È spirata domenica 8 marzo Curzia Ferrari, nata a Milano nel 1929, scrittrice e giornalista di iridescente profilo culturale: poetessa, narratrice, saggista, critica letteraria, studiosa di arti figurative, slavista. La sua lunga e feconda carriera letteraria, sviluppatasi in parallelo alle molteplici collaborazioni con quotidiani, periodici ed emittenti radiotelevisive, è sempre stata sorretta da una concezione intimamente religiosa della scrittura, vissuta – ipsa dixit – come «specchio metafisico in cui è riprodotta la realtà». Copiosa, polimorfa, improntata a una visione di taglio in prevalenza autobiografico-esistenziale, pervasa da passioni e sentimenti sottomessi al controllo di un lucido ordine compositivo, la sua opera poetica è stata integralmente raccolta e criticamente sistemata, a cura di Vincenzo Guarracino, in Le stagioni della lucertola (Aragno, 2022). Nel campo della narrativa hanno lasciato un’impronta durevole il romanzo A fuochi spenti nel buio (Camunia, 2004) e i racconti di Incidente di nudità (OGE, 2009). La sua competenza di russista ha prodotto traduzioni da Puškin, Sosnòra, Esenin e ha ispirato tre «interviste impossibili» a Marina Cvetaeva, Anna Achmàtova e Mat’ Marija Skobzova (Voglio uno specchio!, Corsiero, 2015). Della sua attività di storica e critica d’arte è testimonianza suggestiva Donne e Madonne. Le sacre maternità di Giovanni Bellini (Àncora, 2000). Alla «fede tormentata» di Salvatore Quasimodo, al quale fu legata sentimentalmente in età giovanile, ha dedicato nel 2008 un intenso saggio “confessionale” edito anch’esso da Àncora, Dio del silenzio, apri la solitudine.

Curzia Ferrari nel 2013. Foto di Piero Lotito

Le biografie di santi e lo stile empatico

A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, Curzia Ferrari ha cominciato a cimentarsi nell’impresa di ripercorrere le vicende umane e sovrumane di santi e sante che abbracciarono la croce di Cristo dopo un’esperienza folgorante di conversione, di trasfigurazione, di trapasso dall’immanenza alla trascendenza: ancora nel mondo ma non più del mondo, secondo lo spirito del Vangelo di Giovanni e della Lettera a Diogneto. Occorre precisare, tuttavia, che le rivisitazioni delle vite di Rita da Cascia (1988), Innocenzo da Berzo (1993), Angela Merici (1998), Ignazio di Loyola (2001), Francesco d’Assisi riflesso nello specchio del suo «mondo femminile» (2003) e Margherita da Cortona (2005) non corrispondono al paradigma dell’agiografia tradizionale.

La scrittrice milanese, infatti, ha plasmato in un ampio arco di tempo, occupandosi anche di figure laiche (Majakovskij, Gorkij, Isadora Duncan), un suo peculiare stile biografico definito da Pietro Gibellini “empatico” e “mimetico”: un’equilibrata miscela di documentazione storica, analisi antropologica e introspezione psicologica, non senza un margine concesso, in assenza di dati oggettivi, alla verosimiglianza dell’immaginazione narrativa.

Un’amicizia nata da un patto editoriale

Sotto la superficie di questo “lemma” bio-bibliografico si estende, visibile solo allo sguardo di chi lo ha stilato, un ipogeo pieno di episodi, aneddoti, ricordi indissolubilmente legati, nel segno di una indelebile gratitudine, al quarto di secolo attraversato dalla nostra fervida amicizia: un vincolo di sodalità e solidarietà capace di approfondire e vivificare, attraverso ripetuti incontri, un rapporto originato da un patto editoriale. Curzia, infatti, entrò per la prima volta nella mia vita professionale quando, nel 2001, ebbi il privilegio di pubblicare, come responsabile del settore letterario delle Edizioni San Paolo, un vertice della sua saggistica biografico-spirituale: Il cavaliere nero. Il romanzo di Ignazio di Loyola.

Da allora iniziò a espandersi una rete di significative collaborazioni e interazioni: le presentazioni di libri soprattutto suoi (ricordo con particolare piacere la silloge di racconti che mi offrì per la piccola casa editrice OGE nel 2009) e in parte miei; le puntuali, intelligenti, generose recensioni dedicate dal suo acume critico alla mia produzione poetica; le fruttuose conversazioni su temi di arte e letteratura nel suo salotto coincidente con una doviziosa biblioteca e con una prestigiosa pinacoteca privata, presenti e dialoganti personaggi di spicco della cultura milanese come Cesare Cavalleri, Raffaele Crovi, Giuseppe Bonura, Giuseppe Pederiali, Giovanna Spendel, tutti attirati dal suo fascino intellettuale, durante pomeriggi orchestrati dalla padrona di casa con amabile, “maieutica” ospitalità venata a tratti di sottile ironia.

Parecchi altri scandagli memoriali sarebbero possibili, sollecitati da un sentimento di cordoglio (nell’accezione letterale dell’etimologia: “dolore del cuore”) che perdura a distanza di ormai diversi giorni dalla scomparsa di Curzia, avvenuta due mesi dopo una mia ultima, malinconica visita nel suo appartamento di via Martinetti. Ma più eloquenti di ogni mia parola risulteranno, nel delineare in sintesi conclusiva la sua personalità, alcune delle innumerevoli parole scritte dalla stessa Curzia. Sul filo della nostalgia ho scelto in particolare queste, vergate sul frontespizio di una copia a me destinata de I giorni di Jacques (Edizioni Ares, 2019), una sua vibrante inchiesta sulla conversione di un giovane assassino francese condannato alla ghigliottina ma “candidato agli altari”:

Al carissimo Marco, per la sintonia di spirito che da tempo ci lega, con amicizia affettuosa.