Esiste un’area minoritaria nell’universo islamico che guarda con sospetto verso il mondo occidentale. Prima di capirne doverosamente le profonde ragioni, ne vanno sottolineate le contraddizioni. Basta aprire YouTube e clikkare sugli innumerevoli documentari che raccontano per immagini la realtà di quei mondi, per accorgersi che la tecnologia sviluppatasi in Europa, dalla Rivoluzione industriale, 1835, con la prima locomotiva a vapore a Norimberga, fino all’avvento della plastica, realizzata da Giulio Natta, premio Nobel 1962, ha migliorato e modernizzato lo sviluppo dell’Africa e del Medio Oriente fedele al Corano, avvalendosi della ferrovia, dell’elettricità, del motore a scoppio, della radio, del telefono, dell’aereo, della sanità, pizza e birra comprese, eccetera, senza aver fatto nulla per pretenderne primogeniture. È stato il lato positivo del colonialismo. Non era conveniente rifiutarlo, ma a esso doveva contrapporsi un’idea affermativa della propria identità; in sintesi: da Gandhy al fondamentalismo nazionalistico che ha fatto nascere Hamas.
La realizzazione di Israele con la forza delle armi, dopo duemila anni, agli occhi dell’Islam ha significato il preponderante dominio dell’Occidente in un’area del mondo che voleva fare propria in forma esclusiva, alimentandosi della sola forza unitaria a disposizione, l’Islamismo, perché tutto il resto del suo potere generava da una elargizione dello stesso Occidente che osteggiava. Il fatto è che nemmeno Israele e gli ebrei della Diaspora hanno fatto le cose occorse nel mondo dal 1835 al 1962, ma hanno saputo svilupparle. Pensate che se i napoletani hanno inventato il passato di pomodoro per la pizza, il ketchup Heinz ne fu la copia, fatta da una massaia che era arrivata in America da una shtetl mittel-europea. Se dopo ottant’anni da quelle parti sono ancora fermi alla ragione delle armi, ogni ipotesi conciliativa è inattendibile, vincere e non convincere è un risultato, non la soluzione. Perché oggi assistiamo all’avvento di una vasta Ideologia della Rivalsa che ha costituito una piattaforma trasversale nella quale si riconoscono tutti gli ex terzomondisti, quindi anche la sinistra europea e italiana in particolare, perciò vediamo la bandiera palestinese sventolare accanto a quella italiana nei cortei, politici o di opinione.
Allo stato delle cose, è uno stallo con effetto confusione, mentre le guerre locali continuano. È evidente che le ragioni sulle quali si discuteva fino a ieri non valgono più. Bisogna cominciare da capo e cercare di comprendere le ragioni degli altri. Se due popoli vogliono la stessa cosa nello stesso posto combattendosi, o uno distrugge l’altro oppure sono obbligati ad accordarsi. Le hanno provate tutte, ma le macerie di Gaza sono il fallimento di Israele. Il 7 Ottobre vale per Israele diversamente da come viene inteso dai palestinesi di Hamas. I sogni sono finiti, delenda Gaza o delenda Israele non è una strategia ancora perseguibile, e anziché parlare ancora astrattamente di due popoli e due Stati andrebbe pensata una democrazia israelo-palestinese in un Parlamento comune, sotto l’egida di una costituzione laica rispettosa delle diversità. Le ragioni degli altri non vanno mai sottovalutate, ce lo insegnava alla fine dell’Ottocento la Rerum Novarum, che comprese invece di rifiutare.
Solo il riconoscimento dei diritti dell’altro può pretendere il pari riconoscimento dei propri e affermarli a casa sua, ai quali va data obbedienza, perché non sempre e non tutti gli elementi sono compatibili in un processo di integrazione, le omogeneizzazioni dei contrari non sono né un’ipotesi né una politica perseguibili, ma è ciò che si è tentato di imporre in nome della democrazia – complice la falsa liberalità del pensiero woke che tanto affascina la sinistra –, che quasi sempre è più maggioritaria che totalizzante, generando automaticamente l’area minoritaria dello scontento.
È una sentenza oggi compresa in Occidente, quella di riconoscere agli altri ciò che vorresti fosse riconosciuto a te, ma evidentemente ciò che accade in Medioriente è ancora pre-storico, pre-Costantino, pre-cristiano, perché se l’Occidente riconosce legittimo Israele, dovrebbe riconoscere altrettanto legittima Palestina, che però non ha mai goduto un eventuale passepartout né da parte dell’Impero Ottomano né dai successivi anglo-francesi fintanto che erano i padrini del canale di Suez. E oggi la memoria della tragedia della Shoah non è più un asso spendibile su quel piatto.