Lo scopo di questo articolo è di presentare al lettore una delle attività economiche della famiglia di Lazzaro, tanto amata da Gesù. Gli indizi al riguardo sono presenti nei Vangeli e, soprattutto, negli scritti mistici di Maria Valtorta.
Maria unge Gesù con olio profumato

In due episodi Maria unge Gesù con olio profumato: il primo a Cafarnao; il secondo a Betania. Sono raccontati in Marco (14,3-5), Luca (7,36-38) e Giovanni (12,1-5). Giovanni riporta dati utili per la nostra storia:

Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso [l’enfasi dell’autore], cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: «Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?».

Le informazioni sono la quantità di profumo e il suo valore commerciale. Una libbra romana equivale a 327 g (342 ml) e trecento denari erano circa il salario annuale di un bracciante.

I due episodi sono riportati anche da Maria Valtorta (Mv) ne L’Evangelo come mi è stato rivelato1 (Emv). Il primo nel capitolo 236, il secondo nel capitolo 586. Quest’ultimo corrisponde all’episodio di Giovanni.

(Emv, 586) Rientra Maria Maddalena. Ha nelle mani un’anfora dall’esile collo [l’enfasi dell’autore] terminante in un beccuccio […] L’alabastro è di un prezioso colore giallo rosato […] Stura il vaso d’alabastro e pone la mano sotto il beccuccio, raccogliendo alcune gocce di un liquido filante […] Un acuto odore di tuberose2 e altre essenze, un profumo intenso e buonissimo, si sparge per la sala. Ma Maria non è contenta di quel poco che viene. Si china e infrange con un colpo sicuro il collo dell’anfora contro lo spigolo del lettuccio di Gesù […] Ora l’anfora ha un’ampia bocca… Maria si pone alle spalle di Gesù e sparge l’olio spesso sul capo del suo Gesù […] Giuda […] – fin qui aveva taciuto, osservando con sguardo impuro di lussuria e di invidia la bellissima donna […] – alza la voce, unica voce di aperto rimprovero [l’enfasi è di Mv]; gli altri, non tutti ma alcuni, avevano avuto qualche mormorio o gesto di disapprovazione stupita ma anche pacata. Ma Giuda, che si è alzato anche in piedi per vedere meglio l’unzione sparsa sui piedi di Cristo, dice con mal garbo: «Quale inutile e pagano sciupio! Perché farlo? E poi non si vuole che i Capi del Sinedrio mormorino di peccato! Codesti sono atti di cortigiana lasciva e non si addicono alla nuova vita che tu conduci, o donna. Troppo ricordano il tuo passato!». L’insulto è tale che tutti restano sbalorditi […] «Sì. Mi guardate? Tutti avete mormorato in cuor vostro. Ma ora, perché […] ho detto apertamente ciò che pensavate, ecco che siete pronti a darmi torto. Ripeto ciò che ho detto. Non voglio già dire che Maria sia l’amante del Maestro. Ma dico che certi atti non si convengono né a Lui né a lei […] Perché questo spreco? Se ella voleva distruggere i ricordi del suo passato, poteva dare a me quel vaso e quell’unguento. Almeno una libbra di nardo puro era! E di gran pregio. Lo avrei venduto per trecento denari al minimo, ché un nardo di tal pregio va su quel prezzo. E potevo vendere il vaso che era bello e prezioso. Avrei dato ai poveri, che ci assediano, questi denari. Non bastano mai. E domani, a Gerusalemme, senza numero saranno quelli che chiedono un obolo». «Questo è vero!”, assentono gli altri. «Potevi usarne un poco per il Maestro e l’altro […]».

 

Per continuare la nostra storia e arrivare alla Azienda di Lazzaro, dobbiamo indagare sulla produzione dei profumi in antichità e sul valore di 1 denaro.

Il commercio dei profumi nel mondo greco-romano

Gli unguenti profumati nel mondo greco-romano erano composti da una miscela di olio, fiori o altre parti di piante3. Si aggiungevano resine o gomme per fungere da fissativo e mantenere la fragranza del profumo. Una delle principali fonti sui profumi antichi è la Storia Naturale di Plinio il Vecchio (77 d.C.). Plinio descrive profumi, o meglio gli unguenti, perché all’epoca l’alcol era sconosciuto e i profumi si ottenevano dalla macerazione delle sostanze odorose, non dalla distillazione. Esistevano tre metodi.

Nel primo metodo le parti aromatiche delle piante erano schiacciate come nella spremitura delle olive. La polpa era posta in un panno piegato e poi attorcigliato per estrarne il liquido profumato. Il metodo era semplice ma richiedeva molto tempo.

Nel secondo metodo le sostanze aromatiche, in particolare i petali dei fiori, erano poste su grasso animale tra due assi pressate fino a quando il profumo non era assorbito dal grasso. Questo metodo era usato per estrarre essenze di cipresso e mirto, ed era efficace per il gelsomino, le rose e le tuberose, dai fiori molto delicati.

Nel terzo metodo una fonte di calore era applicata sia all’eccipiente sia alle sostanze aromatiche o alle resine, immerse nella miscela e riscaldate. Una volta infusa la base, le sostanze aromatiche erano filtrate e decantate.

Figura 1. Donna con vasetto di profumo. Villa Farnesina, Museo Nazionale, Roma. Fonte: C. Giordano, A. Casale, Profumi, unguenti e acconciature in Pompei antica, Bardi Editore, Roma, 1992

La tecnologia necessaria era semplice e poteva essere riprodotta ovunque nell’Impero romano. Però, i fattori cruciali della produzione erano la conoscenza e il capitale. Oltre alla coltivazione di fiori e altre piante, il commercio dei profumi richiedeva il lavoro e la collaborazione di molte figure professionali: fabbricanti di contenitori in ceramica, alabastro, vetro e metallo, e mercanti, sia per gli ingredienti sia per il trasporto del prodotto finito. Una volta prodotti in grandi quantità, gli unguenti profumati erano conservati in contenitori individuali per consentirne il trasporto e la vendita ai clienti (Figura 1). L’alabastro era usato perché proteggeva gli unguenti dalla luce e dal calore.

Il termine “nardo” si riferiva non solo ai profumi prodotti con il nardo indiano, ma anche a quelli prodotti con altre fragranze. Plinio menziona nove diversi tipi di piante utilizzate per imitare il nardo. Maria Valtorta non parla di “nardo” ma di tuberose e altre essenze, in accordo con Plinio.

Il denarius, la moneta d’argento dell’Impero

Il denarius era la moneta d’argento diffusa fino a circa il 240 d.C. Un denarius pesava 4,5 grammi. Quasi tutto d’argento in origine, dall’anno 50 d.C. circa il suo contenuto d’argento diminuì. Quanto valevano 300 denari? Tenendo conto dei sabati e di altre festività ebraiche, i giorni lavorativi annuali erano circa 285. La paga giornaliera di un bracciante era di 1 denaro al giorno4, quindi 300 denari erano poco più del salario annuale. Informazioni sui salari dell’epoca sono scarse, però conosciamo quelli dei militari, Tabella 15.

Tabella 1. Il sestertius valeva ¼ di 1 denarius

Un centurione guadagnava più di 10 volte di un bracciante e si capisce perché il centurione di Cafarnao potesse finanziare la costruzione della sinagoga locale (Luca 7,1-10, Emv, 177).

Sorge la domanda: perché Maria aveva in casa una libbra di unguento profumato di un grandissimo valore commerciale? La risposta potrebbe essere: il profumo le era stato utile per la sua antica “professione” e ne aveva ancora una scorta. Ma questa risposta non ne esclude un’altra. Vediamo quale. È necessario leggere il viaggio di Giovanni di Endor e di Sintica6 ad Antiochia e Antigonia di Siria, accompagnati da Pietro e altri discepoli (Emv, 321-323).

 

Il viaggio di Giovanni di Endor e di Sintica verso Antiochia e Antigonia

(Emv, 321) In un bellissimo tramonto si delinea la città di Seleucia come un grande ammasso bianco al limite delle acque azzurre del mare […] La nave a vele spiegate punta veloce sulla città lontana. [Parla Nicomede, il capitano della nave] «[…] Ma […] sai che il vero porto di Antiochia è Seleucia, sul mare, alle foci dell’Oronte, che si presta esso pure ad accogliere i navigli e, nei tempi di acque fonde, può essere risalito da barche leggere fino ad Antiochia. Quella che voi vedete è Seleucia, la più grande. L’altra, verso il mezzogiorno, non è città, ma rovine di un posto devastato [Figura 2]. Illudono, ma è paese morto7 […] Quella catena è il Pierio, che fa chiamare la città Seleucia Pieria. Quel picco più in dentro, oltre la pianura, è il monte Casio, che sovrasta come un gigante la pianura d’Antiochia. L’altra catena a settentrione è quella dell’Amano. Vedrete che lavori in Seleucia e in Antiochia hanno fatto i romani! […] Un porto a tre bacini che è uno dei migliori, e canali, e gettate, e dighe […]».

(Emv, 322) «Sui mercati troverete certo un carretto [tirato da un cavallo]” dice il vecchio albergatore, ritto davanti agli apostoli nel primo sole del mattino […] A nona sarete ad Antiochia […]».

Figura 2. La regione di Seleucia Pieria e Antiochia. Le rovine di Palaeopolis sono a sud di Seleucia, come afferma Nicomede (Emv, 321). Antigonia era a nord-est di Antiochia (in alto a destra nella mappa), lungo l’Oronte, «riparata – come dice Mv (Emv, 323) – dalle correnti per le catene di monti che ha intorno»

Il porto di Seleucia era una base dei romani, poi interratosi per cause naturali. L’ora nona corrisponde circa alle 15. Siamo nel gennaio del 338, nella zona di Antiochia il sole sorge alle ore 6.45. Google Maps dà una distanza minima da percorre a piedi di 38,8 km e un tempo di percorrenza di 9 ore. Ora, la velocità di un cavallo da tiro è tra i 5 e i 7 km/h. Se sono partiti verso le 7 «primo sole», ipotizzando una velocità media di 5 km/h, con soste, ci vogliono circa 8 ore per percorre 38,8 km, in accordo con l’arrivo all’ora nona.

(Emv, 322) Traversano una piazza […] e prendono una strada presso le mura, finché escono da una porta costeggiando prima un fondo canale e poi il fiume stesso. È una bella via ben tenuta [una strada romana], in direzione nord-est, ma seguente le giravolte del fiume […] «Quanti mirti!», esclama Sintica. «E lauri!», aggiunge Matteo. «Presso Antiochia è un luogo sacro ad Apollo [è Dafne]», dice Giovanni di Endor. «[…] è tutto un luogo pieno di belle piante questo», dice lo Zelote. «Tu che ci sei stato, credi che passeremo presso Dafne?». «Per forza. Vedrete una delle valli più belle del mondo […]». Rimontano sul carro e passando sul ponte prendono l’altra riva del fiume, l’altra strada che va diritta verso Antiochia, attraverso una zona fertilissima […]. «E là, in quella pianura, ecco Antiochia e le sue torri sulle mura. Entreremo per la porta che è presso il fiume [è quella indicata come Bridge Gate in Figura 3, nda]. La casa di Lazzaro non è molto lontana dalle mura [il quartiere ebraico di Antiochia era vicino la Porta, Figura 3, nda]. Le più belle case sono state vendute. Resta questa […] Ora ci vive Filippo. […] E insieme andremo ad Antigonio [Antigonia], dove era la casa abitata da Eucheria e dai suoi figli, allora bambini […]». «Molto fortificata questa città, eh?», chiede Pietro […]. «Molto. Muraglie di altezza e larghezza grandiosa, oltre cento torri che, le vedete, sembrano giganti diritti sulle mura, e fossati invalicabili al loro piede [Figura 4]. Anche il Silpio [la montagna alle spalle di Antiochia, nda] ha messo le sue cime ad aiuto della difesa e a contrafforte delle mura nella parte più delicata […]. Ecco la porta». Una breve via poi una robusta e semplice casa, ossia un alto muro senza finestre. Solo un portone al centro del muro.

 

Dopo una breve permanenza in Antiochia vanno ad Antigonia, la meta finale.

 

(Emv, 323) E preceduti dal carro […] trottano verso Antigonio […]. La cittadina è presto raggiunta. Seppellita nell’ubertosità dei suoi giardini, riparata dalle correnti per le catene di monti che ha intorno, abbastanza lontane per non opprimerla ma abbastanza vicine per proteggerla […]. I giardini di Lazzaro sono al sud della città e sono preceduti da un viale […] lungo il quale sono le case degli addetti ai giardini. […] Tolmai, non appena superato il cancello che inizia la proprietà, fa, passando davanti ad ogni casa, uno schiocco di frusta speciale; deve essere come un segno… gli abitanti […] si fermano al centro di una raggiera di sentieri diretti in ogni senso come i raggi di una ruota, fra campi e campi messi ad aiuole, quali spoglie, quali perenni nel loro verde, vegliate da lauri, da acacie o piante simili, da altre piante che da tagli fatti nel tronco esprimono latte odorifero e resine. Un odore misto di aromi balsamici, resinosi, aromatici, è nell’aria […]. Il piccolo popolo di uomini, dalle corte tuniche, dalle mani terrose che sorreggono arnesi di giardinaggio, di donne, di fanciulli d’ogni età […] [vi erano circa 30 persone, inclusi i bambini, nda]. E li conduce per la vasta possessione, seguito dai giardinieri che spiegano le colture e i lavori […].

 

In altre parole, nella tenuta agricola si coltivavano fiori e altre piante resinose, non certamente per adornare le varie case di Lazzaro, ma per estrarne essenze per fare profumi. Mv non descrive locali e apparecchiature per la loro lavorazione – forse perché in gennaio non c’era abbastanza materia prima per produrre profumi – ma mi sembra evidente che la tenuta era una azienda agricola che forniva la materia prima per produrre profumi, e forse li produceva direttamente. Questa attività su grande scala e il contatto con il prodotto finale, prodotto direttamente o da altri, spiegherebbe perché Maria avesse una quantità “industriale” di profumo costosissimo.

Che cosa si coltivava nella zona di Antiochia? L’azienda di Lazzaro era un’iniziativa isolata?

 

La regione di Antiochia secondo storici e archeologi

Antiochia [Antakya, Turchia], fondata da Seleuco I nel 307 a.C. era una delle più importanti città greche del periodo ellenistico e capitale dell’Impero seleucide. Le colline circostanti erano ricoperte di mirto. La ricca pianura alluvionale intorno al fiume era il principale elemento della prosperità della città. Il fiume Oronte si divideva in due corsi d’acqua che racchiudevano un’isola quasi circolare. Fluiva poi sotto il ponte di pietra dove era situata la Porta del Ponte (Bridge Gate), dove arrivava la strada dar Seleucia, indicata nell’Emv (Figura 3).

Figura 3. Mappa di Antiochia. La strada proveniente da Seleucia terminava nel Bridge Gate (Porta del Ponte). Il quartiere ebraico distava circa 500m dalla Porta. Le mura presenti al tempo di Gesù sono quelle di Seleucus I. Si nota l’isola formata dai due rami dell’Oronte. In basso è indicata la strada diretta a Dafne e Laodicea, in alto quella diretta ad Antigonia

Figura 4. Le mura e le torri fortificate di Antiochia. Fonte per entrambe le figure: G. Downey, “A history of Antioch in Syria from Seleucus to the Arab conquest”, 1961, Princeton.

Gli stranieri erano colpiti dalla cinta muraria con le molte torri fortificate, tra le trecento e le quattrocento (Figura 4). All’inizio del I secolo d.C. il fiume era navigabile. I Romani ne avevano migliorato la navigazione scavando un canale [«e canali, e gettate, e dighe»] per evitare una curva pericolosa. Grazie alla sua posizione, la città controllava il fiume e la rete stradale tra la Siria, l’Anatolia e i paesi del sud, e tra il Mediterraneo e l’alto corso dell’Eufrate.

Seleuco I aveva distrutto la capitale del rivale Antigono, Antigonia (Antigonio dell’Emv) – anch’essa sul fiume Oronte, a circa 7 km a nord-est [«La cittadina è presto raggiunta»] – e trasportato molte pietre lungo l’Oronte per costruire Antiochia e Seleucia Pieria, dove fu deportata anche la maggior parte degli abitanti. Nel I secolo d.C., Antigonia era un piccolo villaggio.

Dafne, a circa 8 km a sud-ovest, era così famosa che Antiochia veniva chiamata “Antiochia vicino a Dafne”. La strada tra le due città era fiancheggiata da ville, giardini, locande e ogni sorta di luoghi piacevoli. C’erano estesi vigneti, roseti, piantagioni, ruscelli, cipressi intervallati da altre piante. Sotto gli alberi, la terra produceva ogni tipo di fiore profumato al cambiare delle stagioni. Le fattorie suburbane fornivano ad Antiochia olio d’oliva, vino, fiori e piante aromatiche. L’olio di giglio di Antiochia (chiamato olio siriaco nell’antichità) era esportato in tutto l’Impero romano per uso medico. Dopo Pompeo (64 a.C.), Antiochia fu la capitale della regione con un governatore nominato dai Romani. Secondo l’Emv, Teofilo, padre di Lazzaro, Marta e Maria, era stato governatore della città.

La famiglia di Lazzaro coltivava su vasta scala una varietà di fiori e di piante aromatiche nella tenuta di famiglia ad Antigonia. La tenuta era, in termini moderni, un’azienda agricola che forniva la materia prima all’industria dei profumi della zona. Non è escluso che l’azienda stessa producesse profumi. Mv non “vede” apparecchiature forse perché in gennaio mancava la materia prima per produrre i profumi. Quando Lazzaro, Marta e Maria erano bambini, la famiglia abitava in Antiochia e in Antigonia, e l’attività agricola era curata dalla loro madre, Eucheria, con l’aiuto di fattori.

Maria Valtorta descrive il porto di Seleucia, le rovine di Palaeopolis, Antiochia e la sua regione geografica, la Porta del ponte dove arrivava la strada da Seleucia, pone la casa di Lazzaro a una distanza compatibile con il quartiere ebraico. Queste informazioni sono note solo agli archeologi e agli storici e la loro presenza nell’Emv è razionalmente inspiegabile.

 

 

1 Maria Valtorta, L’Evangelo come mi è stato rivelato, 10 volumi, Centro Editoriale Valtortiano, ristampa 2015.

2 La tuberosa ha un profumo intenso, dolce, floreale e leggermente speziato, spesso descritto come narcotico e sensuale. Per profumarsi ne bastavano poche gocce, non una libbra!

3 Nella sterminata bibliografia, si veda: J.P Brun, “The Production of Perfumes in Antiquity: The Cases of Delos and Paestum”, American Journal of Archaeology 104 (2000), pp. 277-308. G. Reger, The manufacture and distribution of perfume, in Making, Moving and Managing the new world of ancient economies, 323-31 b.C., edited by Z. H. Archibald, J.K. Davies, V. Gabrielsen, Oxbow Books, 2005, pp. 253-297.

4 Matteo, 29,1-16; Daniel-Rops, La vita quotidiana in Palestina al tempo di Gesù, Mondadori, 1986.

5 M. Speidel, “Roman army pay scales”, The Journal of Roman Studies, novembre 1992, pp. 349-380.

6 Per i personaggi presenti nell’Emv si veda F. Di Traglia, Polifonia Valtortiana, Fede & Cultura, 2023, vol. 1, dalla lettera A alla lettera G. È in corso di stampa il volume dalla lettera H alla Z.

7 È Palaeopolis, una città greca citata dallo storico Pausania di Antiochia e da altri storici, già in rovine al tempo di Gesù.

8 La cronologia della vita di Gesù è stata stabilita scientificamente da L. De Caro e aggiornata di recente in: L. De Caro, F. La Greca, A.G. Gonzalez, La vita di Gesù nella storia, vol. 2, Centro Editoriale Valtortiano, 2025, p. 495-524. Libro recensito da Bruno Amadio in Studi cattolici 779, gennaio 2026.