Nel mondo che inesorabilmente va incontro a un progressivo decadimento spirituale e umano, parlare del sacro, del divino, potrebbe quasi sembrare una condanna. Eppure, è proprio grazie ai concetti e ai pensieri più minacciati di estinzione che l’uomo riesce ancora a coltivare il seme della speranza.
Nel suo libro di viaggi dell’anima, fra arte, teologia e letteratura, Andrea Dall’Asta percorre un itinerario ricco di città antiche, di luoghi storici, accompagnato da figure che hanno generato la parte più alta della storia dell’umanità.
Il libro è una panoramica di ampio respiro sul tema del sacro, di quel luogo di ricerca del trascendente che ha sempre unito tutti gli uomini e la loro naturale condizione di ascolto per i fenomeni della vita e del cammino quotidiano.
Dall’Asta ci racconta dell’antica Grecia, dei grandi filosofi, di Platone e del bene come gradino più alto, e poi del concetto di Motore immobile (il dio aristotelico puro e incorruttibile), affrontando in seguito il senso dello spazio sacro per Israele: il Tempio, in cui si concentra tutta la vita; e delle differenze fra le religioni del vicino Oriente, in cui vi è una stretta correlazione fra tempio e cosmogonia delle origini, e Israele, dove invece la fede parla del valore di un Dio che entra nella storia: per il popolo ebraico è essenziale il concetto di alleanza Dio-popolo.
Il divino ha indossato molti volti nel corso della storia umana, nell’urbanistica: da Atene a Gerusalemme, nell’arte: da Giotto a Michelangelo, nell’architettura: dal Partenone a Santa Sofia di Costantinopoli. E per tutti i secoli che separano i confini delle diverse epoche, il sacro è sempre stato il riflesso di una profonda sete di salvezza, di recupero, di serenità, di riconquista di quel germe interiore verso cui tutti, in fondo, dovremmo tendere. Non c’è speranza per l’uomo, se si perde il dialogo con la natura più antica e più vera della storia. Attraversare il presente è possibile soltanto leggendo le parole – quasi sbiadite – del tempo rigoglioso che ci ha preceduto. L’autore ci ricorda che i luoghi sono quegli spazi di consolidamento dell’umanità e non quelle costruzioni ingannevoli che tentano di modificare la veste umana e la realtà dei nomi.
Oggi, la nostra società è sempre più ancorata nelle pozze della velocità, del sensazionalismo e della spettacolarizzazione. Dimenticando la conoscenza dei luoghi e della presenza del trascendente, l’uomo relega sé stesso alla perpetua ignoranza, alla ossessiva brutalizzazione di una esistenza vacua e rischiosa. L’umanità non ascolta più la voce del silenzio – potrà mai tornare a stringersi intorno alle voci di una concreta rinascita? Nel silenzio della riflessione si possono scorgere i residui di una grande evoluzione – forse, dell’unica vera evoluzione avvenuta – che l’essere umano si sta lasciando alle spalle per sempre.
