Abbiamo ricevuto da Federica Saini Fasanotti un racconto della sua esperienza in Etiopia. Storica militare, specialista di contro-insurrezione, per Ares ha pubblicato La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940-1946 (2006) e Colonie italiane in Africa. Una storia di guerra (2026). Qui racconta il viaggio che compì per il suo primo libro sul Regio esercito in Africa Orientale: due settimane in auto tra Amhara, Tigrai e Scioa, da Debra Libanos ad Adua, dalle chiese rupestri del Gheralta a Socotà. Con un’idea che l’archivio non le aveva dato: capire perché furono mandati proprio gli alpini. Fasanotti presenterà il suo libro sulle Colonie sabato 31 ottobre alle 16 alla sala conferenze del parco esposizioni di Militalia.
Nel 1935, appositamente per la guerra d’Etiopia iniziata in quell’ottobre, venne costituita la V Divisione Alpini “Pusteria” che si distinse nella seconda battaglia del Tembien, quando nel febbraio 1936 i suoi uomini conquistarono la vetta dell’Uork Amba (Werk’amba oggi), la montagna dorata, a quota 1,891, in Tigrai. Uno dei suoi battaglioni, per questo, ne prese il nome divenendo il Battaglione alpini “Uork Amba”; che, negli anni successivi, sarebbe rimasto l’unica unità alpina in Africa Orientale, con compiti diversi: usato come scorta durante la costruzione delle infrastrutture difensive su territorio etiope, oppure protagonista di operazioni di grande polizia coloniale contro le bande di ribelli e briganti che infestavano il territorio, fino alla difesa dei massici montuosi intorno a Cheren, in Eritrea, per bloccare l’avanzata britannica verso Asmara durante la seconda Guerra Mondiale. La lotta, durata due mesi – tra il gennaio e il marzo 1941 – e davanti a forze soverchianti, portò al battaglione due medaglie d’oro al valor militare. Ai piedi di quella straordinaria montagna si trova uno dei più vasti cimiteri di guerra italiani in Africa: a Wersege, detto anche “Uarieu Pass Military Cemetery”, riposano infatti quasi 11.000 nostri caduti ignoti (In Etiopia abbiamo oltre a questo, altri tre cimiteri: due vicini, in Tigrai, ad Adigrat e Macallè, l’altro ad Addis Abeba).

Lo studio per il mio primo libro di storia militare, commissionatomi dallo Stato Maggiore dell’Esercito Italiano nel 2006, e pubblicato nel 2010, mi ha vista prima studiare per un intero anno la bibliografia completa riguardante il Regio esercito in Etiopia; poi è stato necessario che mi recassi nei vari archivi civili, ma soprattutto militari, per raccogliere la documentazione necessaria (1 milione di fotografie in due anni) e, infine, l’ultimo anno mi sono dedicata alla scrittura e alla pubblicazione del volume. Nel frattempo, per meglio apprezzare la natura del terreno in cui si erano svolte le operazioni di controguerriglia protagoniste del mio libro, sono andata sul posto (Federica Saini Fasanotti, Etiopia 1936-1940. Le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell’Esercito Italiano, USSME, Roma 2010). Molti erano i dubbi da sciogliere, le scelte non chiare sia strategiche, sia tattiche, come ad esempio perché in Etiopia fossero stati inviati proprio gli alpini.
Una volta atterrata ad Addis Abeba, durante il periodo della Pasqua copta che si celebra in primavera con cerimonie particolari nell’area di Lalibela e Axum, ho finalizzato gli ultimi preparativi per il viaggio: due settimane in macchina attraversando le regioni a nord della capitale: Amhara, Tigrai e Scioa. Per i più questi nomi probabilmente dicono assai poco, ma per chiunque si sia occupato di Africa Orientale Italiana, rappresentano un intero universo, il cuore della nostra storia coloniale. Se la capitale – situata a quasi 2.500 metri su un altopiano circondato da montagne imponenti – mi colpì allora per le sue contraddizioni, rappresentate dagli alberghi a cinque stelle di impronta occidentale e frequentati da clienti internazionali al netto di quartieri fatiscenti senza strade asfaltate, non appena uscimmo dai suoi confini il panorama iniziò a mutare drasticamente. Le strade iniziarono a farsi più strette, il paesaggio a rarefarsi, come l’aria, mentre attraversavamo villaggi composti unicamente da tucul, le tipiche capanne circolari con tetti conici di paglia, argilla e sterco di vacca. Gli stessi che tante volte avevo visto nelle fotografie in bianco e nero originarie degli anni Trenta del secolo scorso.
Il primo stop fu a Debra Libanos, il santuario copto, divenuto meta di pellegrinaggio di fedeli e curiosi da tutto il mondo. In quel luogo, nel maggio 1937 il generale Rodolfo Graziani, in seguito all’attentato di cui fu vittima nel febbraio precedente, diede ordine di uccidere 297 monaci e 23 laici, senza un processo, per aver forse ospitato i due attentatori di origine eritrea. L’edificio è immerso nel verde e si respira un’aria particolare, quasi fosse sospeso nel tempo. Capii subito che sarebbe stato un viaggio diverso. Più ci inoltravamo nel cuore del Paese, macinando chilometri e chilometri di strade – spesso sconnesse e accidentate – più mi tornavano alla mente i telegrammi dei comandi italiani che lì avevano operato, i nomi dei luoghi, delle tribù. I visi delle persone che incontravo lungo la strada erano gli stessi, e tutti mi sorridevano. Debra Libanos, Dessìè, Lalibela e, infine, Mai Ceu, a quasi 2.500 metri dietro cui riposa l’altura scoscesa su cui si combatté l’ultima delle battaglie della guerra italo-etiopica del 1935-1936, posizionato tra l’Amba Aradam e il lago Ascianghi. Laggiù la terra etiope si apre in vasti altopiani, verdi e rigogliosi, su cui stagliano massici di roccia come pinnacoli. Distanze infinite, cielo, foresta e aria tersa che sa di legna.
Osservandolo ho iniziato a capire perché gli alpini. Salendo verso nord siamo arrivati ai piedi del massiccio del Gheralta. Soffro di vertigini: l’ho scoperto a vent’anni sulla cresta del vulcano Batur, a Bali. Ma su una delle guglie del Gheralta, come spesso capita su queste montagne etiopi, c’è una chiesa rupestre. Volevo visitarla e ci ho provato. Una delle emozioni più intense della mia vita, perché per capire che cosa ho sentito, tanto da star male, bisogna andarci, e provare a inerpicarsi come stambecchi fra quelle rocce frastagliate, in arenaria del colore della ruggine, con le aquile che ti volano sopra la testa, mentre sei a quota 2.700, senza casco, imbragature, corde e moschettoni. I monaci vivono lassù e i locali sono soliti portar loro cibo e tutto ciò di cui hanno bisogno a piedi, spesso scalzi. In molti di loro mi hanno passata mentre cercavo di non svenire. In quel momento ho capito le parole dei comandanti italiani quando definivano le truppe metropolitane “una palla al piede” rispetto a quelle eritree, somale, etiopi e libiche. Io lo sarei stata certamente. E poi su, ancora su, fino ad Adigrat, Adua e Axum. Adua è il luogo della grande disfatta italiana della prima guerra d’Etiopia. In questo luogo vicino all’Eritrea, il 1° marzo 1896, 17.000 soldati italiani guidati dal generale Oreste Baratieri vennero sterminati dai 100.000 uomini di Menelik II. Oltre al monumento equestre del re etiope, c’è una lapide, in italiano: una croce con inciso “1896 Adua. Non dobbiamo dimenticarti”. Non si sa in quanti siano sepolti sotto di essa.

E ancora, dai picchi di 4.000 metri dei monti Semien fino a Socotà, nella regione del Lasta, dove si svolsero – tra il 1937 e il 1940 – alcune delle operazioni più dure della controguerriglia italiana contro il degiac Hailù Chebbedè. Socotà, detta oggi Sekota, è una cittadina della regione Amhara, anch’essa si stende come un polipo a quota 2.200, circondata da impervie montagne, ed è attraversata da una strada principale che fa pensare al Far West. Lì ho assistito ad una scena che ancora ricordo con emozione. Ci eravamo fermati, quando iniziammo a sentire il suono ripetitivo di oggetti a terra. Di lontano un’enorme massa di persone si stava avvicinando, percorrendo l’arteria principale della città. La nostra guida ci disse di salire sul tetto della macchina, di non muoverci, di non fiatare, di non fare fotografie. Il suono aumentava, così come la percussione nel petto, fino a quando fui in grado di vederli, di guardarli negli occhi cerchiati di kajal nero. Migliaia di uomini in t-shirt con in mano picche, lance, mazze, scudi che al ritmo delle loro voci pestavano a terra, in una sorta di processione improvvisata quanto ipnotica. Una marea umana che si perdeva a vista d’occhio. Non dimenticherò mai i loro sguardi, così intensi, così fieri. Ero davanti a guerrieri, quegli stessi che settant’anni prima avevamo combattuto cercando di appropriarci della loro terra. Osservandoli mentre passavano oltre la nostra jeep, senza distogliere i loro occhi dai nostri, ho avuto la certezza che non avremmo mai potuto vincere. Roma si era sbagliata. Mussolini non aveva capito chi avesse davanti. A me quel giorno fu chiaro.