Per celebrare la memoria liturgica di san Giovanni Paolo II, pubblichiamo dal nostro archivio il luminoso editoriale con cui Cesare Cavalleri, storico direttore delle Edizioni Ares e di Studi Cattolici, salutò l’elezione al soglio di Pietro del pontefice polacco. L’editoriale è tratto dal n.212 di Studi Cattolici, uscito nell’ottobre del 1978, poco dopo l’elezione di Papa Giovanni Paolo II.
Domine, Domine noster, quam admirabile est nomen tuum in universa terra! (Sal 8, 2). Soltanto le parole di Davide possono esprimere il sentimento di adorazione e di ringraziamento che ha scosso la Chiesa, e il mondo con la Chiesa, all’annuncio del nome del nuovo Papa, scelto dal Conclave con tangibile impulso dello Spirito Santo.

Cesare Cavalleri con Giovanni Paolo II
Il cuore era ancora stretto per la morte di Papa Giovanni Paolo I. La speranza, virtù difficile, s’era fatta impervia, e nel veder sottratto al suo popolo un supremo Pastore così immediatamente amato, sembrava di scorgere un disegno di rigorosa giustizia nei confronti dei nostri peccati. Ci eravamo così abituati e in così breve tempo ad amare Papa Luciani che, all’annuncio della sua scomparsa, era sembrato che il cuore, come per un istinto di difesa dal soffrire, si chiudesse quasi non volendo consolazione. La delusione, lo scoramento dei discepoli di Emmaus – dobbiamo confessarlo – erano entrati anche in molti di noi.
Invece, come in quella sera lungo la strada che da Gerusalemme conduceva al villaggio, Cristo ci camminava al fianco. Lo abbiamo riconosciuto quando il cardinale Felici ha proclamato il nome deìl’eminentissimum ac reverendissimum … cardinalem … Carolum Wojtyla. Allora si è misurata la distanza tra la fantasia dello Spirito e le meschine congetture umane, si è visto che ciò che sembrava prematuro o troppo audace era invece esattamente quello che il Signore ci voleva dare.

Che cosa abbiamo scoperto alle 18,45 di lunedì 16 ottobre 1978? Abbiamo scoperto la figura e la statura del Papa purificata da ogni residuo di qualunque pur comprensibile abitudine. Abbiamo capito – ma con inusitata chiarezza, e questa è la novità – che in Giovanni Paolo I, come in tutti i suoi predecessori fino a Pietro, abbiamo sempre amato il Papa in quanto Papa, e che qualunque altro nome avesse pronunciato il Cardinal Felici, l’avremmo amato lo stesso. Ma questa scoperta la dobbiamo — ed è fonte di commozione — a un Papa concreto, che risponde al nome di Giovanni Paolo II, già Cardinal Karol Wojtyla. Allora abbiamo compreso che in lui, nella sua persona, continuava anche l’amore per Giovanni Paolo I, perché riconoscibilissimo, dietro la cangiante fisionomia dei suoi vicari, permane il volto di Cristo. Fin dalle prime, emozionanti parole italiane del Papa non italiano, abbiamo avuto un segno tangibile dell’universalità della Chiesa, del mistero della sua unità. Ci siamo resi conto, di fronte alla grandiosità dei disegni divini, che ci veniva improvvisamente richiesto un supplemento di fede, un adeguamento del nostro corto intelletto alla dimensione che Cristo ha assegnato al suo Corpo Mistico. Come a Giobbe, che al cospetto della manifestazione della potenza divina percepisce che tutto è polvere e minuzia, perfino il suo dolore che gli appariva immane, anche a noi è venuto spontaneo confessare: «Comprendo che puoi tutto e che nessuna cosa è impossibile per te. Chi è colui che, senza aver scienza, può oscurare il tuo consiglio? Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo, io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono» (Gb 42, 2-5). In un’intervista concessa alla nostra rivista nel 1972 (cfr SC n. 134) il card. Wojtyla affermava che non è legittimo parlare di crisi d’identità del sacerdote né di crisi di identità della Chiesa, come al tempo del III Sinodo era di moda in certi circoli forse ecclesiastici ma non ecclesiali: «Le crisi casomai sono individuali – sosteneva l’arcivescovo di Cracovia –; e qui ritorniamo al problema della fede e della spiritualità. La fede è una grazia soprannaturale che si sviluppa nelle circostanze più svariate e contraddittorie. Ora, poiché l’incremento del progresso materiale porta con sé forti tensioni nella vita spirituale, ritengo che si debba sottolineare che la loro risoluzione radicale dipende da un incremento proporzionale della vita di fede». Questo è il linguaggio dell’uomo spirituale, degno di ricevere la chiamata di Cristo a confermare nella fede i suoi fratelli (cfr Lc 22,32).
Giovanni Paolo I, nel suo brevissimo ma determinante pontificato, aveva aperto la strada. Dove? Nei nostri cuori. E c’è un altro legame di struggente continuità fra i due Papi dal doppio nome: la tenerezza con cui entrambi si sono rivolti alla Madonna. Papa Giovanni Paolo I la invocava con la semplicità di un fanciullo, in una testimonianza che non poteva lasciare indifferenti neppure gli animi più aridi o disincantati; Giovanni Paolo II proviene da una nazione tra le più mariane del mondo, illuminata dalla Madonna di Czestochowa che è il centro della Polonia cattolica. Fin dalla prima, breve allocuzione alla sterminata folla accorsa in piazza San Pietro, il nuovo vescovo di Roma ha voluto esprimere per due volte consecutive la “fiducia totale” nella Madre di Cristo. È a Lei che affidiamo anche la nostra preghiera per il Papa e per tutta la Chiesa, una, santa, cattolica, apostolica e romana.