Altro che assenza della critica letteraria. Sfogliando i giornali ci si sorprende per i continui progressi della pubblicità libraria che esalta romanzi appena usciti come capolavori. Le recensioni servono soltanto a fare pubblicità. Un solo esempio. “La bellezza di questo libro odoroso, libero, sollevante”. Non basta e un altro aggiunge: “Commovente, comico, vitale, irriverente, dalla scrittura magistrale”. In conclusione, altro recensore, stesso libro: “Che spasso, quanta musica, chiamatela musa, chiamatela ispirazione”. No, chiamatela pubblicità. E si può anche fare a meno di aprire un libro di cui non ricordo né titolo né autore.
Sono considerazioni di Alfonso Berardinelli, che mi hanno molto divertito e mi trovano appassionatamente d’accordo. Ho da poco vissuto un periodo di astinenza dalla letteratura, una forma di depressione (non riuscivo a leggere una pagina, dieci righe di seguito) e so che cosa vuol dire far pace con il mestiere di critico, mestiere che non è strombazzare entusiasmi piramidali, ma fare i conti con la pagina, con la prosa, con la costruzione del testo, con la meraviglia di rappresentare vicende e sentimenti nuovi, fare i conti con un messaggio non altrimenti esprimibile se non con la scrittura cui si è voluto affidarlo.
Da questa fase di fastidio e astinenza esco solo ora con una gran voglia di cercare il buono nelle pagine che leggo, di segnalare la freschezza di un autore, di ammirare lo stile quando c’è e così consigliare i miei lettori per il meglio. Purtroppo il profluvio di libri stampati che si rovescia sui banchi dei librai consente raramente di gridare «eureka» per un nuovo scrittore che viene alla luce. Pazienza. Continueremo in queste nostre letture a proporre assaggi del meglio che ci è accaduto di leggere, come anche in passato abbiamo cercato di fare, senza illuderci che tutto il meglio possa finire nello spazio di una rubrica mensile, ma ignorando del tutto la massa di libri che si fregiano già in partenza – chiamandosi fuori dalla letteratura di consumo – della fascetta di capolavoro, oppure debuttano tra un coro orchestrato di giudizi tronfi e bugiardi.
I taccuini della Bignardi
Ho aperto Nostra solitudine di Daria Bignardi (Mondadori, pp. 164, € 19) con molte attese e una forte curiosità. Conoscevo l’autrice come intervistatrice (e poi dirigente) in televisione e in seguito per i romanzi, a partire dal lontano Non vi lascerò orfani e L’acustica perfetta fino ai più recenti Storia della mia ansia e Oggi faccio azzurro, testi in cui le situazioni psicologiche e le relazioni familiari o amorose venivano indagate con bella penetrazione. Ma da anni Bignardi scrive anche su riviste settimanali, di tutto un po’, con giornalistica autorevolezza e facilità.

Questo nuovo libro è composito e giornalistico, appunto, ma la psicologia vi figura solo di sbieco. In pratica si tratta del diario di bordo di 3-4 anni tenuto da una signora molto addentro alle missioni umanitarie e all’attività di Ong e Onlus in varie parti del mondo, specialmente in Africa e, per i giorni più vicini a noi, durante il terribile conflitto israelo-palestinese. La psicologia della signora che scrive – incredibilmente condizionata e dipendente da chat e social network – qui riceve spazio solo per la relazione col suo “psi” (vezzo milanese a indicare lo psichiatra da cui è in cura). Tutto il resto è fatto da incontri con scrittrici, ex carcerati, viaggi con medici italiani in Africa ed esperienze con operatrici impegnate nella cura o nell’accudimento di bambini, malati, ex prigionieri ecc.
Tutte cose lodevolissime, per carità. Ma il libro soffre di una cronica episodicità, in pratica è fatto di foglietti di diario in cui viaggi e incontri vengono riferiti in modo nemmeno troppo avvincente. Le pagine in cui si fa questione di solitudine, la solitudine cronica delle nostre esistenze, non sono molte e neppure chiarissime. Resta nella mente solo una piccola frase:
«Chi è felice nella solitudine o è una bestia selvaggia o un dio, diceva Aristotele. Bestia selvaggia mi ci sento spesso, dio mai».
Malbianco di Desiati
Di Henry James o Guy de Maupassant non ne nasce uno alla settimana. Ecco cosa ho esclamato tra me e me quando ho tentato di raccogliere le mie impressioni sul nuovo libro di Mario Desiati, Malbianco (Einaudi, pp. 390, € 22). Ricorderete che avevamo salutato con sicuro interesse Spatriati, il romanzo precedente con cui Desiati meritò lo Strega nel 2022. Qui è la struttura del lavoro, la sua concezione stessa a lasciare perplessi. E le nove pagine di riferimenti testuali e debiti concettuali contenute alla fine del volume (a proposito, questa dei debiti testuali a fine libro sta diventando una moda torrentizia) la dicono lunga. La fatica di Desiati è un’impresa da monomaniaci che difficilmente si riesce a condividere con gusto, perché chiude in sé una fissazione un po’ malata.

La storia è quella di un quarantenne pugliese di Locorotondo, Marco Petrovici, e della sua lunghissima e titanica fatica per appropriarsi di un albero genealogico attendibile e documentato, e poter quindi finalmente vivere a suo agio nella propria pelle e nella propria vita. Capisco che può sembrare sbrigativo riassumere in tre righe un libro di quasi quattrocento pagine, ma questo rilievo di fondo intende solo criticare la paradossalità dell’operazione e la conseguente pesantezza di questa interminabile fuga all’indietro.
Certo, dopo aver bollato come eccessiva e oppugnabile l’indagine à rebours su cui cammina l’intero libro corre l’obbligo di aggiungere che lo scrittore vero comunque c’è, e si lascia ammirare nei singoli episodi, negli slarghi narrativi in cui sono evocati l’infanzia e gli anni giovanili in Puglia o le successive esperienze di lavoro prima in giro per l’Europa poi definitivamente a Berlino. Ma per questa ultima parte avevamo già visto fruttuosamente all’opera il Desiati nel romanzo precedente.
«Chi sono davvero i Petrovici? Da dove arrivano? E cosa c’entra con loro un’antica ninna nanna yiddish che inconsapevolmente si tramandano da quasi cent’anni?». Questo interrogativo, contenuto nella bandella editoriale, meritava, nella stesura del libro, una risposta meno plumbea e meno ossessiva.
Bajani e la famiglia
La simpatia e l’interesse con cui da sempre seguo l’operosità letteraria di Andrea Bajani sono noti ai lettori di questa rubrica. E oggi voglio segnalare il suo ultimo romanzo, L’anniversario, pubblicato con successo da Feltrinelli (2025, pp.128, € 16). È la storia di un divorzio dalla propria famiglia, di un ripudio graduale ma definitivo dei propri genitori, narrata con uno stile impeccabile, senza grida e senza fremiti, ma secondo la metrica segreta del furore. Un libro che richiede tenacia e ostinazione al lettore, il quale può essere tentato più di una volta di abbandonare la lettura, tale è la violenza, seppur contenuta, del procedimento autoriale.

«Dieci anni fa, quel giorno, ho visto i miei genitori per l’ultima volta. Da allora ho cambiato numero di telefono, casa, continente, ho tirato su un muro inespugnabile, ho messo un oceano di mezzo. Sono stati i dieci anni migliori della mia vita». Potrebbe essere (anzi, lo è certamente) l’incipit di un verdetto di condanna, l’inizio disarmante di una fuga per mettersi in salvo, per consentire all’io più profondo di crescere, espandere e riprodursi altrove, lontano, in un irraggiungibile di là.
«L’anniversario è prima di tutto un romanzo di liberazione, che scardina e smaschera il totalitarismo della famiglia» – così le notazioni editoriali sul risvolto di copertina – «Ci ferisce con la sua onestà, ci disarma con il suo candore, ci mette a nudo con la sua verità. È lo schiaffo ricevuto appena nati: grazie a quel dolore respiriamo».
Letterariamente, direi che L’anniversario porta innanzi la partita a scacchi che Bajani aveva inaugurato con il suo Libro delle case (2021). Una partita a scacchi giocata dall’alto, con nessuno spreco di emozioni o di sentimenti, algida (l’esatto contrario di quel che è lo scrittore, come sanno i lettori delle sue poesie). E da questo punto di vista tutta l’impresa de L’anniversario potrebbe apparire come l’addestramento muscolare per uno che si accinge a vivere, perché così ha deciso, nel vuoto di una navicella spaziale.