Mia mamma e papà, io mi trovo in un campo di lavoro. Qui, come al solito, sano e sereno. Lo stesso spero di voi: sani, sereni, fiduciosi. Voi siete il mio pensiero preoccupante. Voi e gli amici e il profumo della mia terra, il mio anelito, la mia certezza. Adesso lavoro come interprete, così posso essere utile a qualcosa. Vi prego di farmi avere vostre notizie. Bacio con cuore ardente voi e lo zio e in voi saluto il Ghislieri e gli amici. Arrivederci [1].
Campo di Hersbruck, Baviera nord-orientale, 8 ottobre 1944. Teresio Olivelli, deportato in Germania come prigioniero politico, dopo la detenzione a San Vittore, Fossoli e Bolzano, si rivolge ‒ scrivendo in tedesco ‒ a ciò che ha di più caro: la famiglia, gli amici, la sua terra, inconsapevole che quel «Aufwiedersehen» sarebbe stato l’ultimo. L’integrità morale e l’operosa carità cristiana che lo avevano già reso un punto di riferimento per i commilitoni alpini in Russia non svanirono innanzi alle gravi vessazioni inflitte dai carcerieri delle SS, che lo portarono a spirare alle prime ore del 17 gennaio 1945, dopo una lenta agonia.
Le numerose testimonianze dedicate alla figura del beato Olivelli – riconosciuto martire laico dalla Chiesa cattolica nel 2017 [2] – rendono possibile una rilettura unitaria della sua vita, attraverso due tornanti decisivi del suo cammino: la Campagna di Russia, che lo vide protagonista del drammatico ripiegamento nella steppa; la Resistenza, dove la sua spiritualità cattolica si realizzò in una scelta di ribellione morale.
Nato a Bellagio il 7 gennaio 1916, trasferitosi nei luoghi d’origine della famiglia ‒ nella Lomellina ‒ e frequentatore, sin da giovanissimo, dei circoli locali dell’Azione Cattolica e della FUCI, alunno del Collegio Ghislieri dell’Università di Pavia, dove si laureò in giurisprudenza nel 1938, Teresio Olivelli rappresenta icasticamente la figura del giovane istruito, critico ma non distante dalla politica e dalla cultura fascista, a cui si avvicinò per consapevole e autonoma elezione, frutto della volontà di «modificare il fascismo dal proprio interno modellandolo in modo da renderlo più aderente ai valori del cristianesimo»[3].
In un mondo fortemente penetrato dal razzismo nazifascista, che faceva dell’elemento biologico il fondamento della nazionalità, Olivelli mirava a salvare «il primato, la libertà e la creatività dello spirito, l’universalità dei valori, l’assoluta secondarietà dell’elemento fisiologico»: un tentativo – illusorio – di «redimere ciò che non si poteva redimere» [4].
Sul fronte russo al servizio degli ultimi
Nel febbraio 1941, Olivelli si arruolò volontario nel Regio esercito, fedele al suo impegno caritativo volto a condividere la sorte dei più umili in armi. Nelle prime settimane del 1942, maturarono in lui le ragioni della scelta di partire volontario per il fronte russo, come si evince dalla fitta corrispondenza scambiata con lo zio materno, don Rocco Invernizzi.
Animato dalla celebrazione della cresima «che effonde la forza e l’amore dello Spirito Santo, [e] rafforza in lui il desiderio di donarsi in uno slancio di amore, per costruire, nella giustizia, il nuovo ordine sociale»[5], Olivelli parte per la Russia come sottotenente di complemento, inquadrato nella 31ª Batteria del Gruppo “Bergamo”, Divisione alpina “Tridentina”.
Quel «nazionalismo proletario» orientato a un «proletarismo nazionale», alla base del volontarismo olivelliano, si nutriva dello spirito risorgimentale proprio dell’ambiente familiare in cui era cresciuto, con il padre reduce della Grande guerra. Il motivo della patria e della nazione – che in un primo tempo lo avvicinarono al fascismo, assorbendone idee, spirito e stile ‒ si intrecciava, in Olivelli, al motivo sociale e alla sensibilità per le sofferenze del popolo, identificato soprattutto nei poveri. In tale prospettiva si comprende la sua accettazione e partecipazione volontaria alla guerra, come sacrificio degli interessi egoistici e degli agi borghesi[6].
Una terra senza Dio
Giunto in terra sovietica, Olivelli guarda alla fede dei più giovani o, meglio, all’assenza di questa: «La gioventù è in generale atea. Bog niet. Dio non c’è. Così imparano a scuola. Hanno cambiato il pope. Credono al maestro. Senza Dio». Alle popolazioni locali più povere si rivolge la sensibilità cristiana del sottotenente alpino: «Affamati, desiderano la fine della guerra per avere più pane. […] Mi pare di raccogliere dal fondo dei desideri il grido che disfece la passata Russia: Pace e Pane» [7]. Da questo grido, la coscienza di Olivelli si trasforma.
Non è possibile “costruire” e “amare” in una realtà di sanguinosa distruzione [8]. Al “proscenio”, «serraglio vivente del museo armiologico» schierato lungo la sponda del fiume Don, Olivelli preferisce le “quinte”, un cantiere in costante evoluzione fatto di trincee, rifugi, allacciamenti, postazioni, case che diventano tane: una città sotterranea dove ‒ costruendo ‒ «si rinasce alla vita»[9]. Attore-spettatore nel teatro di guerra, l’alpino ghisleriano matura, in quei giorni del settembre 1942, tutto il suo straniamento dalle operazioni militari.
Con l’approssimarsi del Natale, nonostante il poco tempo per meditare e pregare, in Olivelli l’anima cristiana non si dissipò: si fece servizio, consolazione, carità, fino al dono totale di sé, durante la lunga ritirata del gennaio 1943. L’accerchiamento russo trasformava ogni tappa in una battaglia, a trentacinque, quaranta gradi sotto lo zero termico. Di 229.000 soldati italiani inviati sul fronte orientale, ne tornarono poco più della metà: il reparto di Olivelli fu annientato a Warwarowka.
L’alpino Franco Fiocca ricorda l’inesauribile energia di Olivelli, trasmessa ai suoi alpini nel momento più buio:
A Nikolaiewka [sic], […] partecipa all’attacco entrando tra i primi nella città. Benché stremato dalle eccezionali fatiche, per tutta la notte si prodiga insieme ai medici e ai cappellani per assistere i compagni feriti e i moribondi
[10]. Un altro commilitone, il tenente Umberto Apostoli, testimonia:
[…] sebbene più giovane di me, subivo il suo ascendente; […] mi sembrava di vedere mio padre, quando giovincello rincasavo a ora tarda [11].
Lo spessore intellettuale e umano di Olivelli non fu dimenticato a Pavia, dove – nonostante la sua temporanea e incerta lontananza – fu nominato rettore del Collegio Ghislieri, a soli 27 anni.
L’antifascismo cattolico come rivolta morale
La cesura vissuta nel fondo della sua coscienza, nelle prime settimane del 1943 in marcia nella steppa russa, fu seguita – pochi mesi dopo – dall’abisso di un’Italia allo sbando, con il crollo ultimo, irreversibile, del fascismo-regime e la morte delle istituzioni.
Dopo la fuga dall’internamento, l’Oratorio filippino della Pace di Brescia rappresentò il primo approdo resistenziale di Olivelli. Qui, entrò in contatto con il movimento ribellistico locale e con alcune figure di spicco dell’antifascismo cattolico, tra cui l’amico Romeo Crippa, padre Manziana, Astolfo Lunardi ed Ermanno Margheriti, questi ultimi fucilati dai nazifascisti al poligono di Mompiano nel febbraio successivo.
Nel novembre 1943, Olivelli si trasferì a Milano, centro della sua attività clandestina. Qui, prese contatti con le Fiamme verdi e con il CLN, operando all’interno di una rete che ebbe come riferimenti personaggi di primo piano del milieu cattolico antifascista [12], come l’ingegner Carlo Bianchi, e il musicologo Claudio Sartori.
L’alpino reduce di Russia non concepì la Resistenza solo come lotta armata, “guerra di guerriglia”: fede e azione rimasero i termini guida del suo pensiero, elevato definitivamente a una più matura coscienza cristiana. Se cristianesimo vuol dire bontà, libertà, amore, occorreva battersi contro quell’ideologia che per un ventennio aveva negato questa umanità; occorreva accendere gli spiriti, lottare per la vita, e per quest’ultima farsi «ribelli per amore» [13].
L’impegno di Cursor
Dalle colonne de il ribelle [14] ‒ una delle esperienze editoriali più significative del periodo clandestino ‒ Olivelli, con lo pseudonimo di Cursor, firmò articoli che rappresentano oggi il suo testamento morale, rivolto in particolare alle giovani generazioni. Origine e meta del suo ribellismo ‒ volto a una tensione eminentemente pedagogica ‒ era una spiritualità cristiana che non mancasse dell’elemento patriottico di stampo mazziniano. L’impegno antifascista di Olivelli guardava al problema sociale e educativo dei più giovani. Nel secondo numero del giornale, pubblicato il 26 marzo 1944, Cursor-Olivelli scrive:
Ribelli: così ci chiamano, così siamo, così ci vogliamo. […] siamo dei ribelli: la nostra è anzitutto una rivolta morale […] contro una concezione del mondo. […] È un foglio per i giovani: non ha riguardi per nessuno. Vuole essere fermento di una libera, sana, profonda cultura, […] lottiamo giorno per giorno perché sappiamo che la libertà non può essere largita dagli altri. Non vi sono “liberatori”. Solo, uomini che si liberano[15].
Contro uno Stato che «assorbe e ingoia» le libertà, contro una cultura pietista e incapace di un gesto virile, contro gli «ideali d’accatto» di un mondo governato da politicanti e plutocrati che invece di servire le istituzioni se ne servono per la propria «libidine»[16], Teresio Olivelli esorta i giovani a ridestare le coscienze, agire, ribellarsi, per amore della libertà.
Nel campo di Hersbruck, poco prima di morire, provato nel corpo ma non nell’anima, Olivelli affidò alla preghiera il senso ultimo della sua ribellione, rinnovando la speranza nell’alba di un avvenire migliore: «Sui monti ventosi e nelle catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare. Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore»[17].
Note
[1] Nell’ultima lettera – vergata a mano in tedesco – Teresio Olivelli, a differenza delle missive precedenti, non esita a firmarsi con il suo vero nome e cognome, consapevole che il suo destino nel campo è ormai tracciato. Cfr. Teresio Olivelli, Epistolario. Antologia di lettere e scritti vari, a cura di Paolo Rizzi, Cittadella Editrice, Assisi 2019, pp. 263-264.
[2] Cfr Dicastero delle Cause dei Santi, Teresio Olivelli, www.causesanti.va/it/santi-e-beati/teresio-olivelli.html consultato il 08.01.2026.
[3] Cfr Andrea Pepe, Olivelli Teresio, biografieresistenti.isacem.it/biografie/olivelli-teresio/ consultato il 08.01.2026.
[4] Alberto Caracciolo, Teresio Olivelli, Editrice La Scuola, Brescia 1975, pp. 68-72.
[5] T. Olivelli, Epistolario, cit., p. 165.
[6] Cfr A. Caracciolo, Teresio Olivelli, cit., pp. 89-94.
[7] Lettera del 20 agosto 1942 allo zio don Rocco Invernizzi, “A contatto con la miseria materiale e spirituale dei paesi comunisti dell’est europeo”, in T. Olivelli, Epistolario, cit., pp. 182-184.
[8] Lettera del 10 settembre 1942 allo zio don Rocco Invernizzi, “La guerra è distruzione e sangue”, in T. Olivelli, Epistolario, cit., p. 185.
[9] Lettera del 14 settembre 1942 ai genitori, “Animo distaccato dalle operazioni militari”, in T. Olivelli, Epistolario, cit., pp. 186-188.
[10] Pavia, Istituto pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, fondo Carte Olivelli, Testimonianza di Franco Fiocca su Teresio Olivelli, b. 18, serie 17/4, 2 cc.
[11] Pavia, Istituto pavese per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea, fondo Carte Olivelli, Testimonianza del tenente Umberto Apostoli su Teresio Olivelli, b. 18, serie 17/4, 3 cc.
[12] Per un approfondimento sul tema, cfr. Carla Bianchi Iacono, Aspetti dell’opposizione dei cattolici di Milano alla Repubblica sociale italiana, Morcelliana, Brescia 1998; cfr. Daniele Corbetta, Ribelle per amore. Don Gnocchi nella Resistenza, Oltre edizioni, Sestri Levante 2015.
[13] Cfr A. Caracciolo, Teresio Olivelli, cit., passim, pp. 139-147.
[14] Per un approfondimento su il ribelle, cfr. www.il-ribelle.it/ consultato il 08.01.2026.
[15] Teresio Olivelli, “Ribelli”, il ribelle, 26 marzo 1944, pp. 1-2. Il secondo numero de il ribelle, così come il primo del 5 marzo 1944, reca la data fittizia del 26 marzo 1942. Le pubblicazioni de il ribelle sono consultabili online alla pagina www.il-ribelle.it/numeri/ consultato il 08.01.2026. La digitalizzazione archivistica dei numeri de il ribelle è disponibile anche in Milano, Istituto nazionale Ferruccio Parri, Stampa clandestina della Resistenza lombarda (selezione, 1943-1945), Il ribelle: esce come e quando può, www.bdl.servizirl.it/vufind/Record/BDL-OGGETTO-12431 consultato il 08.01.2026.
[16] A. Caracciolo, Teresio Olivelli, cit., pp. 142-143.
[17] Teresio Olivelli, Preghiera del ribelle, “Signore facci liberi”.