Tigre. Una sceneggiatura firmata dall’autore Ares Claudio F. Benedetti (Una vita al kebab. Il sogno italiano di Azim, 2023) insieme a Giacomo Bisanti, Federico Gnesini e Valentina Strada, diretti dall’Head Writer Alessandro Sermoneta.
Da Sarawak a Monza
Dal 7 marzo al 28 giugno l’Orangerie della Villa Reale di Monza ospiterà con il patrocinio del Comune la mostra “Sandokan. La Tigre ruggisce ancora”, a cura di Francesco Aquilanti e Loretta Paderni. A 50 anni dallo sceneggiato, verranno esposti costumi e oggetti di scena, ma non solo: accanto a loro, la collezione etnografica originale del popolo dei Dayak, donata al Re d’Italia Umberto I da Sir Charles Brooke (1829-1917), nipote di James Brooke e, come lui, Rajah Bianco di Sarawak, e tornata alla luce dopo oltre un secolo.

Sandokan (1976), costume di scena del protagonista (Kabir Bedi)
Si va però oltre l’esposizione, per intraprendere un viaggio multisensoriale attraverso la giungla e le correnti del Borneo, al ritmo tribale di ramsinga e tamburi di guerra, in un’atmosfera che vibra dei versi delle tigri e del fragore delle battaglie navali. La mostra è infatti prodotta da Vertigo Syndrome, il cui manifesto si oppone strenuamente all’elitarismo delle mostre d’arte, e in questo segue le orme di quel Salgari di cui racconta l’avventurosa e tragica storia, e che nel 1897 fu insignito dalla regina Margherita di Savoia del titolo di Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia per aver saputo «istruire dilettando». Ed è proprio con questo spirito che il visitatore è condotto nell’esplorazione di un Sud-est asiatico ottocentesco reale e leggendario, in bilico tra ricostruzione storica e narrazione.
La penna spezzata
Geografie che Emilio Salgari non ha mai visto con i propri occhi. Fino a oggi. Nella nuova serie, troviamo Emilio (Samuele Segreto), giovanissimo, nella ciurma dei tigrotti, mentre rischia la vita al fianco del suo capitano e ne racconta e illustra le gesta sul suo inseparabile taccuino. Sul finale, una tragedia sembra cancellare il seguito della storia, ma Yanez (Alessandro Preziosi), qui un ex sacerdote che ritrova la fede, lo invita a guardare oltre, alle pagine bianche ancora da scrivere. E proprio con quella penna che aveva incrociato con la lama di un suo compagno ribelle, per parare un colpo.
La penna che purtroppo il Salgari storico lascerà spezzata sul suo tavolo di lavoro prima di togliersi la vita nel 1911. Quella penna spezzata che forse, grazie alle nuove e inaspettate rotte che le sue storie hanno aperto nel corso degli anni, potrà dare origine, come una matita rotta, a due nuovi strumenti di scrittura, passando il testimone ad altri che narreranno ancora di libertà e mondi lontani.