Quale perversa, aggressiva tensione accomuna il tredicenne di Bergamo che colpisce a coltellate la sua insegnante, il filippino che si sente ferito nell’orgoglio da un involontario spintone ricevuto da un passeggero su un autobus romano, il diciassettenne di Pescara che stava progettando una strage in stile campus americano? E ancora, il ricompattarsi dell’ideologia rivoluzionaria dei residui di Askatasuma con il neobolscevismo di Ilaria Salis, salvata da un afflato di pietosa umanità, la quale va, poverina, a tentare di salvare Cuba piombata nel vuoto del fallito utopismo castrista? E quindi l’irrefrenato bellicismo su Gaza, le reiterate minacce di Hamas, l’indomito orgoglio scita degli ayatollah iraniani, il tragico stallo guerreggiato tra Putin e Zelenskyj, la guerra preventiva di Trump e Netanyahu? Che cosa, dunque, accomuna tutto ciò con un 25 aprile 1945 ormai consumato insieme alla sua retorica resistenziale, ci domandiamo.
Increduli che potesse accadere dopo il fascismo, abbiamo visto che una certa ben individuabile cultura post-comunista, che andava dall’Anpi a Bertinotti e toccava il candido Massimo D’Alema figlio di papà, si era nel frattempo estesa come una nebbia impregnando due generazioni di scrittori e giornalisti, quella del post Sessantotto e quella del post Anni di Piombo, anche se frenate nell’arrembaggio del Palazzo d’Inverno da Bettino Craxi e da Silvio Berlusconi, due liberals occidentali aperti al dialogo ma lontani da riesumazioni ideologiche, quindi sordi ai richiami e ai programmi di quel treno che intendeva partire sempre dal significato politico di Benito e Claretta appesi a testa in già a Piazzale Loreto di Milano.
Nell’immediato dopoguerra, Pio XII, De Gasperi, Togliatti e il presidente Usa Truman, uniti in quella idea di Occidente nato sui valori della civiltà greco-latina, che avrebbe inglobato anche quelle ebraica e dell’Islam, avevano riconosciuto nel dialogo e nel confronto reciproco i presupposti della necessaria pacificazione. Ma il bolscevismo sovietico e le sue frange, quelle superstiti del komintern, continuavano invece a lavorare sulla linea post trotskista della “rivoluzione permanente”, un approccio certo affascinante e idealistico, ma che manteneva vivi i conflitti, i cui richiami venivano rinverditi ogni 25 aprile nel corso di questi ottant’anni.
Culminate nella sommossa scatenata nel 1960 a Reggio Emilia e a Genova contro il governo Tambroni retto dall’appoggio esterno del Msi di Almirante, le forme dell’opposizione si sono consolidate in una sorta di koinè fatta di linguaggi e posture, come se fosse questo lo stigma interpretativo di un pensiero unico e trasversalmente riconoscibile, uno status quo che investe il pensiero e la ragione e fossilizza al ribasso le forme della comunicazione e del dibattito politico. Questa pazienza rabbiosa, che connota la scrittura politica dell’opposizione permanente, si avverte oggi come fosse il terreno di coltura che impregna dei suoi modi espressivi la società e vi si trasferisce con inavvertiti intenti ammaestrativi, così da comprovare suo malgrado che ogni azione violenta del singolo nasce da un condizionamento interiore che la diffusa litigiosità alimenta.
È il pascolo dello scontento che cerca sfogo. Certo sono necessarie la critica e l’opposizione, ma ai segni ingannevoli e strumentali oggi non abbocca più nessuno; senza mai dimenticare che oltre il quaranta per cento dei votanti guarda, ascolta, giudica e, pericolosamente, tace. Ignorare l’intento della riconciliazione che ispirava i Padri costituenti è il vero tradimento che parte della politica e della magistratura stanno operando, senza avvertire il discredito che ne consegue. E se la tempesta che avvertiamo si manifesta nelle cose perché essa è dentro di noi, non basteranno le leggi di qualsiasi governo a placarla. Dunque a questo punto prima di guardare cosa vediamo affacciandoci alla finestra, dobbiamo prendere atto dello scompiglio che abbiamo in casa nostra. Ma questo è l’ostacolo, perché continuiamo a coltivare la reciproca negazione delle rispettive nefandezze; al mea culpa non siamo più da un pezzo abituati, e tentiamo ancora di nasconderle; oggi non è più possibile. Ma su questa illusione noi continuiamo a galleggiare.