Lo scorso 4 febbraio 2026, a 12 anni dalla morte di Eugenio Corti, è uscita la trentasettesima edizione del suo romanzo storico: Il cavallo rosso. Tale traguardo editoriale avvalora pienamente quanto il critico letterario Sébastien Lapaque scriveva sul quotidiano Le Figarò, appena si era diffusa la notizia del suo decesso: «È uno dei sommi scrittori di oggi, uno dei più grandi, forse il più grande». Ma queste parole, poste ora sulla quarta di copertina della nuova ed elegante edizione del romanzo, in fondo non sono differenti da quelle del suo primo e unico editore, Cesare Cavalleri, scritte nell’estate del 1983, appena terminata la lettura del secondo tomo, Il cavallo livido: «Un grande, un grandissimo romanzo, Eugenio mio! Avevi ragione in tutto: andava pubblicato così com’è, senza tagli, senza cambiare una virgola […]. Se qualcuno ci darà una mano diventerà il caso letterario dell’anno e in ogni caso – quello che più conta – tu hai dato un contributo decisivo non solo alla letteratura, ma alla storia e anche alla fede» (Lettera a Corti, 11 luglio 1983, Archivio Ares). Il direttore della casa editrice Ares è stato alquanto profetico perché Il cavallo rosso è senza ombra di dubbio un caso letterario perché, pur non essendo stato accolto dalla critica tout court e avendo dovuto affrontare numerosi ostacoli, è riuscito a diventare un longseller.
Il merito di questo successo dobbiamo imputarlo, soprattutto, a Corti stesso, non solo per la sua bravura come scrittore, ma anche per la passione, la tenacia, la responsabilità con la quale ha seguito la pubblicazione del romanzo, la sua ricezione e la sua promozione in Italia e all’estero.
Sebbene egli si sia preoccupato anche della diffusione delle altre sue opere, attraverso preziosi inediti, rimasti ancora a casa Corti per volontà della sua amata moglie Vanda Di Marsciano, si constata che si è speso in modo eccezionale per far conoscere il suo romanzo. Questo suo desiderio non era mosso da un fine legato alla fama o al denaro, ma dalla volontà di tener viva la promessa fatta alla Madonna durante la notte di Natale del 1942, quella di diventare lo scrittore del Regno di Dio, se fosse uscito dalla sacca nella quale erano accerchiati i soldati italiani durante la ritirata di Russia.
Il compito vocazionale al quale si era sentito chiamare non si esauriva con la scrittura e la pubblicazione dell’opera, continuava piuttosto nel custodire e accompagnare, giorno dopo giorno, la Summa della sua vita – così come era solito chiamare il suo romanzo. Oggi possiamo comprenderlo ancora meglio perché, accanto alle opere pubblicate e a quel materiale conosciuto, fatto di manoscritti, fogli battuti a macchina, bozze, copie con le varie correzioni, vi è un nuovo corpus di documenti che sembra invogliare a scrivere il romanzo del romanzo! Non sembri un gioco di parole, ma le agende personali di Corti, risultate già utilissime per la stesura della mia recente biografia, Eugenio Corti. Verità e bellezza (Ares 2023), continuano a svelarci particolari preziosi.
Come un padre con il figlio
Il cavallo rosso, cominciato nel febbraio del 1971 e terminato, con gli ultimi «ritocchi», la mattina dell’11 maggio 1983, inizia a essere distribuito «alle librerie nella prima metà di giugno», ma il lancio vero e proprio avviene in settembre, come si evince nella nota inedita datata 8 gennaio 1984. In essa scopriamo che la prima edizione di 3000 copie viene esaurita verso il Natale del 1983 e che già si pensava di farne uscire una seconda intorno al «20 gennaio». L’obiettivo di Corti è fin dall’inizio quello di creare una rete capillare perché il libro possa arrivare in qualunque libreria, così si legge in quella nota: «Intanto col 1° gennaio la Ares ha cambiato il distributore: il che – comunque vadano le cose – non potrà costituire che un importante passo avanti nella distribuzione dell’opera».
Tuttavia, a Corti non basta vedere il libro esposto nelle vetrine librarie, come un padre non abbandona i suoi figli e li segue perché possano trovare la loro strada, così inizia a partecipare a incontri, conferenze, convegni e presentazioni per diffondere il suo romanzo. Di per sé questo comportamento non è così insolito, dal momento che gli scrittori all’uscita del proprio libro si impegnano spesso a presentarlo. Tuttavia, come possiamo riscontrare nelle puntuali annotazioni sulle proprie agende, il numero di conferenze alle quali ha partecipato è davvero elevato.
A questi incontri si preparava con massima dedizione e attenzione, come possiamo evincere dai materiali preparatori da lui redatti in vista di questi momenti e, grazie alla sua precisione, accuratamente conservati. Essi sono stati trovati recentemente nell’abitazione cortiana e alcuni di essi, per la precisione 124, sono stati trascritti e classificati dal punto di vista tematico in una tesi di laurea triennale, Appunti inediti di Eugenio Corti conferenziere, realizzata da Anna Bai, discussa lo scorso aprile presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Tra questi appunti preparatori vi è una conferenza che, in agenda nella nota dell’8 novembre 1984, Corti, con un tratto della sua penna, sottolinea, come per ribadirne l’importanza: «8/11 grande presentazione a Milano/Torrescalla, con Bausola, Cucco, Toscani e Cavalleri». Pur a distanza di molti anni essa può costituire un’ottima presentazione per chi, ancora oggi, si accinge a leggere o a rileggere questo romanzo storico. Si tratta, come per tutti questi materiali di una sorta di canovaccio sul quale Corti si appunta le tematiche che vuole sviscerare per far comprendere la sua opera e per far nascere nel lettore il desiderio di leggerla. Grazie a questi appunti è possibile approfondire il suo pensiero e comprendere meglio le ragioni che lo hanno spinto a scrivere tale romanzo.

Sconvolgimenti e realismo
Il primo punto che l’autore sottolinea è proprio lo spazio temporale della sua opera, ben «34 anni», un arco cronologico molto lungo nel quale si sono susseguiti «eventi drammatici e decisivi per la storia del nostro Paese e del mondo intero», quali «la guerra», «il dopoguerra», «l’industrializzazione», i «grandi mutamenti nel costume», «il fallimento di processi ideologici durati secoli».
Sebbene nel panorama della letteratura italiana non ci siano molte opere con uno sguardo così ampio, Corti ha ritenuto necessario riflettere su un periodo così vasto per comprendere meglio il «riflesso» che questi «sconvolgimenti» hanno avuto sulla vita dell’uomo e sul suo destino. Il punto centrale è così da lui ben riassunto: «Ciò che realmente conta è l’essere umano: tutto il resto conta in funzione dell’essere umano».
Un secondo punto rilevante, da lui evidenziato, riguarda il suo modo di rappresentare la storia del nostro paese. Corti sottolinea in modo chiaro due aspetti: l’importanza della verità e il suo lungo e approfondito studio della storia e della letteratura. Innanzitutto, egli chiarisce in più passaggi che è sempre partito dalla sua esperienza personale: «Ho cercato di non cedere mai all’arbitrio, ma di rendere sempre i comportamenti che ho visto, di descrivere reazioni che ho avuto realmente sotto gli occhi». Non a caso egli ci tiene a specificare che il suo è un romanzo storico e «insieme autobiografico» – accenna, seppur solo attraverso brevi cenni, alla possibile convivenza di questi due generi, inserendosi così anche nel dibattito letterario che prende le mosse da Manzoni stesso. Egli spiega come abbia voluto raccontare tutto con estremo realismo in modo che il lettore abbia «la sensazione d’avere a che fare più che con personaggi letterari con persone vive». Esattamente come è accaduto a uno dei suoi primissimi lettori del quale riporta le parole: «Si ha la sensazione, dopo la lettura, di avere davvero percorso quei luoghi, vissuto con quei personaggi».
Ma, oltre all’attenzione per il dato oggettivo e reale, Corti ha affrontato «uno studio autentico e non di parte» sia relativamente alle vicende vissute in prima persona sia relativamente alle ideologie che hanno tragicamente contrassegnato il Novecento. L’inviato speciale delle campagne sul Don – come potremmo anche definirlo – si fonde con lo storico nel senso che Corti ha analizzato approfonditamente le cause, gli effetti e le conseguenze degli avvenimenti del XX secolo.
È stato, dunque, un lungo labor limae, ben 11 anni, nel quale ha dovuto ricostruire tutto un «substrato culturale». Ma questo romanzo oltre allo studio personale ha potuto, via via, prendere forma anche in virtù delle riviste che hanno accolto, man mano che venivano elaborati, i suoi primi giudizi storici, politici, narrativi, in primis la rivista Studi cattolici: «Ci son voluti anni di paziente lavoro, pubblicazioni di articoli e saggi che io ho fatto tra l’altro su Studi cattolici: di essi un certo numero è stato in seguito riunito in volumetti che possono essere considerati come laboratorio preparatorio dell’opera almeno nelle mie intenzioni summa: questa, Il cav[allo] ro[sso]».
Da questi appunti si comprende come per Corti la presentazione di questo «Romanzo-poema-dramma-storia», oltre alla contestualizzazione delle vicende narrate, nello spazio e nel tempo, oltre ai chiarimenti in merito al lavoro svolto per realizzarlo, richiedesse un ulteriore e decisivo passaggio, senza il quale non comprenderemmo veramente il suo prodigarsi così tanto per far conoscere a tutti il suo libro. Per Corti sarebbero vani i tentativi di rileggere la storia personale e universale, per quanto rigorosi e approfonditi, se non si facesse riferimento, allo stesso tempo, alla provvidenza divina, che dispone l’accadere degli eventi, e alla libertà dell’uomo, chiamata a collaborare con Dio.
Sono splendide le parole che si appunta per quella serata: «Quanto alla partecipazione alle vicende questa viene soprattutto da Domine Dio: soprattutto dipende da lui che si entri in certune di queste vicende, la guerra per es[empio], e se ne esca anche, si porti a casa la pelle. Però con Domine Dio si può collaborare, e francamente ho cercato di farlo».
Questa visione spiccatamente teocentrica che trasuda da ogni pagina del Cavallo rosso, attraverso le verità storiche narrate, ha diviso la critica fin dall’inizio, tant’è che le prime recensioni, nell’agenda si dice ben «36» e «tutte marcatamente positive, spesso entusiaste», sono «unicamente di periodici cattolici», infatti, come aggiunge nella medesima nota, «la stampa laica finora ha puntigliosamente taciuto».
Corti ben consapevole del valore teologico, oltre che storico e letterario della sua opera, ha certamente perseguito e approfondito il dialogo con il modo cattolico. Ciò lo aveva spinto nella primavera del 1983 a consegnare la prima copia del romanzo al Papa, allora Giovanni Paolo II, in visita pastorale in Brianza; oppure a conversare per un’ora e mezza con il cardinal Giovanni Colombo. Egli aveva compreso fin dall’inizio che l’«osservatorio cristiano» era «incomparabile», «privilegiato» ma, allo stesso tempo, emarginato. Per questo egli ha sempre cercato il più possibile di ampliare la platea dei suoi uditori rivolgendosi anche al mondo laico. Senza arrendersi di fronte a nessun ostacolo, a nessuna difficoltà, ha percorso, fin dall’uscita del libro, in lungo e in largo tutta la Brianza, le campagne lombarde, ha raggiunto numerose città d’Italia, ha tessuto rapporti, ha disegnato geografie umane. È riuscito davvero a coinvolgere, generazione dopo generazione, una straordinaria quantità di lettori, superando gli iniziali pregiudizi del mondo laico, come testimoniano anche le numerose traduzioni e i riconoscimenti pervenuti anche dall’estero. È riuscito a fare vibrare il grande desiderio di felicità che anima gran parte dei personaggi del romanzo, riproponendo, attraverso le loro storie, le grandi domande che attanagliano il cuore di ogni uomo, gli interrogativi sul male, sulla libertà, sulla giustizia, in modo tale che è stato possibile per tutti confrontarvisi e riconoscervisi.
Di fronte alla nuova edizione del Cavallo rosso non possiamo che ringraziare Corti per averci offerto un’opera che suscita ancora grande interesse nei dibattiti culturali e letterari, ma soprattutto per aver avuto il coraggio del suo pensiero e delle sue idee perché, come chiosa nella conferenza di Torrescalla, «la vita è un insieme di prove, e allora queste prove è meglio scegliersele».