Batman è una delle figure più emblematiche della cultura popolare. Protagonista di albi a fumetti, film, serie animate e videogiochi, il Cavaliere oscuro ha contribuito a creare attorno a sé una mitologia che lo ha reso uno dei personaggi più rappresentativi di sempre e un’iconografia indelebile: il mantello nero, la maschera, il simbolo del pipistrello proiettato nei cieli nuvolosi di Gotham, sono tutte icone che hanno contribuito alla sua immortalità.

Eppure, quello che ha reso Batman così iconico non sono le maschere o le innumerevoli reinterpretazioni che lo hanno avuto come centro sin dalla sua creazione otto decenni fa, bensì il profondo dramma morale e spirituale che egli vive ogni giorno. Batman è un uomo ferito, che lotta contro il male non solo nel mondo ma anche dentro di sé. Egli non è un eroe positivo, senza macchia e senza paura, ma un uomo che ha scelto la notte come compagna e che ha trasformato il suo dolore in una missione. In lui convivono la vendetta e la giustizia, la paura e la virtù, la sofferenza e l’espiazione.

Elementi che ne fanno un personaggio estremamente tormentato, e per questo estremamente umano.

Alla luce di ciò non è assurdo vedere nelle sue vicende dei rimandi alla teologia e alla morale del cattolicesimo. Più di ogni altro eroe, Batman è immerso in un universo morale, simbolico e spirituale che riecheggia i grandi temi del cristianesimo: il peccato e l’espiazione, la penitenza e la redenzione, una lotta interiore fatta di tentazioni, cadute e ritorni alla luce. Le vicende dell’uomo-pipistrello possono essere viste come un racconto teologico, un dramma spirituale che parla di giustizia, speranza e misericordia.

Dalla vendetta alla misericordia: The Batman (2022)

Quello dell’ordine è un punto cardine della teologia cattolica. Secondo sant’Agostino, la virtù non è che un’ordinata gerarchia dell’amore, che procede da Dio verso gli uomini e da lì verso le cose materiali. Da questo ordine nasce l’etica, dal disordine e dalla distorsione di questo amore nasce il peccato, quando si ama di più l’effetto della causa. E quando ciò accade, ecco che sorge l’ira. Il film di Matt Reeves The Batman (2022) presenta un Bruce Wayne in profonda crisi spirituale. «I’m vengeance» è la dichiarazione con cui egli apre il film: il suo zelo è nobile, ma non nasce dal desiderio di giustizia, bensì da quello di rivalsa e, come ogni uomo che pone sé stesso al pari della legge divina, Batman cade nel peccato, nella superbia di credere di poter redimere il mondo attraverso la forza. Nella Summa Theologiae di san Tommaso viene fatta una fondamentale distinzione tra l’ira giusta, che porta all’indignazione verso il male e diventa strumento di giustizia, e l’ira peccaminosa, che invece sorge dal desiderio di vendetta. Nel suo grido Bruce non sta ancora difendendo il bene, ma sta solo reagendo al male. La sua ira è ancora dettata dalla volontà di vendicare l’assassinio dei genitori e non orientata alla rectitudo del bene, e ciò lo porta a combattere una lotta reale, ma ancora cieca.

Questa sete di vendetta, tuttavia, verrà messa in discussione durante il film, in particolare a causa dello scontro tra Batman e il suo antagonista: l’Enigmista, the Riddler. L’Enigmista si presenta come un contraltare del Cavaliere oscuro, un suo alter ego: anch’egli agisce in nome della giustizia, o almeno in nome di una sua visione distorta. L’Enigmista è un orfano cresciuto nella povertà che ha maturato con il tempo un feroce risentimento nei confronti della decadente élite di Gotham, che ha abbandonato i meno fortunati al loro destino. La sua giustizia, tuttavia, manca di pietas: l’Enigmista non cerca la correzione dell’anima, ma l’annientamento del nemico. Egli si presenta quale unico conoscitore e rivelatore della verità e agisce come se questa legittimasse ogni sua azione. La scena del confronto diretto tra Batman e l’Enigmista porta alla rivelazione dell’orrore: il terrorista riconosce in Batman un interlocutore morale, lo apostrofa come fratello e afferma di essersi ispirato a lui nella sua azione. È in questo momento che avviene in Bruce la presa di coscienza morale. Secondo la nozione di ordine e intenzione, se la volontà è buona ma l’atto è disordinato il frutto morale che ne deriva è inevitabilmente corrotto. Batman è mosso da giuste intenzioni, ma modalità e stato d’animo le hanno contaminate e l’Enigmista non è altro che la parodia estrema di queste intenzioni.

L’incontro con l’Enigmista segna l’inizio della conversione di Batman, che si compie appieno nella conclusione. Combattendo contro i suoi scagnozzi – che, come il Cavaliere oscuro, indossano maschere e sono spinti dalla rivalsa – Bruce passa dall’identità di vendicatore, che pretende di combattere il male imponendo la propria forza, a quella di servitore del bene, che riconosce i limiti della propria azione. È la kenosis, l’atto di svuotamento di sé dal proprio egocentrismo per diventare prono ad accogliere la volontà di Dio. L’immersione di Batman nelle strade allagate di Gotham assume i connotati di un Battesimo laico dalla quale emerge un uomo nuovo. La frase finale: «Io devo diventare più di un simbolo di paura» ribalta la professione di vendetta con cui si apriva il film, rendendo compiuto l’atto di metanoia, il riconoscimento dell’errore e la sua correzione. La rinascita di Batman è quindi un paradigma: la sua conversione imprime alla sua azione un nuovo principio ordinatore, la caritas, la dedizione di sé al bene incondizionatamente.

Cavaliere e redentore

Strettamente legata alla dimensione spirituale di Batman è la sua decisione di “non uccidere”. Un comandamento antico, consegnato da Dio a Mosè, che nel Cavaliere oscuro assume nuove sfumature. Il rifiuto dell’omicidio è anche rifiuto della superbia, del porsi come giudice ultimo. Batman sa che varcare quella soglia significherebbe perdere la propria identità morale, confondersi con il male che combatte. È la consapevolezza della fragilità dell’animo umano e della facilità con cui può essere corrotto. In un’ottica di imitatio Christi, egli sceglie di caricarsi della violenza del mondo senza rispondere con la stessa arma.

La legge divina del “non uccidere” non si limita al divieto dell’omicidio fisico, ma tutela la dignità della persona come immagine di Dio. In una vignetta significativa, Batman afferma che l’unica certezza che possiede è la sacralità della vita umana. L’assassinio dei suoi genitori ha impresso in Bruce Wayne la convinzione che la vita sia sacra in sé, al di là della colpa o dell’innocenza. Difendere questa legge naturale significa riportare l’ordine del bene nel caos del male. Come afferma san Tommaso: «Ogni essere, inquantum est ens, è buono», e Batman rifiuta di distruggere una parte dell’ordine creato. Anche i criminali peggiori meritano la possibilità di redenzione, e nella serie animata il Cavaliere oscuro si mostra spesso come guida verso la conversione.

Altro elemento cardine della sua vicenda è la notte. Nella tradizione cattolica la notte è un periodo di riflessione e di profonda introspezione. È anche il tempo della perdizione, pieno di pericoli e di insidie. È il momento in cui il male si manifesta e in cui si impara a resisterlo. Per Bruce Wayne, la notte è anche il tempo del trauma, quello dell’assassinio dei suoi genitori. Ogni sua azione è un ritorno simbolico a quel momento, un tentativo di redimerlo. Batman è il “Cavaliere oscuro” che segue un codice morale rigido: protezione degli innocenti, difesa dei deboli, giustizia divina. Questo codice lo avvicina alla dimensione monastica: come il monaco veglia con la preghiera, Batman veglia con l’azione. L’oscurità non è solo un luogo da attraversare, ma una compagna di lotta. Come i pellegrini medievali, egli intraprende ogni notte un cammino catartico, affrontando i demoni di Gotham e quelli della propria anima.

Significativa è, inoltre, la scelta di mantenere anonima la sua missione. Batman incarna la virtù cristiana del nascondimento, secondo cui il bene silenzioso è la forma più pura di virtù. Non è disprezzo del mondo, ma servizio autentico. Agisce nel silenzio perché ha compreso che la vera giustizia non ha bisogno di spettatori: solo chi accetta l’oscurità può portare luce agli altri.

Da Gotham alla città di Dio

Nella sua opera La città di Dio sant’Agostino di Ippona compie un’importante distinzione tra due comunità che convivono nel mondo umano: la città degli uomini, la Civitas terrena, fondata sull’amore di sé e dei piaceri tale da arrivare al disprezzo di Dio, e la Civitas Dei, fondata al contrario sull’amore di Dio e sul disprezzo del mondo terreno. Se quest’ultima è proiettata verso il raggiungimento di una pace celeste, la città terrena è invece dominata dal desiderio del predominio sugli altri, fondata sull’ottenimento dei beni del mondo. Queste due città non sono Stati separati, ma si intrecciano tra di loro nella storia umana. Ogni uomo vive contemporaneamente nell’una e nell’altra e sta a lui decidere da quale parte schierarsi.

Gotham può essere vista come una trasposizione della Civitas terrena: una città piagata da corruzione e violenza dove le gang e i criminali spadroneggiano nelle strade e dove l’ordine si fonda su logiche di dominio, paura e sopraffazione. «In ogni regno senza giustizia, che cos’è lo Stato se non una grande banda di ladri?», dice Agostino: Gotham è proprio questo, un regno senza giustizia, un inferno sulla terra le cui strade illuminate dai neon sono teatro ogni notte di crimini e prevaricazioni. Tuttavia, le due città convivono sovrapposte l’una sull’altra e nessuna delle due domina pienamente. Così, a Gotham la speranza non muore mai del tutto: esistono persone per bene, che desiderano riportare la giustizia. Il commissario Gordon è una di queste: un poliziotto onesto e leale costretto a lavorare in un corpo di polizia caduto totalmente preda della corruzione. Egli cerca di combattere contro il vuoto morale che imperversa in città e che sta finendo per divorarla.

Lo stesso Batman si ribella alla città terrena. La sua vigilanza è una forma di resistenza spirituale e un modo di anelare – pur in un mondo che, come una nuova Babilonia, non è più capace di distinguere tra il bene e il male – il divino anche nella perdizione del mondo terreno. Il Cavaliere oscuro è un’anima della Civitas Dei che vaga nella città terrena. La sua appartenenza alla città di Dio è dovuta al fatto che Batman ama qualcosa che trascende l’immediatezza mondana: il bene comune, la giustizia, la protezione degli innocenti. Questa sua natura porta inevitabilmente a incomprensioni e costanti contraddizioni e soprattutto ad una totale solitudine. Egli sa che non potrà mai portare Gotham ad una completa redenzione: Agostino stesso diceva che gli abitanti della città celeste non possono portare all’instaurazione del Regno di Dio, ma solo anticiparlo. Tuttavia, non può impedire che la città si dimentichi che esiste una possibilità di redenzione. La sua perseveranza in una città corrotta ha valore escatologico simbolico: non promette un trionfo terreno, ma mantiene viva la memoria e la speranza di un bene possibile.

Il Joker, il tentatore

Nelle strade di Gotham agisce però un altro attore, il quale segue una missione opposta. Tra i nemici di Batman il Joker ricopre un posto speciale: è il più noto tra loro, il più riconoscibile e amato, e per certi versi costituisce una sua antitesi. Batman incarna disciplina e ordine, alla costante ricerca del bene e pone alla sua azione degli importanti limiti, riconoscendosi quindi come strumento di una giustizia più alta. Il Joker, al contrario, è l’emblema della perdizione. Non solo rappresenta il disordine, ma vuole far trionfare il caos: egli rappresenta la dissoluzione di ogni ordine morale e, per farlo, egli non distrugge, ma tenta. Il suo obiettivo è mantenere Gotham nel peccato attraverso l’inganno, la menzogna e la follia. Secondo la filosofia agostiniana il male non ha sostanza propria, ma è una semplice assenza del bene. Il Joker costituisce l’incarnazione di questa assenza: egli non crea o distrugge, ma deforma e cerca di corrodere l’ordine del mondo. Come il diavolo, il Joker è un tentatore che cerca di dimostrare come sia sufficiente “una giornata storta” per far abbracciare il male anche alla figura più incorruttibile.

Per meglio dimostrare questa natura del Joker come tentatore si possono analizzare due esempi: ne Il Cavaliere oscuro (2008) egli mette nel mirino l’integerrimo procuratore distrettuale di Gotham, Harvey Dent, che molti in città vedono come un possibile redentore che possa combattere alla luce la battaglia che Batman sta conducendo nell’ombra. Sarà però proprio questa onestà a rendere Dent vulnerabile alla tentazione. Il Joker individua in lui la chiave per far crollare Gotham: non vuole ucciderlo, ma corromperlo. Lo priva di ciò che ama, lo sfigura, lo getta nella follia. Nel celebre dialogo in ospedale, il Joker non impone il male, ma lo giustifica: il mondo è privo di ordine, la rabbia è l’unica risposta autentica. Non ordina a Dent di compiere il male, ma gli dà una giustificazione per farlo e rimettere la giustizia nel lancio di una moneta. Dent diventa così Due Facce: non solo impazzisce, ma accoglie la logica del Joker e il clown ottiene la sua vittoria più grande.

Una dinamica simile ha la storia a fumetti The killing joke (1988) di Alan Moore. La tesi che basti “una giornata storta” per far precipitare anche il più onesto degli uomini nella perdizione viene trattata come una negazione della Grazia divina: il male cerca di convincere il bene della sua stessa inutilità. Il Joker tenta l’incorruttibile commissario Gordon ad unirsi al male, sparando alla figlia Barbara e paralizzandola, per poi sottoporlo a torture di ogni tipo. È una reinterpretazione della vicenda di Giobbe, dove il giusto e timorato da Dio viene messo alla prova, mantenendo però salda la sua fede. Batman diventa la contro-prova: ha vissuto una tragedia profonda, ma non ha ceduto al male. Ha scelto il bene, trasformando il dolore in vocazione. The killing joke è un racconto sul libero arbitrio: ogni uomo viene posto davanti ad un bivio e deve decidere se trasformare la sua sofferenza in odio o in sacrificio.

La speranza, virtù ultima

Nella narrazione del Cavaliere oscuro, un elemento profondo e ricorrente guida la sua missione: la speranza. Non una speranza ingenua, ma una virtù conquistata con fatica, che resiste anche quando il mondo sembra aver dimenticato il bene. Nella dottrina cattolica, la speranza è una delle virtù cardinali, accanto alla fede e alla carità: è la forza che spinge l’anima verso Dio, anche nel buio più profondo. Batman incarna questa tensione spirituale: ogni notte scende nelle strade di Gotham perché crede che, nonostante il peccato che la avvolge, la città possa essere redenta. La sua lotta non è solo contro il crimine, ma contro la disperazione. È la «speranza contro ogni speranza» di cui parla san Paolo nella Lettera ai Romani (4, 18), la convinzione che il bene meriti di essere difeso anche quando sembra soccombere.

Simbolo visivo di questa speranza è il bat-segnale, luce che squarcia le tenebre e richiama Batman alla sua vocazione. Come le campane che chiamano alla Messa, quel fascio di luce è un invito all’azione, testimonianza che il bene non è morto. Per i cittadini di Gotham è la certezza che qualcuno veglia su di loro; per Batman è il segno che la sua missione continua. La sua vita non è una promessa di vittoria, ma una professione di fede: la fede che resistere al male ha valore in sé. In un mondo che ha smarrito la speranza, Batman è il testimone che, anche nella notte più buia, continua a cercare l’alba. E forse è proprio questo il vero eroismo: non vincere, ma non smettere mai di combattere.