Halloween non ha mai messo radici in Italia: dietro la vernice di intrattenimento non c’è nessuna densità antropologica, e la stanchezza del modello che l’ha esportata comincia a vedersi. Ognissanti, viceversa, resiste. Una riflessione sulla differenza tra una moda di consumo e una festa che parla del destino di ogni uomo.

«Halloween festa pagana per una società puttana». Questa scritta campeggiava, un tempo, sui muri antistanti l’ingresso del mio liceo. A distanza di anni, quel graffito conserva ancora un fondo di verità, sebbene le circostanze siano profondamente cambiate: la forma di prostituzione culturale ed esistenziale a cui si alludeva si è ormai logorata, invecchiata nella sua stessa vacuità, fino a non attrarre quasi più nessun cliente.

Beato Angelico, “Tutti i Santi” (Pala di Fiesole)

In questa sede non occorre ripercorrere l’annosa controversia sulla genesi di Halloween: il confronto tra la solennità di Tutti i Santi, l’antico capodanno celtico di Samhain e le polemiche sulle infiltrazioni neo-pagane o sataniste. Più proficuo è osservare il fenomeno per ciò che rappresenta nella contemporaneità: un mero prodotto dell’industria consumista globale.

L’innesto di questa ricorrenza d’importazione non ha mai gettato vere radici spirituali o comunitarie in Italia. Se altri prodotti della società dei consumi, legate all’immaginario anglo-americano – si pensi alla rielaborazione commerciale del Natale con la figura di Babbo Natale inventata dalla Coca-Cola –, sono riuscite ad agganciarsi a un sostrato tradizionale ed etico preesistente e profondo, per Halloween l’operazione non si è compiuta.

Nelle sue manifestazioni nostrane, la ricorrenza si riduce spesso a una vernice di intrattenimento superficiale e vuoto, dai tratti talvolta volgarizzati, priva di qualsiasi densità antropologica. Quando si scalfisce questa patina di plastica, sotto non rimane nulla. L’emblema di questa incompatibilità culturale, a distanza di anni, è l’istintiva reazione popolare, resa iconica dalla provocazione mediatica di Mario Giordano a Fuori dal coro che contrapponeva alle zucche di plastica il nostro “pan dei morti”, “la zuppa di ceci” e la devozione ai defunti. Un rifiuto viscerale, che gridava la priorità del legame comunitario rispetto all’omologazione mercificata.

https://youtu.be/ehkFePMVvZg?si=MAO5BqHDWF3OlHoH

A livello sociologico e geopolitico, la parabola di Halloween svela la stanchezza strutturale dell’impero statunitense. Un’epopea culturale fondata esclusivamente sul primato del mercato e dell’intrattenimento immediato, destinata a esaurire la propria spinta propulsiva, proprio come sta avvenendo sotto i nostri occhi. Passata la stagione dei grandi film horror, che hanno fatto la storia – ma per i quali la storia, poi, sarebbe finita – la “festa” del 31 ottobre  rivela la sua intrinseca fragilità.

Si manifesta, qui, ciò che potremmo definire un vero e proprio paradosso di matrice kierkegaardiana: la contraddizione di un modello che, pretendendo di imporre una ricorrenza priva di fondamento metafisico, finisce per mostrare involontariamente la necessità della Verità. Ciò che non ha radici crolla da sé non appena il gioco infantile finisce e l’uomo si ritrova di fronte alle domande fondamentali della vita. La maschera è destinata a cadere per mostrare il vero Io che, sempre secondo il filosofo danese, è sempre davanti a Dio: “l’Io non è il rapporto, ma il fatto che il rapporto si metta in rapporto con se stesso […] e, nel rapportarsi a se stesso, si rapporta a un Altro [la Potenza che l’ha posto]”.

Di contro alla dimensione effimera di una notte di travestimenti, si pone la solennità di Tutti i Santi (1° novembre) e la commemorazione dei fedeli defunti per riaffermare  la vocazione autentica dell’uomo. Non si tratta di una pura contrapposizione polemica verso l’intrattenimento – se i bambini festeggiano in allegria e in famiglia il 31 ottobre, ciò può essere un bel momento di gioco – ma di una differenza di piano ontologico, di profondità. Non ha alcun senso rivestire di significati esoterici o culturali ciò che è solo una moda di consumo destinata a dissolversi, perché, come insegna Sant’Agostino, “chiunque crede che sia possibile che una creatura si trasformi in meglio o in peggio o assuma un’altra specie o somiglianza da parte di alcuno se non dal Creatore stesso (…) è senza dubbio un infedele”. Ovvero, solo Dio è onnipotente e, nonostante la somiglianza con creature oscure o presunti patti con streghe o demoni, alla fine ogni potere soprannaturale viene da Dio e quello che si invocherebbe in questi festeggiamenti non è altro che pura illusione.

La festa di Ognissanti, invece, resiste imperitura. E, anzi, la contrapposizione forzata creata da Halloween la rende ancora più popolare. Ci ricorda che la santità, la beatitudine e la pienezza della gioia sono il vero destino di ogni persona. È la festa di ognuno di noi perché  tutti siamo chiamati ad essere santi, ovvero essere felici – come solo il Signore può renderci – irradiati dalla luce divina e inestinguibile che nessuna convenzione di mercato può oscurare.

Mentre le mode borghesi e i prodotti di massa mostrano la loro transitorietà, la Chiesa continua a reggersi sulla fede silenziosa e incrollabile delle sue “pietre scartate”: le preghiere umili delle nostre nonne e dei semplici che, affrontando ogni intemperia del tempo, custodiscono e salvano il mondo con la loro devozione quotidiana. Ed è a questa luce eterna che la nostra cultura riconosce la propria identità e la propria speranza e che in fondo, anche nella notte di Halloween, continua a brillare.