La scena comincia allo stesso modo: un uomo solo, un palco quasi nudo, un Sud che pulsa. Non ci sono effetti speciali, solo parole, corpi, memoria. Eppure da lì, da quella povertà, si sprigiona una forza che travolge. È il teatro che non racconta ma ricuce, che non illustra ma espone le ferite. Ed è attraverso due voci, due monologhi, due uomini di fede e di palco, che riaffiorano le storie di padre Pino Puglisi e don Peppe Diana, uccisi a pochi mesi di distanza tra il 1993 e il 1994.
Due preti che hanno detto “no” dove tutti tacevano. Due artisti che, 30 anni dopo, li riportano in vita senza incenso né retorica: Christian Di Domenico con U Parrinu – La mia storia con padre Pino Puglisi ucciso dalla mafia e Corrado la Grasta con Non è stata la mano di Dio, dedicato a don Peppe Diana.
Due spettacoli che non chiedono compassione, e trasformano la memoria in azione civile.
La luce silenziosa di Christian Di Domenico
In U Parrinu non c’è nulla di superfluo. Una sedia, la voce di un attore e una storia che basta da sola a riempire il palco. Christian Di Domenico non interpreta, ma ricorda. Racconta il suo incontro, da bambino, con padre Pino Puglisi, il “prete di Brancaccio” che cercava di strappare i ragazzi alla logica della mafia, con un sorriso più potente di una pistola.
Il racconto (che lo scorso 7 novembre a Varese ha raggiunto la sua 800ª replica) non è mai agiografico. Di Domenico non costruisce un mito, ma un uomo. Lo mostra nel suo quotidiano: un prete che ride, che gioca, che crede ostinatamente nella parola come strumento di liberazione. Un uomo che non combatte con la rabbia ma con la dolcezza, che guarda i suoi ragazzi negli occhi e passa un messaggio: «Se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto».
Il ritmo dello spettacolo è rapido, asciutto, quasi musicale. L’attore alterna confidenze familiari a momenti di tensione drammatica. Racconta la propria infanzia, il legame della sua famiglia con questo prete che era un vulcano di possibilità. E ancora, il quartiere di Brancaccio, i suoni, la paura, il coraggio. Il pubblico segue, respira con lui. Non c’è didascalia, non c’è predica. C’è un racconto che arriva dritto, perché è vero.
E poi, inevitabile, il 15 settembre 1993. Il giorno del 56° compleanno di Puglisi. Un colpo di pistola, un sorriso che si spegne, una comunità che resta orfana. Ma anche lì, Di Domenico non alza i toni. Lascia che siano le pause a parlare. Il silenzio pesa più delle parole, la luce si fa più scura, e tutto diventa memoria.
Quando lo spettacolo finisce, nessuno applaude subito. La sala rimane immobile, come se quell’uomo fosse davvero lì, ancora una volta, a chiedere coraggio. U Parrinu non è un racconto del passato: è un promemoria di coscienza. Un invito a non archiviare la speranza.
Corrado La Grasta e il caos sacro
Se U Parrinu è una carezza, Non è stata la mano di Dio è un pugno. Sul palco del Teatro Don Bosco di Brindisi, per la rassegna Tutte le sere del mondo, Corrado la Grasta appare spettinato, barba lunga, tuta lisa. Intorno, una roulotte, bottiglie, un televisore a tubo catodico che sputa frammenti d’Italia anni ’90. È un accampamento più che una scena, un altare improvvisato in una discarica. Tutto vibra di un disordine che sa di verità.
Qui non si parla “di” don Peppe Diana, ma “attraverso” chi lo ha visto, chi lo ha mancato, chi lo ha forse tradito. È Giuseppe detto “Luis Miguel”, giostraio, forse testimone, forse complice, forse solo un fantasma. È lui la voce narrante, quella che rievoca la figura del prete ucciso dalla camorra il 19 marzo 1994. Il racconto è una discesa nella coscienza. Un viaggio dentro il fango. Luis Miguel non è un eroe: è l’uomo qualunque che non ha saputo reagire. E ora, in questa confessione teatrale, cerca redenzione.
La Grasta si muove come un animale in gabbia. Alterna ironia e imprecazione, urlo e preghiera. Ogni gesto è necessario, ogni esitazione diventa segno. Il linguaggio è secco, nervoso, pieno di crepe. Il pubblico non può restare neutrale: viene risucchiato.
La regia di Giulia Petruzzella è precisa e invisibile. Accompagna, suggerisce, non controlla. Tutto sembra improvvisato, ma non lo è. È un caos calcolato, un disordine che diventa linguaggio. Don Peppe non compare mai, ma aleggia come presenza assoluta. È l’eco che abita la scena, la voce che non smette di denunciare.
Il finale è un colpo allo stomaco. «Non è stata la mano di Dio», dice Luis Miguel. Una sentenza che non lascia scampo. Non c’è redenzione collettiva, solo responsabilità. È la frase che dà senso a tutto lo spettacolo, che lo trasforma in rito civile. Una preghiera laica che non chiede perdono, ma presa di coscienza.
Due linguaggi, una stessa urgenza
Due spettacoli diversi, due energie opposte. U Parrinu è luce, Non è stata la mano di Dio è ombra. Il primo racconta la speranza e la memoria; il secondo la colpa e la consapevolezza. Di Domenico sceglie la linearità, la parola limpida, la dolcezza di chi ha conosciuto davvero il protagonista. La Grasta sceglie l’eccesso, la sporcizia, la febbre. Ma entrambi parlano di verità.
Padre Pino Puglisi e don Peppe Diana non vengono santificati: vengono restituiti alla loro umanità. Non sono martiri da icona, ma uomini che hanno avuto paura, che hanno dubitato, che però hanno continuato a dire “no”. È questo che li rende vivi. È questo che li rende pericolosi ancora oggi.
Di Domenico porta in scena la potenza del bene silenzioso. La Grasta la violenza del male banale. Uno ci fa guardare verso l’alto, l’altro dentro di noi. Ma alla fine il risultato è lo stesso: un pubblico che esce con un peso nello stomaco e una consapevolezza nuova.
U Parrinu scorre come un racconto alla luce del sole, Non è stata la mano di Dio si muove nel buio. Ma sono lo stesso teatro: quello che non recita, ma testimonia.
Quando la memoria si fa gesto
In tempi di spettacoli levigati e parole inoffensive, questi due lavori arrivano come una scossa elettrica. Non chiedono di commuoversi, ma di restare. Non raccontano solo due preti, ma un Paese intero che ha preferito non vedere, che ha voltato la testa davanti alle ingiustizie, e che ora ritrova in scena le proprie omissioni.
È teatro civile, certo, ma è anche teatro d’amore. Amore per chi ha avuto il coraggio di resistere, per un Sud ferito che non vuole arrendersi, per la parola che non muore nemmeno quando tutto sembra perso.
C’è un filo invisibile che lega Brancaccio a Casal di Principe, la Sicilia alla Campania, la mafia alla camorra, due preti al loro popolo. Quel filo si tende tra i palchi di Di Domenico e la Grasta, e attraversa lo spettatore come una domanda che brucia: “E tu, da che parte stai?”.
Alla fine resta l’odore di ferro e di pioggia, la sensazione che il teatro vero non si limita a raccontare la realtà, ma la fa sanguinare, la costringe a parlare. Perché la memoria non serve a consolare. E in queste due storie disturbanti, dolorose, luminose, c’è forse il senso più alto del teatro: non rappresentare, ma resistere.
Due preti, due palchi, un’unica ferita ancora aperta. E un pubblico che, stavolta, non può dire di non sapere.