«Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo».

Con queste parole papa Leone ha aperto lo scorso 9 gennaio l’incontro con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Concetti come il linguaggio, la comunicazione, l’informazione sono ritornati poi anche nel messaggio del 24 gennaio diramato per la Sessantesima Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali in cui il Pontefice ha richiamato tutti – sia coloro che lavorano in forme diverse nel mondo della comunicazione, dai giornalisti agli operatori dell’IA, sia la società in generale, la famiglia, le scuole – alla cura del proprio lavoro, appellandosi a tre parole chiave: responsabilità, cooperazione, educazione.

Nella società di oggi, dove l’intelligenza artificiale, le logiche dell’algoritmo e la corsa al profitto sembrano dettare le linee-guida dell’informazione, giornalisti e addetti ai lavori sono messi di fronte alla responsabilità degli strumenti che usano. Soprattutto in un’ottica futura è auspicabile un cambio di rotta verso quella che il Papa definisce «la fedeltà ai [loro] valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi».

In questo senso vanno anche la cooperazione e l’educazione: la pervasiva digitalizzazione del tessuto sociale non può essere gestita dai singoli, ma dalla comunità che ha il dovere di occuparsi dell’educazione e dell’alfabetizzazione digitale della società e delle generazioni, sia quelle più anziane sia quelle più giovani. Dar loro, insomma, gli strumenti per orientarsi nel labirinto dell’oggi.

Noi di Studi cattolici accogliamo con gratitudine e – questo almeno desideriamo – piena sintonia le parole di papa Leone, in particolare in questo che è il settantesimo anno di pubblicazione della rivista: una storia lunga, ma che ci fa sentire la necessità del nostro lavoro decisiva come il giorno dell’esordio. Perché se Sc è nata in un mondo in cui l’informazione si faceva in modo diverso, tutto veniva confezionato a mano (dalla macchina per scrivere al linotipista, e poi forbici, colla e menabò) e i tempi di realizzazione erano lunghi, quello che non cambia è il nostro obiettivo: la ricerca della verità e non la sua approssimazione, il diritto alla corretta informazione, la trasparenza e – oggi ancora più che ieri – l’approfondimento dei contenuti, per combattere le insidie della velocità che quasi inevitabilmente genera superficialità: in sostanza, la logica dell’algoritmo.

Allo stesso tempo ribadiamo la nostra natura cattolica, universale. Vogliamo parlare a tutti e che tutti, anche chi molto lontano dalle nostre idee, possano trovare spunti costruttivi nelle pagine di Sc. Quante volte sentiamo dire che ognuno di noi vive in una bolla, fatta di informazioni, persone, situazioni che assecondano le nostre idee: concetto estremizzato a dismisura dalle piattaforme social e dall’IA. Vogliamo rompere questa bolla, uscire e “andare incontro”, in un confronto costruttivo e nella comunicazione con l’altro.

Sempre papa Leone nel Messaggio del 24 gennaio: «Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice san Gregorio di Nissa, ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. […] Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri».

Vogliamo continuare a onorare questa responsabilità, come uomini e donne, e come cattolici.