Pubblichiamo l’intervento con cui Andrea Galli, giornalista di Avvenire, ha ricordato l’amico Mario Iannaccone durante il convegno organizzato in sua memoria lo scorso 17 ottobre. Lettore vorace fin da bambino, conversatore capace di passare da Netflix a Wagner, studioso di Rennes-le-Château, Huxley e dei Cristeros. Galli ricorda l’amico e “commilitone” attraverso tre tratti: la cultura, il discernimento e la bontà d’animo.
Il giorno della morte di Mario ho scambiato alcuni messaggi con Gianpaolo Barra, fondatore del Timone, alle cui iniziative editoriali Mario aveva collaborato per molti anni. Anch’io partecipai a quella stagione, ed è proprio attorno al Timone che la mia frequentazione con Mario si era fatta più stretta. A Barra ho scritto: «Abbiamo perso una delle nostre più grandi risorse». Mi riferivo alle risorse della battaglia culturale in Italia. Non ho esagerato. Cerco di spiegare perché.

Mario Iannaccone (1964-2026) nella sede Ares
Un altro Mario, Mario Praz, uno dei maggiori anglisti italiani del Novecento, anche lui in un certo senso protagonista della battaglia culturale nel nostro Paese ma sul lato diametralmente opposto a quello di Mario e anche mio – Praz fu maestro di Roberto Calasso e avviò la carriera universitaria di Elémire Zolla, per capirci – diceva: «Una sola cosa è veramente necessaria. Bisogna conoscere moltissimi libri». Ecco, Mario fin da bambino ha avuto una capacità e una voracità di lettura decisamente fuori dal comune. Lo dico per i ricordi che ogni tanto condivideva con me della sua infanzia e adolescenza. Il suo è stato uno scavo durato praticamente sessant’anni, che gli aveva dato una cultura spettacolare anche per l’ampiezza degli interessi. La sua bibliografia lo fa capire molto bene con titoli che vanno dal mistero di Rennes-le-Château, agli Illuminati di Baviera, dalla poesia del siglo de oro in Spagna al tema dei serial killer nei media, dalla rivolta dei Cristeros in Messico all’opera di Aldous Huxley. Non libretti occasionali, ma studi di grande impegno, tomi dietro i quali stavano anni di ricerche.
Tale cultura lo rendeva anche un conversatore spettacolare: con lui si poteva cominciare dall’ultima serie tv di Netflix e finire sui romanzi di Gesualdo Bufalino; partire dalla storia del Regno di Napoli e finire ai riti tantrici nel buddhismo tibetano e alla musica di Wagner. Ricordo un pomeriggio in cui, al telefono, dopo aver discusso di tutt’altro, ci mettemmo a parlare di Ariosto. O meglio, Mario si mise a parlare di Ariosto e io rimasi ad ascoltarlo. Mi raccontò che avrebbe voluto scriverne una biografia. E cominciò a muoversi tra la vita del poeta, la corte estense, la costruzione dell’Orlando furioso: ero ammirato e un po’ ridevo sotto i baffi che non ho pensando a dove arrivava il suo trasporto per la letteratura.
Ai suoi libri si aggiungono gli articoli, le collaborazioni editoriali, i vari dizionari pubblicati dal Timone, tra cui il mio preferito, il Dizionario elementare del pensiero pericoloso, curato insieme a Barra e Marco Respinti, che invito tutti a recuperare, perché ci sono tante voci scritte da Mario che sono delle chicche. E poi un patrimonio ancora in larga parte da inventariare: conferenze registrate, interviste, materiali inediti o rimasti in corso di elaborazione.
Ma la quantità e la varietà delle conoscenze non erano il vero tratto distintivo di Mario. A distinguerlo era soprattutto il discernimento: aveva l’acume di un detective della cultura. La forza della sua intelligenza era esaltata dalla luce della fede. La fede dava alla sua curiosità intellettuale profondità, gli permetteva di distinguere la bellezza dalle sue contraffazioni, di riconoscere il vero e il falso, il bene e il male, in ultimo di individuare le tracce dello scontro tra Dio e l’Antico Avversario, scontro che si svolge in modo eminente nel mondo della cultura.
Mario aveva dunque una cultura eccezionale, un discernimento superiore e, infine, un terzo tratto, il più squisito: la bontà d’animo, unita alla modestia. Ho incontrato poche persone dotate di mezzi culturali così notevoli e, insieme, capaci di non farli pesare sull’interlocutore: anzi, di far sentire alla pari anche chi, al loro confronto, era un semianalfabeta.
Veniamo ora all’opera che Mario ci lascia in eredità. Il tema è molto vasto. Qui voglio soffermarmi soltanto su un aspetto, un filo di Arianna che può servire, a mio parere, per muoversi tra pubblicazioni e discorsi apparentemente così diversi fra loro. Mario si è occupato della civiltà letteraria italiana, da Dante fino agli autori più improbabili promossi oggi dall’industria libraria, di quella francese, tedesca – aveva tra l’altro sangue germanico in famiglia – e ispanica. Eppure credo che la civiltà, letteraria e non solo, alla quale abbia dedicato le maggiori energie sia quella anglosassone, o meglio anglo-americana.
Con quella civiltà Mario ha avuto un rapporto intenso e conflittuale. Nel senso che ne riconosceva la grandezza, ne contemplava le vette, e tuttavia ne aveva un giudizio di fondo molto critico. Ovvero individuava nella Londra uscita dalla Riforma di Enrico VIII l’anti-Roma per eccellenza: non l’unico avversario storico della Chiesa cattolica, ma quello che, più di ogni altro, ne avrebbe conteso il ruolo di guida spirituale e culturale dell’Occidente, fino a prevalere. La grande rottura della Riforma protestante, che ovviamente non partì da Londra, a Londra però si saldò alla costruzione di una potenza destinata a proiettarsi su scala mondiale. E questa saldatura avvenne con il contributo decisivo di correnti esoteriche che plasmarono una nuova immaginazione politica e religiosa.
Una figura emblematica, che Mario conosceva bene, era John Dee, vissuto tra il 1527 e il 1608: matematico, geografo, astrologo, occultista e influente consigliere di Elisabetta I. Fu tra i primi a formulare l’idea di un British Empire, destinato a espandersi oltremare. Mario tornava spesso a quel passaggio, a quei decenni, anche sulla scorta degli studi di Frances Yates, come Astrea, libro che riteneva capitale. Il tempo in cui l’Inghilterra cominciò a pensarsi, in alcune sue correnti religiose e politiche apicali, come un nuovo Israele, un popolo investito di un compito provvidenziale e globale.
E tornava ai vari passaggi che permisero il formarsi dell’impero più esteso della storia. Due per esempio. Nel 1600 nacque la Compagnia inglese delle Indie Orientali, una società commerciale privata, ma che arrivò a esercitare poteri militari, fiscali e amministrativi su territori immensi. Nel 1717, sempre a Londra, nacque la massoneria, con la fondazione della prima Gran Loggia. Furono entrambi strumenti per la proiezione mondiale della potenza britannica. Chi voglia capire meglio questa prospettiva critica di Mario sull’Impero britannico può cercare su YouTube una serie di sei bellissime conversazioni sulla storia della talassocrazia britannica, ovvero del dominio dei mari, nelle quali Mario dialoga con Massimo Martelli, un grande amico.
Per Mario quella potenza, che aveva nel cattolicesimo romano il suo antagonista metafisico, non esaurì la propria influenza con la fine dell’impero coloniale. La sua eredità è sopravvissuta alla decolonizzazione e ha assunto nuove forme. Nel Novecento il baricentro della potenza anglofona si è spostato da Londra a Washington. L’inglese è diventato sempre più la lingua internazionale, mentre istituzioni, reti finanziarie e alleanze strategiche hanno continuato a garantirne il peso globale. Non si tratta di una semplice continuità senza fratture, ma neppure di una cancellazione del passato. Per Mario, insomma, l’Impero britannico si è trasformato e, per molti aspetti, oggi viviamo dentro la civiltà che da quella trasformazione è scaturita. Una civiltà che chiamiamo spesso, troppo spesso, «Occidente». Parola profondamente ambigua, perché può indicare l’eredità di Gerusalemme, Atene e Roma, fecondata dal cristianesimo, ma anche una modernità che, in alcune sue componenti decisive, si è costruita contro quella stessa eredità.
Bene. Questa, diciamo, era la pars destruens. Veniamo alla pars construens. La storia della civiltà britannica post-Riforma, o angloamericana, ha visto anche delle luci del tutto straordinarie. E luci cattoliche. Per dirla con san Paolo nella Lettera ai Romani, «dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia». Queste luci sono particolarmente evidenti nella letteratura: da Shakespeare a Tolkien, passando per Newman e Gerard Manley Hopkins. Ho messo dentro anche Shakespeare perché non c’è dubbio, per chi scrive e anche per Mario, non solo che fosse cattolico, ma che il suo cattolicesimo sia la chiave che permette di svelare il senso profondo delle sue composizioni.
Quindi, la critica di Mario alla civiltà anglo-americana non gli impediva di scorgere ciò che in essa era buono e bellissimo. Anzi, lo obbligava a guardare più attentamente a tale civiltà. Mi colpiva, per esempio, la conoscenza che aveva di un autore chiave per l’immaginario angloamericano come John Milton, da noi spesso ridotto a un titolo, Paradise Lost, e a poche citazioni. Mario lo aveva letto a fondo, in lingua originale, e ne aveva una competenza, soprattutto della parte lirica, di livello accademico.
Anche le sue ultime scelte di lavoro sono significative a questo riguardo. Da oltre dieci anni lo incoraggiavo a scrivere un grande studio su René Guénon: una biografia intellettuale e soprattutto un esame critico della sua opera. Guénon è stato uno dei maggiori ordinatori del pensiero esoterico novecentesco. Un sommo dottore del mondo iniziatico, anche massonico. Era un lavoro che, per diversi motivi, sarebbe stato importante per la battaglia culturale in cui ci sentivamo commilitoni. Mario possedeva gli strumenti per affrontarlo come pochi. E quel progetto lo attirava.
Ma alla fine la sua indole, il suo cuore, lo hanno portato verso la letteratura e, appunto, quella di lingua inglese. Nello specifico, Herman Melville. Uno scrittore anomalo, che soltanto dopo la morte sarebbe stato riconosciuto come uno dei monumenti della letteratura americana. Un uomo che nelle proprie storie ha inseguito ostinatamente le domande ultime dell’esistenza. E lo ha fatto con una potenza lirica misteriosa. Alcune pagine di Moby Dick, mi diceva Mario, sembrano scritte in estasi, in trance. Mario ha scritto quella biografia durante la malattia. E l’ha portata a termine pochi mesi prima di morire.
C’è qualcosa di struggente in questo ultimo incontro fra uno scrittore che aveva fatto del viaggio e del naufragio immagini della condizione umana e un uomo come Mario che, mentre affrontava la propria prova, continuava a leggere, studiare, scrivere. Continuava a interrogare la letteratura con la stessa curiosità di sempre, con la stessa sete di verità, con lo stesso stupore di quel pomeriggio in cui mi parlava al telefono di Ariosto.
Ma l’immagine forse più struggente che io porto dentro risale all’ultima volta che ho visto Mario, due giorni prima che morisse, insieme a mia moglie. Era a letto, nella sua casa, accudito da Cinzia. Sul comodino, accanto a lui, c’era un’immagine per me inconfondibile: quella della Madonna così come sarebbe apparsa nel 1944 a Ghiaie di Bonate, vicino a Bergamo, a una bambina di nome Adelaide Roncalli. È una vicenda che mi è molto cara anche per ragioni biografiche: ho sposato una donna di quelle parti. Quelle apparizioni non solo non hanno ancora ricevuto il riconoscimento della Chiesa, ma per lungo tempo hanno incontrato una forte ostilità da parte dei vertici della diocesi di Bergamo. Sono stati i fedeli semplici a custodire il luogo, in campagna, dove la Madonna sarebbe apparsa, e a costruirvi, con le proprie forze, una bella cappella che ospita proprio l’immagine della Vergine che Mario teneva accanto. Ebbene, la cosa incredibile è che a 82 anni da quegli eventi, in quella cappella, a ogni ora del giorno e della notte, tutti i giorni dell’anno, c’è sempre qualcuno in preghiera.
È una vicenda misteriosa, laterale, umile, che Mario avrebbe voluto raccontare in uno dei suoi corposi studi. Era uno dei suoi tanti progetti. Ora, mi piace immaginare che Maria abbia voluto risparmiargli la fatica di indagare, di raccogliere pile di documenti e pubblicazioni, come lui era solito fare, ma abbia voluto raccontargli direttamente lei come andarono le cose. E che Mario, incontrandola, le abbia rivolto le parole che Giobbe rivolge a Dio alla fine delle sue prove: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono».