Lo scrittore Valerio Mello, autore di Hypsas (Ensemble 2024), Rive (Ensemble 2022) e altre raccolte di versi. È stato uno dei più attenti lettori di Curzia Ferrari, di cui ha scritto sulle nostre pagine. Proponiamo questo suo intenso ricordo della poetessa e ricordiamo che i funerali si terranno domani giovedì 12 marzo alle ore 14.15, presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli e San Francesco (Piazzale Diego Velasquez, 1 Milano).

Ci sono persone che lasciano impronte grandi come monumenti; persone che non si spengono mai davvero, nemmeno quando chiudono gli occhi per sempre. La loro voce continua a vibrare nelle parole e nei pensieri che hanno lasciato dietro di sé, nella memoria che scavalca le epoche.

Curzia Ferrari è stata una di queste persone.

Se n’è andata qualche giorno fa, l’8 marzo… e mi piace immaginarla mentre sorride pensando alla coincidenza della data. «Che bel giorno in cui morire», avrebbe forse detto. Non per leggerezza, ma perché l’8 marzo è il giorno delle donne: lei, donna libera e combattiva lo è stata per tutta la vita.

Una donna che ha lottato sempre, con coerenza. Indipendente, libera nello spirito e nel pensiero, attenta a non scendere mai a compromessi con ciò che non riconosceva come giusto. Gli ideali, per lei, venivano prima di tutto. Giornalista, scrittrice, poetessa, finissima traduttrice dal russo. Autrice di splendide biografie — lei amava chiamarle biografie antropologiche — sottolineando quel legame profondo e indissolubile fra il suo sguardo di scrittrice e la ricerca ostinata della verità nascosta nella vita meno visibile dei suoi protagonisti: Majakovskij, Isadora Duncan, Ignazio di Loyola, fino a Jacques Fesch.

Con Curzia si ha l’impressione che se ne vada via anche un intero secolo. È questa la sensazione che rimane. Con lei sembra chiudersi una porta sul Novecento.

Lei ha visto Benito Mussolini esposto a testa in giù in Piazzale Loreto nel 1945. Ha attraversato e respirato il grande fermento culturale di Milano negli anni ’50 e ’60, anni che oggi sembrano quasi mitici — anni d’oro, ormai lontani come un sogno.

Le pesava, a volte, parlare del presente. Provava un senso di sconforto davanti a un tempo che sentiva estraneo, quasi culturalmente impoverito. Non era più la Milano di un tempo, quella in cui bastava passeggiare lungo una strada per imbattersi in Eugenio Montale o in Salvatore Quasimodo, magari in Maria Callas o in Renato Guttuso. Altri tempi, altri nomi, altre presenze che sembravano rendere la città una costellazione pulsante di intelligenze e di talenti.

«Ma tutto passa», diceva spesso.
Lo diceva con una sfumatura di nostalgia, quasi con dolcezza, come chi accetta la legge del tempo ma non smette di custodire ciò che è stato. Era una frase che le usciva naturale, come se si cingesse di ricordi e di speranze insieme, proteggendo dentro di sé un mondo che non voleva abbandonare.

Del poeta portava nell’animo la condanna all’indicibile: forse la disperazione, forse una lacerazione difficile da nominare. Qualcosa che nessuno potrà mai comprendere davvero fino in fondo. «La poesia è una questione di bellezza», diceva (Le stagioni della lucertola, Aragno editore), e nella bellezza era solita rifugiarsi a caccia di quiete, di antichi profumi, perché il suo temperamento apparteneva a quella zona segreta dove la vita e la parola si incontrano e si fortificano a vicenda. E conosceva con la forza della parola i lembi della ferita, gli abissi che investono la scrittura fino a scuoterla e renderla quasi vivente, quasi surreale – impossibile?

Forse è anche per questo che seppe guardare con tanta profondità alle vite di figure come Gabriele D’Annunzio e Majakovskij, tra i primi — e i più amati. Li osservava con uno sguardo partecipe e inquieto, riconoscendo in loro quella stessa tensione che abita il cuore di ogni poeta.

Perché il cuore di un poeta conserva sempre qualche goccia di amarezza. Ma è proprio da quella ferita che nasce la capacità di raccontare la storia — non solo quella dei grandi nomi, ma il romanzo più vasto e fragile di tutti: quello della vita.