Alessandro Gnocchi – che alla figura e all’opera di Giovannino Guareschi ha dedicato anni di studio, culminati nella recente biografia Giovannino Guareschi. Una vita controcorrente (Ares, 2025) – passa al setaccio la nuova fiction Rai dedicata a Guareschi, denunciandone le omissioni più gravi: l’assenza della fede, del Cristo crocifisso e di quella “coerenza” che nello scrittore emiliano affondava le radici proprio nello spirito, prima ancora che nella politica. Un monumento di cartone, sostiene l’autore, che riduce Guareschi alla statura di chi lo celebra.
L’ho vista due volte, la fiction su Giovannino Guareschi: domenica 20 settembre, su Raiuno, e la sera successiva su RaiPlay. Non si sa mai, a una prima visione può sempre sfuggire qualcosa di importante ed è meglio essere prudenti. Nella fattispecie, la sera della domenica mi era sfuggito proprio lui, Giovannino Guareschi: non l’avevo visto in un solo fotogramma. Ventiquattr’ore dopo, il lunedì ho compreso che non si era trattato di una mia distrazione. Nei cento minuti di Giovannino Guareschi. Non muoio neanche se mi ammazzano, Giovannino Guareschi non c’è. Si vede un tizio che gli somiglia e si muove sullo schermo mantenendo graniticamente la stessa espressione tra l’arrabbiato e il circospetto dal primo al centesimo minuto, mentre si trova in situazioni di cui nessuno si prende la briga di entrare nel dettaglio. Tutto quello che ogni tanto viene fuori è la parola “coerenza”: oltre non si va.

Giovannino Guareschi fotografato nel 1945 (Foto Tosi – Parma, Archivio Guareschi)
Non è tutta colpa di Giuseppe Zeno, che interpreta l’ologramma di Guareschi. Nessuna prova d’attore avrebbe potuto supplire le carenze e le falle di una sceneggiatura che merita un voto tra lo zero e l’uno per l’impegno. Andrea Porporati, che è anche il regista, e Marco Ferrazzoli hanno dato una parvenza di vita a una parvenza di Guareschi senza anima, senza spirito, senza sangue, senza cuore: un neoGuareschi di cui non si sentiva il bisogno. Lo fanno passare attraverso alcuni momenti fondamentali della sua vita, che è stata anche la vita e la storia di milioni di italiani, senza mettergli in petto un fremito. Sempre e solo quell’aria accigliata e ogni tanto l’evocazione della “coerenza”: ma coerenza in che cosa? Una vaga idea di onestà, ma lasciata subito cadere. Un impegno anticomunista, ma mai spiegato e forse più rivolto alle prossime elezioni di Italia 2027. Una diffidenza per democristiani e americani, ma senza il coraggio di mostrarne le ragioni spirituali e morali, prima ancora che politiche.
Sicché, chi già conosce Guareschi, se è di palato alla buona, si accontenta di vederlo finalmente in una fiction sulla tv pubblica dopo decenni di oblio, mentre se è un po’ più esigente, cambia canale e non si vede come dargli torto. Chi invece non ne ha mai sentito parlare, si sarà chiesto perché sprecare una serata davanti alla tv guardando un pezzo della vita di uno a cui non fanno dire niente. Tutto come prima, e forse anche meno di prima. Lo dicono anche gli ascolti. Giovannino Guareschi ha vinto la serata, è vero, ma con 2.240.000 spettatori e il 16% di share: roba su cui fare un pensierino, vista la programmazione nella prima serata della domenica di Raiuno, pur con orario differito di 45 minuti, che dovrebbe dare esiti anche due o tre volte superiore. La centesima replica di un film con Fernandel e Gino Cervi avrebbe fatto anche meglio.
Sul Corriere della Sera, pur con due o tre imprecisioni nello specifico biografico, Aldo Grasso mette in evidenza tutta la debolezza del lavoro. Si chiede anche se questa fiction non faccia parte del tentativo della destra al governo di crearsi un proprio pantheon e sostiene che, facendogli un monumento, in realtà indebolisce Guareschi. Concordo e penso che comunque chiunque abbia il diritto di erigere un proprio pantheon: eccepisco solo sul termine “monumento”, perché questo non è neanche un monumentino. Al più è qualcosa da mettere nel giardino delle villette accanto ai sette nani. Perché questa destra non è davvero in grado di misurarsi con i giganti come il vero Giovannino Guareschi e allora li riduce alla propria statura evitando che parlino liberamente. Qualche slogan, una battuta e nessun approfondimento: appena entrato nel pantheon, Guareschi ha seguito subito la sorte di Pasolini ripudiato dal Partito comunista e quella di Sciascia scaricato sai professionisti dell’antimafia.
C’è da chiedersi se per Giovannino sia peggio essere stato oscurato per decenni dalla sinistra oppure essere ricordato e utilizzato da questa destra. Per parte mia, al termine della seconda visione, mi sono ripetuto quanto mi ero già detto a metà della prima: se Giovannino Guareschi e la sua storia fossero veramente il vuoto a perdere rappresentati in questo lavoro, avrei buttato a mare più di cinquant’anni di letture e studi appassionati. Eppure, il film è ispirato, sia pur liberamente, a Chi sogna nuovi gerani?, una sorta di autobiografia che Alberto e Carlotta, i figli di Giovannino hanno composto ritagliando e cucendo con amore, pazienza e acribia filologica senza pari gli scritti di loro padre. Ma quel libro, fondamentale per ogni studio guareschiano, viene completamente ignorato e contraddetto con espedienti narrativi oltre il limite del brivido.
Si comincia con la totale invenzione del luogo, del tempo e dell’occasione in cui don Camillo e Peppone vennero alla luce. Va bene la necessità di trovare una sintesi anche simbolica per una situazione oggettivamente complessa, ma ridurre tutto alla scazzottata tra un prete e un comunista sulle macerie della guerra è davvero meno che niente. Non un’ombra di rispetto per la poetica e l’opera di uno degli scrittori più popolari e amati nel mondo: sceneggiatura voto 0 –. Del vero Peppone, il sindacalista Giovanni Faraboli cui Guareschi voleva un gran bene, non c’è traccia. Così come dei tanti sacerdoti che lo scrittore aveva conosciuto nel corso della sua vita e andarono a formare anima e corpo di don Camillo. D’altra parte, non viene dedicata una scena alla deportazione nei lager nazisti, il momento cruciale, anche in senso letterale, nella maturazione spirituale e umana di Guareschi. La sua resistenza nei campi di concentramento e i suoi scritti sulla prigionia sono tra i momenti più alti della storia e della letteratura italiane del Novecento, ma evidentemente non sono funzionali al monumentino del neoGuareschi sdoganato con vista sulle prossime elezioni.
Non è un caso se, nella biografia di un uomo e uno scrittore che ha fatto del Cristo crocifisso il suo personaggio più importante, non si faccia cenno a Dio, alle Sacre Scritture, alla religione cristiana, alla fede, che pure sono il nocciolo incandescente di una vita: neanche un pur vago riferimento a qualcosa di spirituale. Niente, si intravede solo un piccolo Crocifisso appeso alla parete della scuola di Marore, dove insegnava la mamma di Giovannino. Un ambiente laico e asettico, dove tutto è uguale a tutto e nulla è rilevante: e in effetti questo Crocifisso si guarda bene dal parlare. Quando viene ricostruito il dibattito in teatro con i due rappresentanti comunisti, a Guareschi viene fatto leggere un brano dell’introduzione a Don Camillo in cui viene concesso ai preti di sentirsi offesi per via del parroco e ai comunisti di essere arrabbiati per via del sindaco. Ma non gli si concede di continuare con la lettura del pezzo in cui dice che nessuno può eccepire sul suo Cristo, perché quella è la voce della sua coscienza. Forse si sarebbe compreso, almeno un poco, quale fosse la radice della “coerenza” guareschiana. Che, invece, al termine della fiction, pare qualcosa tra il laico e il testardo. Non a caso, sempre nel dibattito in teatro, il neoGuareschi, guardandosi bene di appellarsi alla sua fede, si appella all’uomo.

Alessandro Gnocchi, “Giovannino Guareschi. Una vita controcorrente” (Ares, 2025)
Dunque, non c’è Guareschi, non c’è la sua fede e non ci sono le sue battaglie per difenderla dai nemici dentro e fuori la cittadella. Ma non c’è neppure Milano, che tanta parte ha avuto nella sua vita e nei suoi sentimenti. Non c’è un attimo di vita redazionale: eppure stiamo parlando di uno tra i più grandi giornalisti italiani. Salvo il tristissimo ufficio del commendatore, non c’è neanche la Rizzoli. Non c’è la vera e durissima prigione dovuta all’affare De Gasperi. Non c’è un minimo di ricostruzione di racconto circa la pubblicazione delle lettere a firma del politico democristiano pubblicate su Candido e sulle quali Giovannino aveva un’idea ben precisa. Insomma, non c’è proprio niente.
In compenso, si mette in bocca a Duvivier, il regista dei primi film su don Camillo, il concetto di invenzione del vero, di cui non sapeva proprio nulla. Ci sono le fastidiosissime ombre di don Camillo e Peppone a fare da filo conduttore narrante, espediente povero e scontatissimo. E c’è una onnipresente Ennia, la moglie, con cui un improbabile Guareschi discute addirittura dell’opportunità di pubblicare le lettere di De Gasperi. Più inventata di così questa storia non poteva essere e proprio non è bella. Bastava raccontare almeno un palpito del vero Giovannino. Se non la sua poesia e le sue battaglie, troppo impegnative per questi tempi modesti e ingrati, si poteva almeno ricordare la sua morte: da scrittore, giornalista, uomo troppo grande e troppo solo. Ma anche nella morte, evidentemente, è stato troppo scomodo.